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L’illusione giudaico-cristiana: come l’Occidente riscrive l’identità per colpire l’Islam

by Stefano Ali Azzali
Giugno 22, 2025
in Islam, Israele, Italia, Palestina, Prima Pagina, Sionismo
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L’illusione giudaico-cristiana: come l’Occidente riscrive l’identità per colpire l’Islam
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“Siamo stati evangelizzati. Siamo stati conquistati da Cristo. Abbiamo bisogno di aiuto”.

Yali Hashash

La giornalista britannico-israeliana di origine irachena Rachel Shabi, collaboratrice, tra gli altri, di The Guardian, The New York Times, London Times, The Independent, Al Jazeera English e Foreign Policy oltre che autrice nel 2009 di un libro insignito del National Jewish Book Award, nel novembre scorso ha dato alle stampe un originale saggio dal titolo: Off-White: The Truth About Antisemitism. Questo studio, dedicato al tema dell’antisemitismo contemporaneo e alla definizione dell’identità ebraica, prende in esame alcune mutazioni cruciali della nostra epoca, in particolare il fatto che l’incondizionato sostegno a Israele abbia “riabilitato” o “normalizzato” i partiti reazionari negli Stati Uniti e in Europa in nome di una “eredità condivisa”, definita con il termine “occidente giudaico-cristiano”. Da Donald Trump, a Nigel Farage, a Marine Le Pen, “questa frase è stata ripresa dall’estrema destra per demonizzare l’Islam”, scrive l’autrice. 

Il caso del Front National francese è paradigmatico. Cécile Alduy, già docente presso l’Università di Stanford, ha parlato di una strategia di “dédiabolisation” o de-demonizzazione, ovvero “il tentativo di lavare via la patina diabolica dal Front National, oggi Rassemblement national, il partito di Marine Le Pen”. Si tratta – come spiega Stefania Piras sul Messaggero – di “un’espressione coniata alla fine degli anni Ottanta dagli stessi leader della formazione di estrema destra in risposta alle critiche ‘squalificanti’ e ‘demonizzanti’ che gli venivano rivolte”. Tale strategia di “riscrittura” si compone di alcune operazioni principali: “l’elisione, l’aggiunta, la parafrasi e il prestito dal campo avversario”. Il processo di “normalizzazione” passa, sul piano della comunicazione, attraverso un processo di “pulizia lessicale, silenzi ed omissioni”:

“La prima differenza notevole tra il discorso di Marine Le Pen e quello del padre è l’eliminazione pura e semplice di due marcatori lessicali dell’estrema destra: l’antisemitismo e il razzismo biologico esplicito. … C’è tutto: il silenzio e l’omissione del vocabolario razzista del padre e il recupero dei valori antirazzisti. … Anche il deliberato silenzio di Marine Le Pen sulla Seconda guerra mondiale, su Vichy e sull’Algeria francese è significativo, così come l’assenza di qualsiasi riferimento antisemita nel suo discorso. L’atto di nascita della ‘de-demonizzazione’ è senza dubbio la sua inequivocabile condanna della Shoah, descritta come ‘il massimo della barbarie’ in un’intervista a Le Point nel febbraio 2011. In questo modo, contraddice i ripetuti commenti di Jean-Marie Le Pen sulle camere a gas come ‘mero dettaglio nella storia della Seconda guerra mondiale’. Meglio ancora, si presenta come il baluardo della comunità ebraica contro il ‘fondamentalismo islamico’ e il presunto antisemitismo nelle periferie, e difende la Ligue de défense juive durante le manifestazioni pro-palestinesi dell’agosto 2014”.

La dialettica di Marine Le Pen rivela inoltre l’adozione di un “vocabolario repubblicano e persino di sinistra (‘giustizia sociale’, ‘grandi imprese’, ‘finanza’)”, ricorrendo con insistenza al termine “libertà”. Alduy afferma che tale “strategia di liberalismo culturale” è stata presa in prestito da “da Geert Wilders nei Paesi Bassi, che ha presentato il suo partito di estrema destra, chiamato ‘Partito della Libertà’, come un baluardo delle libertà individuali e dei valori occidentali contro un Islam denunciato come reazionario, misogino e omofobo”.

