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Home Israele

Sempre più soldati israeliani rifiutano di combattere a Gaza 

by Omar Abdel Aziz Ali
Dicembre 29, 2023
in Israele, Palestina, Prima Pagina
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Ammutinamento. E’ quando soldati inquadrati in un esercito rifiutano gli ordini impartiti dai superiori creando così il caos e l’anarchia, nulla di più pericoloso per portare alla disfatta militare. Sono sempre più frequenti i casi di rifiuto di recarsi al fronte da parte dei giovani israeliani.

Gli esempi nella storia non mancano, come a Caporetto nel 1917 dove la ribellione tra le fila dei soldati italiani e gli ordini militari poco chiari causarono la ritirata e la sconfitta contro l’Austria o più recentemente nella guerra americana contro l’Iraq del 2003, dove l’intero esercito iracheno si dissolse in meno di 40 giorni, facendo cadere Baghdad e dando inizio all’occupazione del paese da parte delle truppe americane. 

L’ammutinamento militare avviene per diverse cause: la stanchezza, l’estrema sofferenza, gli ordini poco chiari dai comandi militari. Ma c’è una motivazione che supera di gran lunga tutte le altre e determina se i soldati resisteranno o no alla fame, alla violenza, ai traumi e a condizioni di vita impossibili: lo scopo finale della battaglia.

Se l’obbiettivo della guerra è condiviso tra i soldati, è sentito ed è trasformato in ordini militari, in istruzioni chiare e suddivise tra i ranghi, l’arruolato interiorizza la meta, comprende cosa deve fare e come e crea quel senso di unione che lo rende parte di un obbiettivo più grande per cui è disposto a dare la vita, al pari dei compagni. 

Guerra senza scopo: una sconfitta assicurata

Ed è proprio questo che manca nell’esercito israeliano. Lo scopo finale. Dopo l’uccisione di più di 20mila civili e la distruzione totale della Striscia, le macerie di Gaza sembrano essere le macerie morali di Tsahal , i  sogni andati in frantumi e crollati di fronte alla resistenza palestinese, che non è afferrabile, nemmeno nei tunnel, perché è un’idea invincibile.

Le brigate al Qassam invece hanno chiaro lo scopo finale e strutturano tutta la loro azione militare, logistica, di intelligence basandosi su una visione condivisa e chiara a tutti dal generale Mohammad al Deif fino all’ultimo soldato.

Questa lucidità  permette al singolo membro dell’unità militare palestinese di affrontare da solo un carro armato e farlo saltare in aria. Quello che vediamo nei video dei combattimenti non è un gesto eroico del singolo, un po’ romantico. E’ un credo militare condiviso che si è trasformato in strategia, pianificazione, studio del territorio e delle forze nemiche per mesi ed anni prima del 7 Ottobre. 

La violenza porta altra violenza e a traumi permanenti, senza vie d’uscita

Dopo 82 giorni di guerra a Gaza, l’esercito israeliano non ha raggiunto nessun obbiettivo militare e inizia a montare tra le fila dei soldati una ribellione all’arruolamento forzato.

Come riportato dal giornale egiziano “Al Dustur”. Qualche giorno fa Tal Mitnick, un giovane israeliano di 18 anni, è stato condannato a 30 giorni di reclusione per diserzione al servizio militare ricevendo la solidarietà di diversi compagni che come lui si rifiutano di imbracciare le armi dichiarando:

“Un attacco a Gaza non scoraggerà alcun attacco simile a quelli che hanno avuto luogo il 7 ottobre, la violenza porta solo alla violenza, ecco perché ci rifiutiamo di unirci all’esercito”

Il governo di Netanyahu sta cercando di fronteggiare la ribellione, in aumento a seguito delle pesanti perdite e delle critiche alla gestione delle operazioni che stanno arrivando dagli stessi soldati che tornano dal fronte che affermano di essersi sentiti come carne da macello, soli e non supportati dai comandi militari.

Le urla del soldato israeliano reduce da Gaza, che nella Knesset denuncia il disagio psichico di cui è vittima a causa delle immagini orribili viste sul fronte raccontano di una insofferenza verso una guerra che si combatte alla cieca, sovrastimando le proprie capacità e sminuendo le capacità letali del nemico.

Un’altra sacca di opposizione alla guerra è rappresentata poi dalle famiglie degli ostaggi che vedono nel protrarsi delle operazioni militari un pericolo per l’incolumità dei propri cari.

I loro messaggi hanno una grande eco nell’opinione pubblica israeliana, e stanno consolidando uno zoccolo duro, accanto ai soldati renitenti e ai reduci, molto insidioso per il governo che non trova una via d’uscita al pantano di Gaza. 

 

 

Tags: Gazaisraelepalestina
Omar Abdel Aziz Ali

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