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Home Islam

Nel caso Tor Tre Teste quando la privacy è dei muuslmani diventa invasione: il doppio standard contro le donne nelle piscine italiane

by Sabri Ben Rommane
Agosto 4, 2026
in Islam, islamofobia, Italia, Politica, Prima Pagina
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A Roma una piscina privata apre alcune fasce a tutte le donne; a Salorno un impianto prolunga l’orario per sessanta minuti. La destra parla di invasione e segregazione. Ma l’Italia accetta da oltre un secolo spiagge comunali separate per sesso, pensionati cattolici esclusivamente femminili e servizi distinti per uomini e donne. Il problema non è la separazione: è chi ha osato chiederla.

Non c’è alcuna legge imposta alla popolazione. Non c’è una piscina pubblica sottratta agli uomini. Non ci sono donne obbligate a indossare un abito.

A Tor Tre Teste, nella periferia orientale di Roma, una struttura privata ha deciso di offrire quattro mercoledì di agosto con turni riservati alle donne, al mattino o alla sera. Possono partecipare tutte: musulmane e non musulmane, in bikini, costume intero, tankini o burkini. Durante quelle fasce anche il personale è femminile. L’iniziativa nasce da una richiesta rivolta dalla Comunità islamica di Roma alla piscina, non da un provvedimento imposto dalle istituzioni.

A Salorno, in Alto Adige, il quadro è persino più difficile da deformare. La piscina apre per un’ora settimanale dopo la normale chiusura al pubblico, dalle 18.30 alle 19.30, a favore dell’associazione interculturale Armonia. Alla prima apertura hanno partecipato circa venti donne, comprese alcune non musulmane, libere di usare burkini o costumi occidentali. Nessun utente ordinario è stato espulso. Nessun uomo ha perso un’ora di balneazione. È stato semplicemente aggiunto un servizio.

Eppure il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha annunciato un’interrogazione parlamentare e ha dichiarato che «la sharia passa per le piscine», aggiungendo che oggi vengono esclusi gli uomini e domani le donne senza velo potrebbero non poter camminare per strada. La leghista Silvia Sardone ha parlato invece di una decisione che favorirebbe «l’islamizzazione» anziché i diritti delle donne.

Da una fascia oraria in una piscina privata a donne senza velo cacciate dalle strade: non è un ragionamento. È una sequenza propagandistica basata su fallacie.

La parola “sharia” non descrive ciò che è accaduto. Serve a trasformare una normale richiesta di privacy in una minaccia esistenziale. La piscina diventa un cavallo di Troia, il burkini una divisa politica e alcune donne che desiderano nuotare senza uomini presenti diventano l’avanguardia immaginaria di una conquista islamica.

Questo non è un dibattito sulla gestione degli impianti sportivi. È ostilità antimusulmana rivestita da difesa della laicità.

Il Pedocin: quando la separazione è italiana diventa tradizione

A Trieste esiste uno stabilimento balneare comunale nel quale uomini e donne sono separati fisicamente da un muro.

Si chiama La Lanterna, ma tutti lo conoscono come il Pedocin. La divisione risale ai primi anni del Novecento ed è ancora applicata. Il biglietto costa 1,20 euro; il settore maschile e quello femminile hanno accessi distinti e il muro prosegue verso il mare. Nel giugno 2026 una lite è scoppiata proprio perché alcuni visitatori non volevano rispettare questa separazione.

Qui non parliamo di quattro mercoledì in una struttura privata. Parliamo di uno stabilimento comunale, finanziato e amministrato nell’ordinamento italiano, che mantiene la distinzione tra uomini e donne durante l’intera apertura.

Eppure nessuno annuncia che la Repubblica è stata sostituita da una teocrazia triestina. Nessun vicepresidente della Camera avverte che oggi c’è il muro del Pedocin e domani le donne saranno bandite dalle strade. La separazione viene presentata come folklore locale, memoria storica, caratteristica identitaria della città.

Quando la medesima esigenza di riservatezza viene espressa da donne musulmane, la “tradizione” e la “spiritualità” diventano improvvisamente “segregazione”.

La struttura materiale è la stessa: uno spazio nel quale, per un tempo determinato, non sono presenti persone dell’altro sesso. Ciò che cambia è l’identità di chi ne beneficia.

I pensionati cattolici per sole donne non sono chiamati ghetti

Anche il cattolicesimo italiano conosce e pratica normalmente spazi distinti per sesso.

A Roma, la residenza gestita dalle Religiose di Maria Immacolata accoglie esclusivamente 65 giovani donne tra i 18 e i 28 anni, inserite in un ambiente dichiaratamente cristiano, con attività formative e la possibilità di maturare nella fede cattolica. Non è clandestina, non è controversa e non viene descritta come una minaccia alla parità. È presentata per ciò che è: un servizio femminile costruito intorno alle esigenze spirituali e ai valori di una comunità religiosa.