Per quanto riguarda il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, Suzanne Schneider,  autrice e vicedirettrice e docente presso il Brooklyn Institute for Social Research, ha scritto su The Yale Review: “Lo scorso aprile [2024], sul palco con [Yoram] Hazony a Bruxelles [alla National Conservatism Conference], Orbán ha invocato la grandezza della civiltà cristiana per giustificare la sua opposizione agli immigrati che, a suo dire, ‘cambierebbero il carattere culturale di questo continente’. Ha subito chiarito di non avere ‘nulla contro i musulmani’ e che l’Islam è una grande civiltà ‘se si va lì’, cioè in Medio Oriente o in Nord Africa. ‘È un bel posto’. Non importa, ovviamente, che l’Islam sia presente in Ungheria almeno dal X secolo o che, un secolo fa, gli ebrei costituissero circa il 25% della popolazione di Budapest. Per sedersi di fronte a Hazony, un ebreo ortodosso la cui famiglia proviene dall’Ucraina e dalla Polonia, è necessaria sia un’amnesia storica che una straordinaria sfacciataggine, e insistere sul fatto che l’Europa è un continente cristiano. Questo funziona solo se il vostro interlocutore è, come Hazony, un sionista convinto che gli ebrei non appartengano all’Europa”. Il primo ministro ungherese ha, tuttavia, corretto il tiro in occasione della recente visita di Benyamin Netanyahu a Budapest (dal 2 al 6 aprile), sfidando il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi presso il Castello di Buda, Orbán “ha esordito presentando l’Ungheria come ‘un’isola di libertà in Europa’ nonché ‘custode e portabandiera delle radici giudaico-cristiane’. Ha ricordato come la comunità ebraica ungherese sia la terza più popolosa nel Vecchio Continente, oltre a quella che vi vivrebbe in migliori condizioni di sicurezza. A suo dire, sono i migranti a portare l’antisemitismo in Europa e l’Ungheria ne sarebbe l’unica nazione indenne. Orbán ha poi elencato i numerosi legami esistenti fra Budapest e Tel Aviv, sia nell’industria degli armamenti che in ambito di cooperazione economica. Senza mai citare lo spyware Pegasus, da lui acquistato da Israele nel 2018 per monitorare giornalisti e avversari politici. Sul tema dei reciproci rapporti nello scacchiere mondiale, Netanyahu si è spinto a sostenere che oggi sia l’Ungheria a difendere Israele, tanto all’Onu quanto nell’Ue”.

Anche nei confronti della Corte penale internazionale si è ricorsi a una “strategia di liberalismo culturale”,  accusando il tribunale con sede a L’Aja di essere “politicizzato”, ragion per cui “uno Stato democratico non può farvi parte”.

Un simile discorso politico si osserva oggigiorno in Italia tra le forze di governo, da Fratelli d’Italia alla Lega. La tutela delle “radici giudaico-cristiane”, negate dall’“imperialismo” di quell’Unione Europea definita in termini di “entità sovranazionale guidata da presunte élite illuminate”, rappresenta il programma degli odierni movimenti sovranisti. Alla domanda su cosa ne pensasse “dei rigurgiti antisemiti in Europa”, Matteo Salvini ha risposto:“Che errore per l’Europa negare nella sua Costituzione le proprie radici giudaico cristiane per obbedire al politicamente corretto di certa sinistra! Dobbiamo ricordarci chi siamo e da dove veniamo. Quello che è stato negato da burocrati e politici a Bruxelles, è invece riconosciuto nella Carta Costituzionale del Marocco, che cita l’ebraismo fra le sue culture fondanti, e ha portato anche sui banchi di scuola l’insegnamento della storia e cultura ebraica. Un’Europa che rinnega le sue radici presta il fianco ad estremisti e negazionisti. Fondamentale poi è la difesa di Israele, della sua libertà, sovranità, legittimità e diritto all’esistenza, ancora oggi messe in discussione, aggredite e discriminate”.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Steve Bannon, “prima di diventare il principale ideologo della Casa Bianca di Trump, … ha scritto una sceneggiatura cinematografica intitolata Destroying the Great Satan: The Rise of Islamic Fascism in America, che metteva in guardia sulla possibilità di futuri ‘Islamic States of America’. Secondo quanto riferito dal Washington Post, la prima scena del film di Bannon mostrava una finta ripresa del Campidoglio americano da cui risuonava l’appello islamico alla preghiera, mentre una bandiera islamica a stelle e strisce sventolava vittoriosa sopra la rotonda del Campidoglio. Il progetto cinematografico, palesemente anti-islamico, immaginava uno scontro fondamentale di civiltà tra l’Occidente e l’Islam”. Simili toni apocalittici, propri del nazionalismo evangelico, risuonano nelle parole del generale William G. Boykin, sottosegretario alla difesa per l’intelligence sotto il presidente George W. Bush dal 2002 al 2007 e “born again Christian”. Questi, come ricorda William Engdahl, nel corso di un’intervista rilasciata alla CNN, ha dichiarato: “‘Il nemico è un nemico spirituale. È chiamato il principe delle tenebre. Il nemico è un tizio (a guy) chiamato Satana’. In seguito, ha affermato con parole che riecalcano quasi alla lettera le parole del fondatore dei Fratelli Musulmani, Hassan Al Banna ma in quel caso riferite a Gerusalemme: ‘Non ci allontaneremo mai da Israele… Molti di noi sono preoccupati per il paradiso. Il paradiso è la vostra ricompensa. Voi siete qui come soldati per affrontare il nemico’”.

