L’uccisione di Ali Larijani, confermata nelle ultime ore dalle autorità iraniane, rappresenta un momento di svolta nella campagna militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica. Il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale è stato eliminato in un attacco di precisione vicino a Teheran, insieme al figlio e ad altri collaboratori. Ma chi era veramente Larijani e cosa ci dice la sua morte sulla strategia dell’alleanza occidentale?
Ali Larijani non era semplicemente un altro alto funzionario. Apparteneva a una delle famiglie più potenti e influenti dell’Iran, spesso paragonata dalla stampa internazionale ai Kennedy americani. Il padre, Mirza Hashem Amoli, era un importante erudito religioso. I suoi fratelli hanno ricoperto ruoli chiave: Sadegh Larijani è stato a capo del potere giudiziario, Mohammad Javad Larijani si è occupato di politica estera e di diritti umani. Lui stesso era sposato con la figlia di Morteza Motahhari, stretto collaboratore dell’ayatollah Khomeini, cementando così un legame diretto con l’élite rivoluzionaria. Filosofo di formazione, esperto di Kant, negoziatore nucleare con l’Occidente per anni, Larijani era il volto pragmatico e colto del regime. Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei il 28 febbraio, era diventato di fatto l’uomo più potente del paese, seconda figura solo al nuovo leader Mojtaba Khamenei. Eliminarlo è, per Israele e USA, un trofeo gigantesco.
L’operazione rientra pienamente nella dottrina militare del “decapitation strike”, ovvero l’eliminazione fisica della leadership nemica per provocare il collasso della catena di comando. Nelle ultime settimane, Teheran è stata decapitata più volte: dopo Khamenei e ora Larijani, il sistema sembra privato dei suoi cervelli e della sua memoria storica. Il “merito” tattico per USA e Israele è evidente: hanno dimostrato una capacità di intelligence e di penetrazione straordinaria, probabilmente spiegabile dalla forte infiltrazione si spie, colpendo nel cuore della capitale nemica e mandando un messaggio chiaro che nessuno è al sicuro. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei è stato minacciato apertamente.
Tuttavia, la strategia mostra un difetto strutturale enorme, che gli strateghi occidentali sembrano sottovalutare. La Repubblica Islamica non è una dittatura personale, ma un sistema istituzionale profondo, radicato in decenni di consolidamento del potere ed in una civiltà plurimillenaria. Come notano gli analisti, la decapitazione non è trasformazione. Il regime è stato costruito per assorbire gli shock. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le reti di sicurezza, le strutture clericali e i patronage economici sono talmente radicati da poter sopravvivere alla perdita anche delle figure di vertice.
E qui sta il paradosso. L’Iran sta sanguinando, è vero. La perdita di leader carismatici e competenti come Larijani è un colpo duro. Ma un sistema che assorbe la decapitazione e continua a combattere ne esce, paradossalmente, più legittimato agli occhi dei suoi fedelissimi e più temibile. La strategia di Teheran è chiara: non cerca una vittoria convenzionale, che sa di non poter ottenere. Punta alla sopravvivenza attraverso la guerra di logoramento. L’obiettivo è alzare i costi per l’aggressore fino a renderli insostenibili. Come spiegano varie analisi strategiche, l’attrito funziona quando il bersaglio crede che la resa preservi la sopravvivenza; fallisce quando la resistenza è vista come esistenziale. Per l’Iran, questa guerra è esistenziale.
E i costi per il blocco occidentale iniziano a salire. Sul piano militare, l’Iran continua a lanciare droni e missili verso Israele e le basi USA nei paesi del Golfo. Le difese aeree nemiche vengono messe alla prova e i costi di intercettazione sono altissimi. Sul piano economico globale, il prezzo del petrolio è schizzato, lo Stretto di Hormuz è una polveriera e l’economia mondiale trema. Infine, c’è il rischio di escalation incontrollata: ogni attacco, come quello che ha ucciso Larijani, spinge l’Iran a reagire per dimostrare di non essere sconfitto e di essere capace di far pagare all’avversario il prezzo della provocazione.
Il punto debole più evidente della strategia occidentale è l’impossibilità pratica di un’invasione di terra. Gli analisti militari sono concordi: un’operazione terrestre per neutralizzare, ad esempio, le riserve di uranio iraniane, disperse in siti sotterranei a 200 metri di profondità, o il programma missilistico iraniano, sarebbe quasi una missione suicida. Le perdite sarebbero altissime e il consenso interno americano, dopo decenni di guerre in Medio Oriente, sarebbe inesistente. Senza la minaccia credibile di una conquista territoriale, la “decapitazione” diventa un’arma potente ma non risolutiva. L’Iran può ritirarsi, ricostruire le sue leadership, attingendo a un paese che forma centinaia di migliaia di ingegneri all’anno, un serbatoio di competenze scientifiche e militari, e continuare la sua guerra asimmetrica.
Con l’uccisione di Larijani, USA e Israele cercano di spezzare la spina dorsale dell’Iran. Ma il rischio è che la spirale di violenza rafforzi le fazioni più dure all’interno del regime, quelle che non vedono l’ora di rispondere colpo su colpo. Inoltre, l’Iran ha già dimostrato di poter colpire le basi USA in Iraq e nel Golfo con facilità. La sua capacità di proiettare potenza attraverso le milizie proxy in Libano, Siria e Yemen rimane intatta.
In conclusione, la strategia del “pugno di ferro” sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Iran, ma chi gioca in difesa, in una guerra di logoramento, ha dalla sua il vantaggio del tempo e della resilienza. L’Iran sta dissanguando le risorse e la pazienza strategica dell’Occidente, scommettendo che la volontà politica di Washington e Tel Aviv si esaurirà prima delle sue scorte di missili e della sua capacità di produrre nuovi leader. La morte di Larijani è una ferita profonda, ma non è detto che sia mortale per un sistema che ha fatto della sopravvivenza la sua ragion d’essere.


