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Home Islam

Cartagine, dal sacrificio umano all’Islam: il Tophet e il rischio di mitizzare il passato pre-islamico

by Sabri Ben Rommane
Aprile 18, 2026
in Islam, Storia, Tunisia, Voci
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Cartagine, dal sacrificio umano all’Islam: il Tophet e il rischio di mitizzare il passato pre-islamico
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Tra archeologia, dibattito storiografico e memoria religiosa: cosa racconta davvero uno dei luoghi più inquietanti della Tunisia antica.

C’è una tendenza crescente, oggi, in Tunisia a evocare l’era pre-islamica come se fosse un’età da restaurare senza riserve in chiave anti-islamica. È una tentazione tuttavia fragile sul piano storico. Cartagine fu certamente una grande civiltà mediterranea, capace di influenzare commerci, cultura urbana e arte; ma il suo lascito non è fatto soltanto di gloria, strategia e magnificenza. Dentro quel passato c’è anche il Tophet di Salammbô, uno dei luoghi più controversi e impressionanti dell’archeologia nordafricana, inserito nel sito UNESCO di Cartagine.

Il Tophet era un recinto sacro del mondo punico. Le fonti museali ed epigrafiche collegano questo spazio al culto degli idoli Tanit e di Baal Hammon: centinaia di stele iscritte attestano voti e dediche rivolte a queste due divinità, mentre le urne rinvenute sul sito contenevano resti cremati di neonati, piccoli bambini e, in alcuni casi, animali. Il Louvre segnala che molte iscrizioni del corpus punico di Cartagine ruotano proprio attorno a offerte a Tanit e Baal Hammon; il British Museum descrive il Tophet come un recinto religioso dove stele funerarie venivano collocate sopra urne con resti combusti posti sotto la protezione di Tanit e del suo consorte Baal Hammon.

Su un punto, però, la serietà impone prudenza: il significato preciso di queste sepolture è ancora discusso. Uno studio pubblicato nel 2010, basato sull’analisi di 348 urne e di 540 individui, ha sostenuto che il Tophet fosse soprattutto un cimitero per bambini morti poco prima o poco dopo la nascita, e che i resti non provino necessariamente un sacrificio sistematico. Un altro studio apparso su Antiquity nel 2011 è giunto invece a una conclusione diversa, ritenendo “molto probabile” il sacrificio, perché la maggioranza degli infanti analizzati sarebbe morta tra il primo e il secondo mese di vita. Nel 2013 la stessa rivista ha registrato apertamente il contrasto tra le due letture, formulando la domanda in modo netto: “cimitero o sacrificio?”.

Se da un lato è vero che non si può usare il Tophet per ridurre tutta Cartagine a una caricatura sanguinaria, al contempo Ma non si può idealizzare il passato punico come se fosse un innocente paradiso perduto. L’archeologia, qui, non autorizza né il mito identitario né la propaganda anticartaginese; obbliga piuttosto a guardare in faccia una civiltà reale, attraversata da pratiche anche brutali che l’islam ha contributo a fermare.

In questo quadro, l’arrivo dell’Islam nel Maghreb segna infatti una svolta storica decisiva elevando la Storia non solo a “fiaba” da leggere come intrattenimento ma anche strumento per valutazioni deontologiche. Dopo la conquista araba del VII secolo, con l’occupazione della Tunisia nel 670 e la fondazione di Kairouan come primo centro di amministrazione araba nella regione, il Maghreb entrò progressivamente in un nuovo orizzonte religioso e civile; secondo Britannica, entro l’XI secolo le popolazioni berbere erano ormai islamizzate. Per chi legge questa storia da una prospettiva musulmana, non si tratta di cancellare il passato, ma di distinguere tra eredità archeologica e modello spirituale. Si può studiare Cartagine, conservarne le rovine e riconoscerne la grandezza storica, senza per questo trasformarla in un’utopia da rimpiangere e anzi riconoscendo i limiti che l’arrivo dell’Islam ha indubbiamente contribuito a superare.

La lezione del Tophet, allora, non è lo scontro sterile tra “antico” e “moderno”. È una lezione più sobria. La Tunisia non ha bisogno di mitizzare il proprio prima-islamico per avere una profondità storica e non dovrebbe usare il periodo pre-islamico per fini propagandastici in chiave ultra-secolare ed anti religiosa. Quella profondità esiste già e la tradizione Berbera ne fa parte integrante. Ma, per un credente, essa trova nell’Islam il suo criterio morale più limpido: non l’adorazione del passato in quanto tale, bensì il discernimento su ciò che del passato merita memoria e ciò che, invece, merita superamento.

Tags: antichitàarcheologiaBaal HammonberberiCartagineciviltà punicadibattito storiograficoepigrafiaIdentitàIslamKairouanMaghrebmemoria religiosasacrifici infantiliSalammbôstoria religiosaTanitTophetTunisiaUNESCO
Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è vicedirettore de La Luce News, attivista per i diritti dei musulmani e autore. Nei suoi libri affronta temi di filosofia, fede, ragione e critica del presente. Tra le sue opere più rilevanti figurano Deus ex logica. Le più forti argomentazioni filosofiche sull’esistenza di Dio; Il teologo autodidatta, romanzo grafico ispirato al classico medievale di Ibn Nafis; e Dalla rabbia e l’orgoglio all’umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale. La sua scrittura unisce ricerca intellettuale, sensibilità spirituale e impegno civile.

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