In occasione del 1500° anniversario della nascita del Profeta Muhammad, pubblichiamo questa riflessione di Seyed Majid Emami, direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, dedicata al significato della figura del Profeta dell’Islam nel contesto europeo contemporaneo. Il contributo affronta, dalla prospettiva dell’autore, i temi del dialogo tra le religioni abramitiche, della convivenza, dell’islamofobia e del ruolo della tradizione religiosa di fronte alle tensioni del presente. Il testo viene proposto ai nostri lettori come contributo al confronto e alla conoscenza reciproca; valutazioni e interpretazioni espresse sono riconducibili all’autore.
Millecinquecento anni dopo la nascita di un Profeta la cui missione è stata definita “una misericordia per i mondi”, il globo, e in particolar modo le società europee, si trovano a un crocevia storico per una rinnovata comprensione delle tradizioni religiose. In un’epoca in cui le ondate di islamofobia, la prepotenza e le occupazioni, le polarizzazioni politiche e i cliché mediatici minacciano i diritti culturali e la coesistenza pacifica, la rilettura della condotta (Sira) del Profeta dell’Islam (la pace sia con lui e con la sua Famiglia) non costituisce meramente una commemorazione storica, bensì un’oggettiva necessità per il dialogo, la reciproca comprensione e la colmatura delle fratture identitarie nel Vecchio Continente.
Oltrepassare la barriera dell’islamofobia attraverso la conoscenza diretta.
L’islamofobia contemporanea in Occidente si nutre sovente del sostrato dell’ignoranza, del timore dell'”altro” e di rappresentazioni mediatiche che presentano il Profeta dell’Islam come una figura estranea ai valori morali universali. Il superamento di tale impasse esige la sostituzione delle narrazioni distorte con uno studio storico e non mediato della condotta morale, della tolleranza e della sollecitudine verso il prossimo di Muhammad (S) l’Eletto (il Prescelto, Mustafa). Eventi quali il “Patto di Medina”, in quanto più antico documento civile scritto volto a sancire la coesistenza pacifica tra i seguaci di diverse confessioni religiose, costituiscono una fulgida testimonianza del fatto che il paradigma profetico si fonda sul rispetto della dignità umana e sulla tutela dei diritti di cittadinanza di ciascun singolo membro della società; una tradizione dinamica che si allinea perfettamente all’odierna necessità europea di coesione sociale. Nel suo codice etico e comportamentale non sussisteva alcuna discriminazione, né concettuale né fattuale, tra etnie, razze e lingue: il romano, il persiano, l’africano e l’hegiazeno (l’arabo) godevano di assoluta parità, e la fratellanza rappresentava una prassi e una legge universale per l’edificazione della società.
L’essenza unica delle religioni abramitiche: monoteismo, pace e servizio.
L’Islam e il Cristianesimo, nella loro infrastruttura teologica ed etica, poggiano su una matrice comune: la fede nell’Unico Dio, la sequela degli uomini puri e giusti, la promozione di una pace equa e l’incondizionato servizio alle creature di Dio. Gli insegnamenti di Gesù Cristo (la pace sia su di lui) in merito all’amore e all’abnegazione intessono un legame indissolubile con la missione di Muhammad (S), finalizzata alla rivivificazione delle nobili virtù morali e all’assistenza dei più umili. Egli stesso proferì: “Invero, sono stato inviato unicamente per portare a supremo compimento le virtù morali”. L’eccellenza etica costituisce il pilastro più universale delle religioni e si fonda sull’integra rettificazione dei rapporti dell’essere umano con sé stesso, con Dio, con la società e con l’ambiente naturale; in ciascuno di questi ambiti, la condotta pragmatica di quel Riformatore Divino, avvalorata dalla Rivelazione, rappresenta una guida ineguagliabile e un voluminoso registro che attende ancora di essere riletto. Le pubblicazioni, gli articoli, le opere multimediali e, peggio ancora, le produzioni cinematografiche e letterarie, non solo hanno omesso di presentare tali precetti in Occidente, ma hanno altresì frapposto le oscure nubi dell’illusione e del vilipendio dinanzi a questo sole sfolgorante. Nelle società odierne, le quali si trovano alle prese con la crisi di senso, la solitudine dell’uomo contemporaneo, l’individualismo esasperato e il declino della famiglia naturale, il ritorno a queste radici comuni costituisce un paradigma essenziale per sanare le lacerazioni sociali.
