Il 4 marzo 2025 un ministro israeliano entra nel Parlamento europeo per parlare ufficialmente di commercio. Dopo pochi minuti la discussione riguarda Gaza, Cisgiordania, Trump, sovranità israeliana sui territori occupati e futuro politico dei palestinesi. Poi arriva una frase che dovrebbe far sobbalzare qualsiasi parlamentare europeo: con alcuni Paesi europei poco favorevoli a Israele, spiega Nir Barkat, certe forme di cooperazione potrebbero essere condotte «under the table and not publicly». Sottobanco. Lontano dal pubblico. Susanna Ceccardi è membro della Delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con Israele, D-IL, dal settembre 2024. La Luce News ha esaminato le agende, i documenti e le registrazioni disponibili delle riunioni della delegazione. Il punto è istituzionalmente grave: che cosa fa un rappresentante eletto quando davanti a lui un ministro di uno Stato straniero prospetta esplicitamente cooperazioni europee da condurre “sotto il tavolo”?
L’incontro che doveva parlare di importazioni
L’agenda ufficiale del 4 marzo è quasi banale. Barkat viene invitato a presentare la riforma israeliana What’s Good for Europe is Good for Israel, costruita per riconoscere standard europei, ridurre gli ostacoli alle importazioni e rafforzare il commercio UE-Israele. È l’unico vero punto politico all’ordine del giorno. La registrazione racconta tutt’altro. Attorno al minuto 34, discutendo delle relazioni internazionali israeliane, Barkat afferma, nella trascrizione effettuata dalla nostra redazione: «We collaborate with the US especially Trump administration but some EU States are not too friendly so if we wanna cooperate in those contexts we might wanna do it under the table and not publicly». Non sta parlando davanti a una platea privata. È dentro il Parlamento europeo. Non sta parlando con giornalisti davanti a un aperitivo. Sta parlando con eurodeputati incaricati istituzionalmente di gestire e controllare le relazioni con Israele. E non dice semplicemente che la diplomazia richiede discrezione. Utilizza precisamente l’espressione “under the table”, aggiungendo “not publicly”, riferendosi ai contesti europei meno favorevoli a Israele. La frase non scatena alcuna crisi nella sala. La discussione prosegue cordialmente. Ceccardi interviene successivamente per parlare dell’impatto della politica tariffaria di Trump. La domanda è perché una dichiarazione del genere non abbia provocato una richiesta immediata di chiarimento. Quali forme di cooperazione? Con quali Stati? Attraverso quali interlocutori? Perché dovrebbero avvenire senza pubblicità? Cosa significa esattamente “sotto il tavolo” quando lo pronuncia un ministro straniero dentro un’istituzione eletta?
Da commercio a Gaza: Barkat detta la propria mappa del Medio Oriente
Da quel momento Barkat non si limita più all’economia. Parla di Hamas, Gaza e Cisgiordania, che chiama sistematicamente “Judea e Samaria”. La stessa stampa pro-Israele che ha celebrato l’incontro riporta che Barkat propose ai parlamentari europei una prospettiva nella quale i palestinesi della Cisgiordania non avrebbero uno Stato sovrano, ma una federazione di entità locali o tribali modellata sugli Emirati Arabi Uniti. La formula usata è brutale nella sua semplicità: i palestinesi devono decidere se vogliono che la Cisgiordania diventi “Dubai o un’altra Gaza”. È una proposta incompatibile con la linea politica ufficiale dell’Unione europea, che continua a sostenere uno Stato palestinese indipendente accanto a Israele e considera illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nel 2026 l’UE ha nuovamente ribadito che gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale e che l’espansione del controllo israeliano sta distruggendo la possibilità stessa dei due Stati. Barkat non nasconde neppure il proprio quadro ideologico. Nella registrazione giustifica il diritto degli israeliani a vivere nei territori occupati e il rapporto esclusivo con Gerusalemme ricorrendo alla Bibbia come giustificazione. Poche settimane dopo avrebbe dichiarato pubblicamente che era arrivato il momento della “sovranità” israeliana su Judea e Samaria. La questione riguarda la qualità del contraddittorio offerto da parlamentari europei davanti a un ministro straniero che utilizza il Parlamento per promuovere un progetto territoriale opposto alla politica dell’Unione che quegli stessi parlamentari rappresentano.