Nella stessa città operano il Pensionato femminile Madre Cabrini, gestito dalle Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, e diversi pensionati universitari classificati dalla stessa Diocesi di Roma come istituti religiosi femminili.

Nessuno pretende che queste strutture accolgano uomini per dimostrare la propria integrazione. Nessuno sostiene che una studentessa ospitata dalle suore sia vittima di apartheid sessuale perché vive in una residenza riservata alle donne. Si riconosce che esistono esigenze di sicurezza, convivenza, formazione religiosa e intimità che possono giustificare servizi dedicati.

Ed è giusto così.

Il problema nasce quando lo stesso principio viene applicato all’Islam. A quel punto ciò che per le cattoliche è libertà associativa, per le musulmane diventa arretratezza. Ciò che per le suore è identità religiosa, per una donna in burkini diventa mancata integrazione.

Non è una differenza giuridica. È una gerarchia culturale razzista e islamofobia.

La società laica separa continuamente uomini e donne

Bagni, spogliatoi, dormitori, reparti, rifugi per vittime di violenza e numerosi servizi sportivi vengono comunemente distinti per sesso o riservati alle donne.

Lo facciamo perché riconosciamo che la privacy corporea esiste. Riconosciamo che non ogni spazio deve necessariamente essere misto e che la parità non consiste nell’abolizione forzata di ogni distinzione.

Una donna che preferisce cambiarsi senza uomini presenti non sta dichiarando l’inferiorità femminile. Una vittima di violenza che sceglie un ambiente esclusivamente femminile non sta discriminando l’intero genere maschile. Una palestra che offre un corso per sole donne non sta introducendo un ordinamento religioso.

La separazione temporanea e volontaria non equivale automaticamente alla segregazione.

La segregazione è un atto distruttivo che nega opportunità. Qui accade l’opposto: donne che vogliono preservare la loro privacy e che altrimenti non utilizzerebbero la piscina ottengono la possibilità concreta di farlo. Il risultato non è la loro esclusione dalla società, ma l’accesso a un servizio dal quale prima si sentivano escluse senza il bisogno di passare dal vaglio pornografico dell’occhio altrui.

Chiamarlo “ghetto” significa sostenere che l’unica integrazione accettabile sia quella nella quale la minoranza rinuncia preventivamente alle proprie esigenze ed i corpi sono denudati in modo costrittivo.

La nudità è libera soltanto quando viene scelta

La società contemporanea riconosce il diritto di frequentare spiagge nudiste, pubblicare immagini pornografiche, consumare la stessa pornografia legale e usare il corpo secondo criteri individuali più o meno accettabili.

Ma una parte della politica sembra riconoscere la libertà corporea in una sola direzione: quella dell’esposizione.

Quando una donna vuole mostrare il proprio corpo, ci viene detto che nessuno deve giudicarla. Quando una donna vuole coprirlo o evitare la presenza maschile, la sua decisione viene immediatamente sospettata di essere falsa, imposta, alienata o incompatibile con l’Occidente. Lo stesso Occidente che pochi anni fa sembrava un convento a cielo aperto con l’imposizione del codice d’abbigliamento cristiano e oggi si riscopre “libero” tramite la nudità.

È un’emancipazione molto particolare: la donna è libera, purché scelga ciò che il suo liberatore considera moderno.

L’autodeterminazione non consiste nel sostituire l’obbligo di coprirsi con l’obbligo sociale di scoprirsi. Comprende il bikini e il burkini, la spiaggia mista e la fascia femminile, oltre che il desiderio di sottrarsi allo sguardo.

Pretendere che una musulmana debba esporsi davanti agli uomini, o vedere altri corpi parzialmente nudi, come prezzo per poter nuotare non è liberarla. Significa condizionare l’accesso a un servizio alla violazione della sua concezione dell’intimità.

Dietro il linguaggio paternalistico dei “nostri valori” riemerge così uno sguardo coloniale: l’Occidente si attribuisce il potere di decidere quale forma debba assumere la libertà delle altre donne. Non ascolta ciò che chiedono; stabilisce ciò che dovrebbero desiderare.

Una polemica costruita nell’anno che precede le elezioni

L’Italia si avvicina alle elezioni politiche previste nel 2027. In questo contesto, immigrazione, Islam, sicurezza e identità culturale non sono soltanto temi sociali: sono strumenti di mobilitazione elettorale.

La trasformazione di una piccola iniziativa locale in un’emergenza nazionale segue un copione già studiato. Il rapporto Fear, Inc. del Center for American Progress ha ricostruito come fondazioni, produttori di contenuti, organizzazioni politiche e media abbiano costruito negli Stati Uniti una rete capace di diffondere definizioni deformate della sharia e dell’Islam, convertendo la paura in audience, donazioni e consenso elettorale.

