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Le scomode verità dietro l’uccisione dei diplomatici sionisti nell’attentato a Washington tra sangue, ideologia e il peso delle conseguenze

by Redazione
Maggio 23, 2025
in Israele, Mondo, Palestina, Prima Pagina, Sionismo, USA
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Le scomode verità dietro l’uccisione dei diplomatici sionisti nell’attentato a Washington tra sangue, ideologia e il peso delle conseguenze
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Nella notte del 21 maggio 2025, due giovani membri dell’ambasciata israeliana a Washington, Yaron Lischinsky (31 anni) e Sarah Lynn Milgrim (29), sono stati uccisi a colpi di pistola mentre lasciavano il Capital Jewish Museum. L’attentatore, Elias Rodriguez, 31enne di Chicago, è stato arrestato dopo aver gridato “Free Palestine” e aver gettato l’arma. Le indagini federali lo accusano di omicidio premeditato, terrorismo e crimine d’odio, con la Procura Trump che promette “la massima severità”.

Yaron e Sarah non erano semplici diplomatici. Lui, israelo-tedesco, era attivo nella contro-narrazione mediatica contro le accuse a Israele. Il suo ultimo tweet, diventato virale postumo, ritwittava un messaggio dell’ambasciatore Leiter che bollava come “calunnia del sangue” il rapporto ONU sulla fame a Gaza, definendo “propaganda” le cifre sui 14.000 bambini a rischio morte. Sarah, cittadina USA, lavorava nel dipartimento per le relazioni pubbliche dell’ambasciata. 

Yaron Lischinsky non nasce ebreo. Cresciuto come cristiano a Norimberga, Germania, ha compiuto il processo di “aliyah” a 16 anni – termine con cui si designa l’emigrazione degli ebrei verso la Palestina storica, oggi rivendicata dallo Stato d’Israele. Ma al di là della retorica, l’aliyah rappresenta, in termini concreti, una forma di colonizzazione sostenuta dal regime di Tel Aviv, volta a rafforzare la presenza ebraica nei territori sottratti al popolo palestinese. Una volta trasferitosi nello Stato israeliano, Lischinsky ha servito nell’esercito e ha scelto di dedicare la propria carriera diplomatica alla promozione della causa sionista.

Descritto dai suoi mentori come “devoto a Israele” e “ambasciatore dei valori giudeo-cristiani”, Lischinsky ha incarnato l’archetipo del funzionario impegnato a giustificare e rafforzare l’immagine internazionale dello Stato israeliano. I suoi studi in diplomazia e relazioni internazionali sono stati messi al servizio di una narrativa statale, fortemente allineata con gli interessi strategici israeliani.

Amico di figure note del mondo filo-israeliano in Germania, era considerato parte della nuova leva diplomatica impegnata nel “ponte” tra l’Occidente e Israele – una formula spesso usata per dissimulare l’attività di lobbying e normalizzazione dell’apartheid israeliano.

L’ultimo messaggio pubblico di Lischinsky, poche ore prima della sua morte, è stato il retweet in cui accusava le Nazioni Unite di collaborare con Hamas e di essere “non neutrali” nel conflitto a Gaza – un’eco diretta della propaganda israeliana volta a delegittimare qualsiasi organismo internazionale che denunci i crimini di guerra di Tel Aviv.

Rodriguez: il fantasma dell’America profonda
Elias Rodriguez, disoccupato con trascorsi di instabilità mentale, non era noto alle autorità. La sua rabbia, però, sembra radicarsi in un contesto più ampio: l’esplosione di proteste globali contro l’assedio di Gaza, le immagini di bambini sotto le macerie, e la crescente polarizzazione tra chi vede Israele come vittima e chi come carnefice. Il suo grido “Free Palestine” non è un dettaglio casuale: è il sintomo di un malessere che attraversa l’Occidente, alimentato da anni di politiche israeliane percepite come impunite.

L’attentato arriva in un momento critico. Da ottobre 2023, la guerra a Gaza ha ucciso oltre 40.000 palestinesi (il 70% civili, secondo l’ONU ed escludendo le vittime indirette che superano le 200.000 secondo le stime di The Lancet), mentre l’embargo sui generi alimentari ha spinto l’enclave verso la carestia. L’amministrazione Trump, dopo aver ritirato i fondi all’UNRWA e appoggiato l’offensiva israeliana, ha criminalizzato le proteste studentesche pro-Palestina, definendole “nidi di antisemitismo”. Intanto, l’Europa e persino alleati storici come la Germania iniziano a criticare apertamente Tel Aviv, parlando di “violazioni del diritto internazionale”.

Il paradosso della vittimizzazione
Yaron Lischinsky incarnava la narrativa ufficiale israeliana: negazione delle responsabilità umanitarie, riduzione delle critiche a “antisemitismo”, celebrazione della sicurezza nazionale come valore assoluto. La sua attività online, come il tweet contro l’ONU, rifletteva un approccio binario: chi non è con noi, è contro di noi. Ma in un mondo sempre più interconnesso, dove le immagini di Gaza sono virali, questa retorica sta perdendo terreno. Persino dentro Israele, figure come l’ex premier Ehud Olmert denunciano “la deriva militarista”.

Oltre la dovuta condanna dell’atto compiuto da Elias Rodriguez, è necessario non ignorarne le radici per giungere ad una lettura oggettiva. In un contesto in cui il dolore palestinese viene regolarmente marginalizzato nel discorso pubblico e ogni critica alla politica israeliana è spesso equiparata all’antisemitismo, si produce un effetto di saturazione e frustrazione. Quando mancano spazi legittimi per l’elaborazione politica o giuridica del dissenso, la rabbia può assumere forme estreme. Come osserva il professore Mohamad Elmasry del Doha Institute, se il gesto è legato a una forma di vendetta politica contro l’occupazione israeliana, la risposta dovrebbe comprendere anche un’analisi delle cause, non solo una reazione punitiva.

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