E qui entra Susanna Ceccardi
Perché la posizione di Ceccardi non parte dal 4 marzo 2025. Nel 2023, durante l’elaborazione della raccomandazione del Parlamento europeo sulle relazioni con l’Autorità palestinese, Ceccardi sottoscrisse con altri eurodeputati una serie di emendamenti che oggi assumono un peso particolare. Nel primo proponeva di eliminare dal testo Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. In un altro chiedeva di sostituire il sostegno esplicito dell’UE alla soluzione dei due Stati — Israele e Palestina entro i parametri del 1967 — con la molto più vaga richiesta di una “soluzione pacifica tra lo Stato di Israele e Palestina”. Un altro emendamento è ancora più significativo. Il testo originario diceva: “gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati sono illegali”. Ceccardi, Anna Bonfrisco e Marco Zanni proposero di sostituire la parola “illegal” con “contested”: non illegali, ma “contestati”. È difficile liquidarlo come dettaglio semantico. La posizione dell’Unione europea e del diritto internazionale richiamato dalle istituzioni europee è che gli insediamenti sono illegali. Trasformarli in territori semplicemente “contestati” significa modificare radicalmente il quadro giuridico in favore della posizione israeliana. Ceccardi sottoscrisse inoltre un emendamento per eliminare la richiesta agli Stati membri di riconoscere lo Stato palestinese, sostituendola con un generico invito a promuovere una soluzione pacifica. Tre anni dopo l’Unione afferma ancora il contrario: insediamenti illegali, diritto all’autodeterminazione palestinese, due Stati. Questo dimostra qualcosa di verificabile: su alcuni dei punti più importanti del conflitto, Ceccardi ha già tentato attraverso atti parlamentari di spostare la posizione europea in una direzione nettamente più favorevole alle rivendicazioni israeliane. Ed è precisamente per questo che il suo silenzio davanti alle affermazioni di Barkat merita più attenzione, non meno. Vi è una connessione?
ELNET e la presidente della delegazione
Poi c’è un altro livello della vicenda. La Delegazione UE-Israele è presieduta da Hildegard Bentele. ELNET, European Leadership Network, è un’organizzazione iscritta nel sistema europeo di trasparenza che dichiara apertamente come propria missione il rafforzamento delle relazioni tra Israele, Europa e NATO. È una struttura che dipende dalla lobby AIPAC. Ed è proprio per questo che le sue relazioni con chi dirige la delegazione parlamentare possono essere ricostruite attraverso documenti pubblici. Il 7 e l’8 gennaio 2025 ELNET accompagnò Bentele in Israele per una missione durante la quale incontrò membri della Knesset, funzionari del ministero della Difesa e organizzazioni come Palestinian Media Watch e IMPACT-se. ELNET spiegò pubblicamente che l’obiettivo comprendeva lo studio di UNRWA e della legislazione israeliana adottata contro l’agenzia ONU. Poche settimane dopo Bentele divenne presidente della Delegazione per le relazioni con Israele. Quando fu nominata, ELNET pubblicò un messaggio di congratulazioni dicendo esplicitamente di voler continuare a lavorare con lei per rafforzare le relazioni Europa-Israele. Il rapporto non si è fermato lì. I registri del Parlamento europeo documentano successivamente incontri di Bentele con ELNET precisamente nella sua qualità di presidente della delegazione D-IL; il 15 aprile 2026, per esempio, l’incontro dichiarato ha come oggetto “EU-Israel Relations”. Bentele compare inoltre tra gli speaker del Jerusalem Summit 2026 di ELNET. I dati aggregati sulle dichiarazioni parlamentari registrano almeno cinque incontri tra Bentele ed ELNET. Non abbiamo trovato, invece, un incontro Ceccardi-ELNET dichiarato. Ma questo non elimina la questione istituzionale. La presidente dell’organismo parlamentare incaricato di gestire le relazioni con Israele mantiene rapporti pubblici e ripetuti con un’organizzazione la cui missione dichiarata consiste precisamente nel rafforzare le relazioni politiche e strategiche tra Israele e l’Europa. Dopo Qatargate l’Unione europea dovrebbe avere imparato che la trasparenza nei rapporti con gli interessi di Stati terzi non è un optional e non può essere richiesta soltanto quando il Paese interessato è un avversario politico. Se un’organizzazione turca, qatariota, cinese o russa avesse accompagnato il futuro presidente di una delegazione parlamentare nel proprio Paese, organizzato incontri con ministeri e parlamentari, dichiarato pubblicamente di voler continuare a lavorare con lui e mantenuto successivamente incontri istituzionali sulla politica bilaterale, sarebbe perfettamente normale che i giornalisti esaminassero quel rapporto. Israele non può costituire un’eccezione metodologica.