Guardare verso l’Italia mostra che l’islamofobia non è necessariamente una reazione spontanea della popolazione: può essere prodotta, finanziata, professionalizzata e distribuita attraverso parole chiave sempre uguali. “Sharia”, “islamizzazione”, “sottomissione”, “sostituzione”, “ghetto”.

Esiste infatti una sovrapposizione documentata tra alcuni finanziatori dell’attivismo radicalmente pro-Israele e organizzazioni che diffondono retorica antimusulmana. Un’inchiesta del Guardian e di Responsible Statecraft ha collegato il miliardario Jeff Yass a oltre 16 milioni di dollari destinati a gruppi pro-Israele e anti-Muslim, compresi organismi accusati di propagare teorie cospirazioniste sull’infiltrazione islamica.

Nel frattempo, il governo israeliano ha aumentato enormemente i fondi destinati alla comunicazione internazionale. Nel 2026 il budget per la hasbara (propaganda sionista) e le campagne d’influenza è stato portato a circa 730 milioni di dollari; documenti depositati negli Stati Uniti hanno inoltre rivelato un programma da fino a 900.000 dollari per reclutare e coordinare influencer. La cifra di circa 7.000 dollari per contenuto, circolata sulla stampa, è una stima ricavata dal rapporto tra fondi e pubblicazioni previste.

In Europa opera inoltre ELNET, un distaccamento di AIPAC in Europa ed una rete dichiaratamente impegnata nel “rafforzamento” delle relazioni politiche e strategiche con Israele. La sua sezione italiana è attiva a Roma e Milano e concentra il proprio lavoro su esponenti della politica, della cultura e dell’economia capaci di influire sul pensiero e sulla comunicazione. ELNET documenta inoltre delegazioni, incontri e programmi rivolti a decisori europei e italiani con molti punti interrogtativi sulla trapsarenza di tali iniziative.

Sarebbe ingenuo ignorare l’esistenza di un ecosistema internazionale nel quale la rappresentazione dell’Islam come minaccia serve contemporaneamente politiche elettorali occidentali, industria mediatica della paura e difesa delle priorità israeliane. Non serve immaginare un ordine impartito per telefono: idee, finanziamenti, reti di influenza e interessi politici possono convergere senza che ogni singolo attore riceva istruzioni.

I musulmani italiani non chiedono il permesso di esistere

Il presidente della Comunità islamica di Roma, Ahmed Vall, ha spiegato che l’iniziativa nasce dalle richieste ricevute da numerose donne e ha definito incomprensibile lo scandalo suscitato da una possibilità offerta in una società libera e democratica. La struttura è privata, l’adesione volontaria e la scelta del costume completamente libera.

Questo è il punto dal quale non si può arretrare.

La comunità islamica italiana non è una delegazione straniera ospitata temporaneamente. “Musulmano” non è sinonimo di “immigrato”. Esistono molti musulmani nati in Italia, cittadini italiani, famiglie presenti da generazioni e persone italiane che hanno scelto l’Islam.

Questi italiani non devono dimostrare la propria appartenenza rinunciando alla religione. Non devono rendersi culturalmente invisibili per essere accettati. Non devono trasformare ogni richiesta in una supplica rivolta a chi si considera proprietario esclusivo dell’identità nazionale.

Continueranno a costruire luoghi di culto, attività culturali, servizi educativi e spazi nei quali praticare liberamente la propria concezione della dignità, nel rispetto della legge e dei diritti altrui.

Una piscina per donne non sottrae libertà alla società italiana. Ne aggiunge.

Permette a più persone di nuotare, socializzare, fare attività fisica e partecipare alla vita collettiva. L’unica cosa che mette davvero in pericolo è il monopolio di chi pretende di decidere quale donna sia emancipata e quale religione abbia diritto a organizzarsi.

Non è un’invasione che sta arrivando nelle piscine.

È l’Islam italiano di italiani che rifiutano di restare sulla soglia in Patria loro.

 

Immagine di copertina modificata con IA.

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Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è vicedirettore de La Luce News, attivista per i diritti dei musulmani e autore. Nei suoi libri affronta temi di filosofia, fede, ragione e critica del presente. Tra le sue opere più rilevanti figurano Deus ex logica. Le più forti argomentazioni filosofiche sull’esistenza di Dio; Il teologo autodidatta, romanzo grafico ispirato al classico medievale di Ibn Nafis; e Dalla rabbia e l’orgoglio all’umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale. La sua scrittura unisce ricerca intellettuale, sensibilità spirituale e impegno civile.

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