C’è un popolo, il popolo palestinese, che da tempo immemorabile, almeno dagli anni trenta del secolo scorso, vive in un incubo, un incubo dal quale purtroppo ancora non è riuscito a risvegliarsi, e di cui non si vede la fine, ma che anzi diventa di anno in anno peggiore.
Nei primi anni del novecento un’ideologia, il sionismo, nata sostanzialmente su un mito, quello del ritorno in una terra millenni prima appartenuta agli ebrei, -cosa neppure poi così scontata e storicamente semplice da dimostrare-, in seguito alla quale, nel corso del novecento, coloni provenienti prevalentemente dall’est Europa si sono riversati in Palestina. Questi coloni appartenevano generalmente ad etnie con radici storico-geografiche che poco o nulla avevano a che fare con gli ebrei del tempio di Salomone, che come ci raccontano a scuola, furono dispersi nel mondo nel 70 dopo Cristo, dalle quadrate legioni romane di Tito imperatore.
Dapprima, verso la fine del diciannovesimo secolo, questi immigrati fondarono colonie agricole nate acquistando la terra da proprietari terrieri locali, poi i nuovi arrivati si espansero sempre di più adottando una strategia simile a quella adottata dal cuculo, l’uccello che entrato in un nido altrui, ne spinge lentamente ma inesorabilmente fuori a forza i pulli, figli naturali di quegli altri uccelli che quel nido avevano con fatica costruito.
Nel corso dei decenni il cuculo sionista si è espanso a spese degli abitanti originari della Palestina emarginandoli sempre di più; cacciandoli dalle loro terre e dalle loro case, e uccidendoli se necessario, senza pietà; non esitando neppure di fronte a massacri di civili inermi che nulla hanno da invidiare a quelli perpetrati dai nazisti nel corso della seconda guerra mondiale: Der Yassin un villaggio palestinese, tanto per citare un episodio ormai remoto nel tempo, non ebbe sorte diversa da quella toccata a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema. Oggi invece assistiamo impotenti alla strage infinita di adulti e di bambini a Gaza, tutti i giorni che Dio manda.
Basta osservare una carta geografica della Palestina dei primi anni del secolo scorso e confrontarla con quella attuale per rendersi conto di quanto questa espansione sia stata spietata e abbia tutto divorato, lasciando ai palestinesi solo brandelli di territorio; attualmente, almeno sulla carta, Gaza e la Cisgiordania; territori che, come ci informa la terribile cronaca di questi tempi di fango, sono anch’essi attualmente in procinto di essere inghiottiti, in modo cruento e disumano, dallo Stato degli ebrei, o come amano definirlo compiaciuti i tanti corifei nostrani del sionismo, dall’unica democrazia del Medio Oriente.
Israele è però uno Stato coloniale sui generis. Nasce sulla rapina di una terra altrui, esattamente come accadeva alle colonie africane e asiatiche del diciannovesimo e del ventesimo secolo; ma a differenza delle potenze coloniali passate che si limitavano ad occupare un territorio e a sfruttarlo magari in modo spietato, senza però espellerne gli abitanti indigeni, il sionismo ha operato in modo da sbarazzarsi di quanti più palestinesi gli è stato possibile, attuando quella che tecnicamente si chiama pulizia etnica; una pulizia etnica infinita, spietata e radicale.
È stato obbiettato a chi si è stracciato le vesti per i fatti del 7 ottobre del 2023, episodio sicuramente sanguinoso, – purtroppo mai l’ingiustizia produce giardini di rose- anche se raccontato dai nostri media in modo molto partigiano e parziale, che il 7 ottobre non nasce dal nulla; che il 7 ottobre nasce da una lunga e dolorosa storia di prepotenze, di angherie, e di vessazioni come forse mai si erano viste nella pur travagliata e sanguinosa storia umana.
Ma nemmeno la guerra del 1948, -guerra che vide contrapposti gli eserciti di alcuni paesi arabi ad un esercito sionista molto ben preparato e di loro molto più potente-, nasce dal nulla; nasce soprattutto da una scellerata decisione dell’appena costituita ONU, decisione presa su pressione della lobby sionista internazionale, di assegnare metà del territorio palestinese ad una minoranza di immigrati ebrei, che possedevano sì e no il 6 per cento di quel territorio.
Una decisione scellerata che prevedibilmente non avrebbe potuto essere accettata dal mondo arabo e che avrebbe scatenato quella guerra, che avrebbe poi innescato quella serie di catastrofici eventi che ci portano ai giorni nostri; alla mostruosa situazione nella quale si trovano oggi i civili palestinesi di Gaza, e gli abitanti della Cisgiordania, oggetto di un sistematico e scientifico genocidio e di un’altrettanta sistematica e scientifica pulizia etnica.
Lo Stato sionista è oggi uno Stato potente ed armatissimo, in simbiosi con la superpotenza americana, in possesso di un numero indeterminato di testate atomiche; uno Stato che è una minaccia permanente per tutti gli Stati confinanti e non solo; uno Stato che non si fa scrupolo di condannare a morte e di assassinare chi ritiene suo nemico, o anche, è il caso di molti scienziati iraniani, chi pensa possa essere un potenziale pericolo, e di bombardare, senza remora alcuna, Stati sovrani che gli sono ostili, ma anche Stati, è il caso della Siria, a cui elargisce un’innaffiata di bombe, così, giusto per ricordare a chi si fosse distratto, chi comanda in zona.
Uno Stato, Israele, che è un vero incubo; l’incubo reale nato su un sogno sostanzialmente razzista. Israele nasce come Stato degli ebrei; nasce su una visione razzista della società, dove solo chi appartiene alla religione mosaica, -perché non esiste nella realtà una “razza” ebraica-, anche se appena giunto in quella terra, ha tutti i diritti, mentre i palestinesi che la abitano da millenni possono vedere da un giorno all’altro le loro case demolite, i loro campi devastati, i loro figli uccisi, senza che nessuno al mondo muova un dito per impedirlo.
Eppure, se Dio vorrà, questo incubo, che oggi appare infrangibile, infinito e duro come la pietra, potrebbe un giorno finire, trasformandosi in un bel sogno; potrebbe finire per i palestinesi, certo, che finalmente si riapproprierebbero della loro vita, ma anche per gli ebrei, almeno per quelli che non si sono resi responsabili di crimini, e l’umanità intera potrebbe finalmente respirare vedendo sparire questa ferita purulenta, questa minaccia permanente alla pace del mondo, che ha nome Israele.
E la soluzione non potrà essere quella invocata da quei tanti politici anche nostrani che credono così di accreditarsi come ragionevoli e miti amanti della pace, e cioè quella che vorrebbe la nascita, accanto a quello sionista, di uno Stato palestinese. Insomma la soluzione, molto retorica e poco attuabile, dei “due popoli, due Stati.” Nell’attuale situazione nessuno eventuale Stato palestinese potrebbe essere qualcosa di diverso da un triste Bantustan.
La soluzione, la fine dell’incubo, sarebbe in fondo molto più semplice. Basterebbe che, dopo il ritorno dei profughi, il cosiddetto Stato di Israele finisse di essere uno Stato su base etnico-religiosa e diventasse lo Stato di tutti coloro che legittimamente ne abitano il territorio; siano essi ebrei, musulmani, cristiani, o di qualsiasi altra religione o etnia, su una base di uguaglianza e di mutuo rispetto. E sarebbe per tutti la fine dell’incubo, ed un magnifico risveglio.


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