Una delegazione diplomatica o una camera di risonanza?
È qui che il problema tocca ancora di più Ceccardi. Le delegazioni del Parlamento europeo non sono gruppi di amicizia privati. Non sono associazioni Italia-Israele. Non sono organismi di advocacy. Sono strutture ufficiali di un Parlamento eletto da centinaia di milioni di cittadini e servono a praticare diplomazia parlamentare rappresentando le posizioni e gli interessi dell’Unione europea. La presidente Bentele ha dichiarato davanti a Barkat che l’Europa avrebbe molto da imparare da Israele sul piano dell’innovazione e della difesa. La stampa pro-Israele ha descritto quell’incontro in termini estremamente positivi. Ma nella stessa stanza Barkat propone di sostituire uno Stato palestinese con entità tribali, utilizza “Judea e Samaria” per territori che l’UE definisce occupati e illegittimamente colonizzati, contesta le ricostruzioni sulle vittime di Gaza e prospetta cooperazioni non pubbliche nei Paesi europei meno amici, parla di accordi sottobanco. A quel punto non basta più fotografare strette di mano. Serve controllo. Serve contraddittorio. Serve sapere dove finisce la diplomazia e dove rischia di cominciare l’acquiescenza. Serve sapere la portata della connessione fra Ceccardi e la galassia della lobby sionista.
Le domande a cui Ceccardi deve rispondere
Susanna Ceccardi è stata eletta dai cittadini italiani. È quindi a loro, non al governo israeliano, che deve rendere conto della propria attività. Ha ascoltato direttamente l’affermazione di Barkat sulla cooperazione “under the table and not publicly”. Come l’ha interpretata? Perché non risulta una sua richiesta pubblica di chiarimento su quali Stati europei o quali forme di cooperazione intendesse il ministro? È a conoscenza di rapporti politici, economici o istituzionali israelo-europei deliberatamente mantenuti fuori dallo scrutinio pubblico? Condivide la proposta di Barkat di sostituire la sovranità palestinese con una federazione di entità locali? Considera ancora gli insediamenti israeliani semplicemente “contestati”, come proponeva il suo emendamento del 2023, oppure riconosce oggi la posizione dell’UE secondo cui sono illegali? Sostiene la nascita di uno Stato palestinese sovrano? Ritiene che Gerusalemme debba poter essere capitale anche dello Stato palestinese? Quale giudizio dà dei rapporti tra la presidenza della delegazione D-IL ed ELNET? Ritiene sufficiente l’attuale sistema di trasparenza sui contatti tra eurodeputati, organizzazioni di advocacy e rappresentanti di governi stranieri? Queste non sono insinuazioni. Sono domande di controllo democratico prodotte dai documenti stessi.
Il problema non è solo ciò che è nascosto. È già ciò che è già davanti ai nostri occhi
È facile trasformare una indagine sull’influenza israeliana in una discussione sul complottismo. Qui non serve alcun complotto. Il video è sul sito del Parlamento europeo. L’agenda è sul sito del Parlamento europeo. Gli emendamenti di Ceccardi sono depositati. Gli incontri della presidente della delegazione sono dichiarati. ELNET pubblica apertamente le proprie attività. Barkat pronuncia pubblicamente la frase “under the table”. Il problema non è una rete invisibile. Il problema è quanto sia diventata normale una rete perfettamente visibile senza che quasi nessuno ritenga necessario interrogarla. Quando un ministro straniero arriva a Bruxelles e suggerisce che nei Paesi europei meno favorevoli al suo governo si possa cooperare sottobanco, il Parlamento europeo non dovrebbe offrirgli soltanto una sala e una sessione di domande amichevoli. Dovrebbe chiedergli conto di ogni parola. E quando dentro quella stessa struttura siedono parlamentari che in passato hanno cercato di cancellare dai testi europei il riconoscimento della Palestina, Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati e perfino la definizione giuridica dell’illegalità degli insediamenti, diventa legittimo chiedere chi stia influenzando chi e quali interessi vengano effettivamente difesi. Susanna Ceccardi lavora in un organismo deputato ai rapporti con Israele, possiede una storia parlamentare fortemente allineata ad alcune delle rivendicazioni israeliane e si trovava dentro un contesto nel quale un ministro israeliano ha parlato apertamente di cooperazione “under the table”. Per una democrazia, questo è già abbastanza per pretendere risposte. E stavolta non sotto il tavolo. In pubblico.



