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Home Islam

La libertà religiosa non è un favore: Conte rompe un tabù sui musulmani italiani

by Davide Piccardo
Settembre 4, 2026
in Islam, Italia, Prima Pagina, Voci
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La libertà religiosa non è un favore: Conte rompe un tabù sui musulmani italiani
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Venezia, ventimila musulmani, un terreno comprato con i propri fondo, un progetto concordato con la giunta precedente, e oggi un sindaco che si nasconde dietro la parola “integrazione” senza mai dire cosa intenda davvero. Da questa vicenda emblematica parte il presidente Conte nel suo importante intervento pubblicato sulla rivista Rinascita qualche giorno fa.

Un’amministrazione ti dice “prima integratevi” senza spiegarti cosa significhi in pratica, e senza avere realmente il diritto, come ha ricordato Cacciari sul Corriere, di definire cosa sia l’integrazione, sta prendendo tempo e facendo propaganda.

L’intervento di Conte merita grande attenzione. Contestare l’enunciato di Galli della Loggia, ovvero l’idea che l’Islam non conosca la laicità, chiamando in causa Olivier Roy e tredici secoli di storia islamica non è una strada consueta per i canoni della politica italiana. Conte non giudica il presente da solo: lo legge alla luce della Storia. Ricorda che al-Qaeda non esisteva in Iraq prima del 2003, che l’Isis non c’era in Siria prima del 2011. Risale alle cause, non per assolvere ma per capire. La classe politica italiana questa coscienza storica l’ha quasi persa del tutto: tratta ogni fenomeno come se nascesse oggi, senza radici. Ed è proprio questa amnesia a rendere possibile la propaganda che Conte, giustamente, condanna.

C’è anche una ragione più semplice per cui questo pezzo colpisce: non parte dall’eccezionalismo. Noi musulmani italiani siamo abituati a essere trattati come un corpo estraneo, a cui si chiede sempre qualcosa in più, una condanna preventiva, una prova di lealtà. È lo stesso meccanismo del “prima integratevi” di Venezia. Conte tratta l’Islam come una componente della società italiana tra le altre, non come un’anomalia da giustificare ogni volta da capo. È la differenza tra partire dalla parità e partire dal sospetto.

Su un punto aggiungo qualcosa: la preoccupazione dei ceti popolari di cui parla Conte non nasce dal contatto con culture diverse in sé, ma dall’assenza di politiche serie sulla gestione dei flussi e sulla sicurezza urbana, che si somma a politiche economiche che impoveriscono le classi popolari, italiane e straniere insieme. È quel mix a essere pericoloso, non la diversità. Ed è peggio quando una certa politica, per coprire i propri fallimenti su lavoro, sanità, salari, sceglie di soffiare su una guerra tra poveri.

Nel suo intervento Conte si premura di definire la matrice cristiana, il principale elemento identitario del paese:  su questo non si può non concordare e ritengo che ciò vada considerato e rispettato. Nel dibattito pubblico su Islam e musulmani italiani trovo sempre lo stesso riflesso, cristianesimo e Islam come mondi incompatibili. Nella mia esperienza è quasi il contrario: il senso del sacro, la famiglia, il pudore, l’idea di una legge morale prima di quella scritta nei codici sono terreni condivisi più di quanto si dica — e spesso i musulmani italiani li custodiscono con più cura di tanti italiani che quella tradizione l’hanno ricevuta in eredità e poi lasciata cadere.

C’è poi un dato che l’Istat certifica da anni e che il dibattito pubblico rimuove: l’Italia ha un problema demografico enorme. In questo momento storico l’Italia ha bisogno di tutti i suoi cittadini, compresi quelli musulmani, che danno e daranno un contributo vero alla crescita del paese. Per questo lo ripeto: chi mina la coesione sociale parlando di espulsioni di massa, di remigrazione, di rimpatri su base etnica, non fa il patriota. Fa il sabotatore.

Va detto anche che la presenza islamica in Italia non comincia oggi. C’è una storia di dialogo con la Chiesa cattolica e con i concittadini cattolici, fatta di incontri e prese di posizione comuni. E c’è una storia, altrettanto documentata, di condanne pubbliche e di difesa della Costituzione da parte delle organizzazioni islamiche italiane, contro pratiche attribuite all’Islam come religione quando in realtà sono retaggi culturali di paesi specifici, spesso condannati e combattuti dagli stessi musulmani italiani prima ancora che dal dibattito pubblico.

I musulmani, come chiunque altro, hanno il dovere di rispettare la legge: nessuna ambiguità. Ma la stessa Costituzione che impone quel dovere tutela anche la libertà di opinione e le convinzioni religiose legittime, dentro la libertà di coscienza garantita dagli articoli 19 e 21. C’è un grande, annoso ed  importante dibattito in seno alla società italiana su questo punto e non è stato certamente innescato dalla presenza dei musulmani bensì dal rapporto con la Chiesa e con i cattolici, è compito della politica avere questa cultura, questa sensibilità ed essere in grado di tutelare entrambe le esigenze.

Su un fronte più concreto ritengo che siano i numeri a venirci in soccorso:  i musulmani in Italia sono circa tre milioni, più di un milione dei quali cittadini italiani. Una comunità di queste dimensioni non ha bisogno di tolleranza, ha bisogno di rappresentanza vera, nelle amministrazioni locali, nei media, nei partiti. E quella rappresentanza comincia già a farsi sentire nelle urne: al referendum di marzo sulla giustizia il No ha vinto con quasi due milioni di voti di scarto, con una mobilitazione capillare passata anche dalle moschee e dalle reti comunitarie.

E infine un numero che dice quasi tutto: in Italia esistono circa 1.200 luoghi di preghiera islamici, la maggior parte relegati nell’informalità per l’assenza di una legge quadro sui luoghi di culto e per il moltiplicarsi di veti locali dietro cui ogni amministrazione preferisce nascondersi piuttosto che decidere. È un problema amministrativo che diventa sociale, e che dura da decenni.

Conte scrive che l’integrazione non è un favore che si concede. È forse la frase più importante del suo articolo, e su quella si può costruire qualcosa. Ma un dovere reciproco va onorato fino in fondo, non a metà. Alle istituzioni tocca smettere di usare il diritto di culto come merce elettorale, smettere di girarsi dall’altra parte quando esponenti di primo piano della maggioranza di governo diffondono odio a piene mani, e affrontare finalmente il nodo dei 1.200 luoghi di preghiera. A noi tocca uscire dall’invisibilità e prenderci la responsabilità pubblica di parlare con voce nostra. Il pezzo di Conte non parte dal sospetto, parte dalla parità. È un punto di partenza raro, ed è l’inizio di un confronto di cui l’Italia ha un bisogno enorme.

Tags: ConteIslammoschee
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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