La vera pace non si consegue mediante l’annichilimento delle diversità, bensì attraverso il riconoscimento e la salvaguardia dell’essenza morale comune, la quale ravvisa nel servizio al prossimo la somma manifestazione della servitù al Creatore.
La cultura profetica e il mondo contemporaneo.
Nel tumulto della civiltà materialista e nella frenesia della vita contemporanea, mantenere vivi il nome e la dottrina delle guide divine quali Abramo, Mosè, Gesù e Muhammad (la pace sia su tutti loro) rappresenta lo scudo più efficace contro la crisi d’identità e l’oblio dell’etica. La riconsiderazione della figura del Profeta dell’Islam, in occasione del millenacinquecentesimo anniversario della sua nascita, offre un’opportunità propizia alle istituzioni accademiche, culturali e civili europee affinché, trascendendo i pregiudizi, dischiudano una nuova finestra verso il pensiero profetico. Il Profeta dell’Islam è un patrimonio spirituale per l’intera umanità. La promozione del suo approccio compassionevole, razionale ed etico si configura come il più efficace antidoto contro le correnti estremiste e le ondate di islamofobia, e getterà le basi per la realizzazione di un’Europa plurale, fondata sulla giustizia, sul rispetto reciproco e su una pace duratura.
Nella vita dei musulmani, l’amore e la sequela del Profeta costituiscono la via della salvezza, nonché parte integrante della memoria storica e della cultura popolare. In Iran, il nome maschile di gran lunga più diffuso è Muhammad; il fiore autoctono più fragrante e splendido del Paese – una varietà di rosa da cui si estraggono i profumi più pregiati al mondo – reca il nome di “Rosa di Muhammad” (Gol-e-Mohammadi); e il cognome più ricorrente è Mohammadi. Il Profeta è il nostro padre spirituale, ed è una raccomandazione perentoria e una virtuosa tradizione (Sunnah) quella per cui, innumerevoli volte al giorno e non appena si ode il suo nome, affiori alle labbra una melodiosa invocazione denominata Salawat: “O Allah, benedici Muhammad e la famiglia di Muhammad”. Le benedizioni divine su di lui, sulla sua progenie e sui suoi autentici seguaci, non sono unicamente una formula reiterata, bensì un onnicomprensivo riparo affinché non dimentichiamo di essere la Comunità (Ummah) di Muhammad (S), e che il suo precetto più universale fu la magnanimità del carattere; affinché non dimentichiamo che Muhammad (S) è un Profeta che ha prestato fede ai Profeti a lui antecedenti, e tale fede dà forma alla Comunità di Abramo e all’Unica Comunità Universale (Ummah Wahidah); pertanto, la coesistenza e l’unità non rappresentano una mera mossa tattica di una minoranza in seno a una maggioranza, bensì costituiscono un dovere imprescindibile, l’essenza stessa della religiosità e della fede.
Occorre rivolgere gli auguri per la nascita di Muhammad (S) e per il mese di Rabi’ al-Awwal ad ogni monoteista e credente, sia cristiano che musulmano, ed estendere l’auspicio di tale gioia e letizia a tutti gli oppressi, agli afflitti e alle vittime della guerra, dell’occupazione, della carestia e della povertà, con un pensiero particolare all’oppressa Gaza. In un mondo in cui il diritto e l’etica sono divenuti questioni di infima rilevanza per i detentori del potere e del capitale, si impone il dovere di pregare per l’emancipazione dei popoli dal terrorismo, dalla guerra economica, dalla corsa agli armamenti e, fattore ancor più cruciale, dall’apatia e dall’indifferenza, nella speranza della salvezza dell’essere umano e dell’unità tra i seguaci di Gesù Cristo e di Muhammad (S) l’Eletto.
Seyed Majid Emami Direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran a Roma




