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Home Coronavirus

Vi racconto come sono tornato dalla Francia con un aereo della Farnesina

by Paolo Grasso
Aprile 7, 2020
in Coronavirus, Francia, Italia, Società, Voci
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Vi racconto come sono tornato dalla Francia con un aereo della Farnesina
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Per gli italiani che si trovano all’estero esiste ora un’unica possibilità per tornare in patria: i voli gestiti da Alitalia, garantiti dalla Farnesina. Il primo passo è facile e sorprendente: la prenotazione on-line si svolge secondo le consuete procedure e il costo è anche basso. Le prime difficoltà insorgono  il giorno della partenza.

Raggiungere il principale aeroporto di Parigi da una piccola città nel nord della Francia, non è affatto scontato.

Nella stazione non c’è alcuna forma di vita, solo clochard, che vagano, mangiano e dormono.

Senza movimento circostante, le strade e i luoghi pubblici sono finalmente diventati il loro esclusivo salotto e dalle finestre della quarantena c’è perfino chi invidia la loro libertà.

 

All’interno della stazione sussiste un’unica fonte d’informazione, uno schermo cogli orari dei treni. Tutti i treni del mattino sono stati annullati e intorno nessuno a cui chiedere informazioni. Anche nell’efficiente Francia si dimentica di avvisare i passeggeri circa i treni cancellati.

Preso da frenetico sconforto, giro intorno alla stazione nella speranza di trovare una soluzione, finendo perfino col ricercare la presenza della polizia. Nessuna traccia, ma di fianco ai senzatetto, mi accorgo dell’esistenza di un’altra categoria umana ancora attiva, i tassisti.

Senza badare a spese, preso dall’emergenza del ritorno, prendo un taxi fino all’aeroporto Charles de Gaulle. L’effetto di straniamento provocato dalla stazione si espande all’interno dell’aeroporto. Spazi enormi e vuoti, i soliti clochard che mangiano e chiedono sigarette. Senza movimento l’aeroporto, il non-luogo per eccellenza, diventa fantasmagorico, lo specchio perfetto in cui si riflette la solitudine, se non altro estetica, della nostra civiltà. Infatti l’unico senso dei non luoghi è costituito dal movimento umano, sola affermazione in grado di dare senso ad uno spazio di attesa, ovvero di negazione.

L’esatto contrario di una qualunque delle piazze deserte dei centri storici delle principali città italiane. Svuotate, la loro meraviglia risplende e chiunque vorrebbe aver il privilegio di passeggiarci. 

Nei pressi dell’imbarco si sente parlare solamente italiano, nei fiati dietro mascherine autoprodotte. La più originale è quella fatta con un ritaglio di una busta di plastica, probabilmente un sacchetto della spazzatura. Gli uomini sembrano cani con la museruola. La grazia salva in parte le donne, il cui volto mascherato richiama alla memoria la storpiatura di una donne cinta dal velo. È curioso come la presenza del velo, richiamando un’idea del sacro, da sempre disturbi molti, mentre ora saremmo pronti a denunciare chi non si maschera. Sacralità del corpo… 

Dopo una fila disordinata, arriva finalmente l’ora dell’imbarco. Uno steward tossisce con sofferenza nella sua mascherina mentre le sue mani senza guanti passano tra le tue mani uno strano simulacro di mascherina da indossare obbligatoriamente: un pezzo di tessuto, che è un incrocio tra un’assorbente ed una garza. Bisogna bucarne i lati per attaccarlo alle orecchie e coprire la bocca, a mo’ di bandito.

Si sale sull’aereo, convinti che sarà rispettata la distanza di sicurezza, attraverso un’alternanza tra posti occupati e vuoti. Non è così. Tutti i posti sono pieni, come un normale volo low-cost e la distanza di sicurezza si accorcia a pochi centimetri dal fiato dei propri vicini. Insomma nello stesso governo, il Ministero degli Esteri organizza voli di rimpatrio senza rispettare la distanza di sicurezza, mentre quello degli Interni vieta semplici passeggiate anche a distanza di sicurezza.

Arrivo a Fiumicino. Tutti i passeggeri hanno compilato in volo il modello di autocertificazione, consegnato dallo stoico personale di bordo. Tutti si attendono un controllo medico, i più pessimisti immaginano di doversi sottoporre al tampone, gli altri a un termometro e a una breve visita medica.

Niente di tutto ciò. L’unico controllo consiste in un banchetto situato agli arrivi, dove due volontari della Croce Rossa ti scrutano, vedendo lo sguardo, il modo di camminare e qualsiasi altro segno corporeo. Se valutano che non sei prossimo alla morte, ti fanno un cenno affermativo col capo, lasciandoti passare.

Infine arriva il controllo burocratico, effettuato da un gruppo misto di Guardia di Finanzia e Polizia. Il modulo appena compilato non vale, va stracciato. Se ne compila un altro in cui dichiarare il domicilio da raggiungere, ma nessuna traccia dell’autodenuncia di quarantena. Se chiedi informazioni, ti rispondono in modo vago e sbrigativo. Da quel momento in poi sei libero, da potenziale terrorista positivo di virus, di perderti nell’insensato labirinto dell’aeroporto di Fiumicino. Fino a raggiungere, grazie ad un treno puntuale, vuoto e pulito (un’utopia in tempi di normalità), il sospirato domicilio. 

Il giorno seguente finalmente riesco, attraverso la compilazione di un modulo online, ad autodenunciarmi, per il reato di rimpatrio! Dopo giorni in cui attendo vanamente dei controlli o degli accertamenti, realizzo con gioia di esser tornato in patria. Infatti, in un mondo chiuso, dove i limiti tornano a disegnare la geometria di ogni singola nazione, di sicuro è più facile orientarsi meglio nel disegno in cui si è nati. E nel frattempo mi viene in mente l’amara verità contenuta in una frase di Marechal:  La patria è un dolore che ancora non conosce il suo nome.

Tags: AlitaliacontrolliCoronaviruscovid-19esterofarnesinafranciaItaliarimpatrio
Paolo Grasso

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