Per oltre vent’anni il memorandum militare tra Italia e Israele è rimasto uno di quei dispositivi che la politica preferisce tenere fuori dal dibattito pubblico: tecnico nella forma, profondamente politico nella sostanza. Firmato a Parigi il 16 giugno 2003 e ratificato in Italia con la legge 94 del 2005, l’accordo ha fornito la cornice giuridica per una cooperazione stabile nel settore militare e della difesa tra i due Paesi. Non un atto simbolico, ma un’infrastruttura di normalizzazione: una di quelle architetture silenziose grazie a cui rapporti gravissimi sul piano etico vengono fatti passare come routine diplomatica.
Il testo è esplicito. L’intesa serve a “stabilire cooperazione nelle aree della difesa” tra ministeri e forze armate e include industria bellica e politiche di approvvigionamento, importazione, esportazione e transito di equipaggiamenti militari, addestramento, organizzazione delle forze armate, ricerca e sviluppo, scambio di informazioni tecniche, attività culturali e perfino consultazioni periodiche per definire programmi specifici di cooperazione. Non siamo davanti a un protocollo innocuo o meramente diplomatico: siamo davanti a un accordo-quadro che ha reso strutturale la collaborazione con uno Stato che applica dalla sua nascita circa un secolo fa – come ampiamente denunciato da organizzazioni per i diritti e internazionali come l’ONU – di violazione dei diritti fondamentali, di pratiche sistematiche di occupazione, tortua, apartheid e violenza coloniale, espropriazione, e pulizia etnica contro il popolo palestinese, oltre che genocidio recentemente. Sul piano strettamente giuridico, il memorandum dura cinque anni e si rinnova automaticamente per ulteriori periodi di cinque anni, salvo denuncia scritta di una delle due parti; in quel caso, perde efficacia sei mesi dopo la notifica.
È questo il punto che oggi conta. Giorgia Meloni ha annunciato che il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo “in considerazione della situazione attuale”. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe scritto al ministro israeliano Israel Katz per fermare l’automatismo e la scelta si colloca dentro il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Tel Aviv dopo le recenti aggressioni israeliane in Medio Oriente, compresi gli episodi che hanno coinvolto il Libano e i militari italiani dell’UNIFIL. Insomma, la sospensione non nasce da una conversione morale improvvisa, ma dal fatto che il costo politico di continuare come prima è diventato troppo alto per essere nascosto dietro la retorica delle “relazioni strategiche”.
Dire che il governo si sia finalmente accorto della natura del sionismo di Stato sarebbe però una lettura ingenua. Più realistico è dire che l’esecutivo si muove ora perché è entrato nella fase della vulnerabilità. La sconfitta del referendum sulla giustizia del 22-23 marzo ha colpito il cuore della narrazione meloniana: questo rappresenta il primo grande rovescio del suo mandato e l’inizio della fase più difficile della sua premiership, con autorità indebolita, agenda riformatrice in frantumi e perfino il tema di una nuova legge elettorale usato per tentare di rimettere in sicurezza la maggioranza in vista del voto del prossimo anno. In questo quadro, sospendere il rinnovo del memorandum con Israele appare meno come un atto di coraggio e più come una manovra di contenimento del danno.
Anche il contesto internazionale pesa. Negli ultimi giorni Meloni ha preso le distanze da Donald Trump dopo i suoi attacchi a Papa Leone XIV, definendo “inaccettabili” le sue parole. Poco dopo, Trump ha contrattaccato accusandola pubblicamente di mancare di coraggio e di aver deluso Washington. Questa frattura non spiega da sola la sospensione dell’accordo con Israele, ma la illumina politicamente: la presidente del Consiglio non si muove nel vuoto, si muove in un sistema di alleanze che si sta incrinando, mentre la guerra allarga il suo costo economico e simbolico anche in Europa. Quando persino una leader che ha coltivato un rapporto privilegiato con la destra trumpiana sente il bisogno di smarcarsi, significa che la postura filoisraeliana incondizionata non è più priva di prezzo.
Per questo la decisione di Palazzo Chigi va letta nel modo giusto: non come una rottura compiuta, ma come l’ammissione tardiva che l’automatismo non regge più. Per anni l’Italia ha lasciato che un accordo militare con Israele si rinnovasse quasi da sé, come se cooperazione militare, commercio di armamenti e addestramento potessero restare separati dalla realtà storica palestinese. Oggi quell’automatismo viene sospeso non perché il potere abbia improvvisamente ascoltato la giustizia, ma perché non riesce più a ignorare del tutto il peso della realtà, della mobilitazione, dell’isolamento internazionale crescente e del logoramento interno. È una crepa, non ancora una rottura totale. Ma è una crepa che racconta più la debolezza del governo che la sua coscienza.
Va detto con precisione anche per non regalare al governo meriti che non ha. Il memorandum non è stato cancellato in blocco dal Parlamento, non è stato denunciato come atto politico irrevocabile, non è stato accompagnato da una revisione complessiva dei rapporti militari, industriali e diplomatici con Israele. È stato sospeso il rinnovo automatico di un’intesa che la destra ha difeso fino a quando difenderla era facile. La differenza è enorme. Ma è altrettanto enorme il fatto che quel meccanismo, rimasto per anni quasi invisibile, oggi sia diventato indifendibile perfino per chi lo ha custodito.
Un’ultima cautela, però, serve anche a chi vuole scrivere contro questo governo senza regalargli alibi. La crisi dell’esecutivo è reale: la sconfitta referendaria c’è stata, Santanchè si è dimessa, Trump ha colpito Meloni pubblicamente. La realtà politica mostra un governo indebolito, che dopo aver tentato di piegare la magistratura ed essersi esposto su un asse occidentale sempre più tossico, ora prova a rincorrere un’opinione pubblica che da tempo non accetta più la complicità automatica con Israele. Le previsioni puntano sul fatto che questo non basterà a salvare l’estrema destra alle prossime elezioni.



