Il 13 febbraio l’Alta Corte di Giustizia britannica ha sentenziato l’illegittimità della definizione di associazione terroristica per il gruppo Palestine Action.
Questo gruppo, presente anche in altri stati europei, ha procurato danni ingenti a molte fabbriche produttrici di apparecchiature militari, senza però mai colpire le persone, compiendo azioni di protesta le cui immagini sono state diffuse ampiamente sui social.
L’episodio che ha fatto infuriare il governo inglese (e che ha determinato l’assoggettamento di Palestine Action alla legge contro il terrorismo) è stata l’azione di alcuni attivisti che sono entrati in una base militare ed hanno spruzzato con vernice rossa un aereo.
La decisione dell’Alta Corte è molto importante poiché ribadisce che non si può accusare di terrorismo chi cerca di fermare un genocidio, soprattutto data l’inerzia dei singoli stati che, anzi, appoggiano in gran parte Israele.
Fino al 20 febbraio la posizione di Palestine Action rimarrà comunque invariata, in attesa di eventuali appelli che saranno presentati contro la sentenza. Ed infatti, il ministro dell’interno, Shabana Mahmoud, ha già dichiarato che intende presentare ricorso, nonostante fino a qualche anno fa partecipasse lei stessa alle manifestazioni a sostegno della Palestina, dimostrando quanto ormai la coerenza sia un valore molto distante dalla politica.
Fino ad oggi, oltre 3000 persone sono state arrestate nel Regno Unito con l’accusa di “terrorismo” anche solo per aver esibito cartelli con la scritta “contro il genocidio sostengo Palestine Action”. Le immagini dei poliziotti inglesi che arrestano anziani, disabili ed attivisti per i diritti umani hanno fatto il giro del mondo suscitando enormi critiche.
Il risultato positivo ottenuto con la sentenza di illegittimità è dovuto in gran parte alle forti pressioni e critiche dell’opinione pubblica che non ha mai smesso di manifestare il proprio dissenso per quanto sta ancora accadendo a Gaza e in tutta la Palestina.
Settimana dopo settimana migliaia di persone hanno protestato davanti a Downing Street, alle carceri dove erano rinchiusi gli attivisti, agli hotel dove alloggiavano capi di stato o diplomatici israeliani.
La lotta, la coerenza, la perseveranza porteranno sicuramente dei frutti ma non dobbiamo dimenticare i palestinesi che stanno ancora morendo sotto le bombe, per la mancanza di medicinali o di acqua pulita, in questo cosiddetto “cessate il fuoco”. Tutto quello che facciamo e faremo, anche le nostre invocazioni, sono per loro.