Negli Stati Uniti, la progressiva espansione dell’influenza dell’evangelicalismo sulla sfera politica, concomitante con l’ascesa dell’amministrazione Trump, ha dato inizio a un processo di trasformazione storica del conservatorismo, conducendo il Paese verso un’epoca di “nazionalismo evangelico”. Il sionismo cristiano, che precede storicamente l’omologo ebraico ed è condiviso dalla maggioranza degli evangelici, implica il dovere biblico di difendere Israele. Tale responsabilità si fonda su due credenze principali. La prima deriva dall’interpretazione letterale di alcuni versetti della Genesi, che contengono la promessa divina ad Abramo e ai suoi discendenti: “Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò” (12:2-3). Ne consegue, sul piano politico, che l’odio verso i “nemici” dell’odierno Stato di Israele (in primis, i palestinesi) venga percepito come un dovere religioso in conformità alla promessa divina. La seconda interpretazione si fonda sull’esegesi evangelica della parusia, la “seconda venuta” di Gesù. Come spiega Victoria Clark, la visione apocalittica che informa il credo politico dei cristiani sionisti prevede che “Gerusalemme debba diventare la capitale indivisa di Israele e l’Haram al-Sharif dei musulmani debba essere distrutto e sostituito con un nuovo Tempio ebraico. Il completamento del Tempio, secondo loro, annuncerà la comparsa di un Anticristo che potrebbe essere un diplomatico europeo o il capo delle Nazioni Unite, o un iracheno. Per sette anni – un periodo noto come Tribolazione, o Angoscia di Giacobbe – l’Anticristo seminerà scompiglio e sofferenza su scala cosmica. Infine, la sua richiesta blasfema che gli ebrei lo venerino nel Tempio scatenerà la battaglia di Armageddon, a Megiddo in Israele. Tutti i cristiani non credenti, compresi i due terzi degli ebrei, che a quel punto si saranno rifiutati di accettare Gesù come loro salvatore personale, saranno uccisi nella conflagrazione. La seconda venuta di Gesù nel pieno di quell’ultima battaglia e il suo successivo trionfo sull’Anticristo saranno il segnale per l’inizio del suo regno millenario di pace e prosperità dal suo quartier generale globale a Gerusalemme”. Non deve sfuggire il fatto che gli unici vincitori di questo dramma cosmico saranno i cristiani (evangelici). Il destino di quegli ebrei e di quei musulmani che, sopravvissuti alla conflagrazione, rifiuteranno di convertirsi sarà infatti la morte. “L’idea di radunare gli ebrei in Israele per convertirli in massa in una fantasia-profezia cristiano-evangelica non ha nessuna attinenza con il significato originario del sionismo. Nessuna definizione di ‘patria per gli ebrei’ può avere come obiettivo finale tale scenario”, nota Rachel Shabi. 

Per quanto riguarda l’altro fronte della coalizione trumpiana, costituito dagli intellettuali/blogger del movimento neoreazionario NRx (o “Dark Enlightenment”) e dai loro finanziatori, i maggiorenti del settore tecnologico-militare, valga per tutti la dichiarazione di Alex C. Karp, amministratore delegato e co-fondatore di Palantir Technologies Inc.: “Siamo una delle poche aziende al mondo che si è levata in piedi e ha annunciato il suo sostegno a Israele, che rimane incrollabile. Palantir è al fianco di Israele”.

Rachel Shabi non circoscrive il riferimento all’eredità giudaico-cristiana solo al fronte neo-nazionalista, cita anche Tony Blair, Romano Prodi, Helmut Kohl, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, il quale ha definito l’Europa “una civilizzazione con radici giudaico-cristiane”. L’autrice, sulle orme di Arthur Allen Cohen, non riconosce alcun fondamento religioso, storico o filosofico a questa pretesa. Essa afferma piuttosto che: “semmai, l’effettiva eredità condivisa è quella giudeo-islamica. L’ebraismo non riguarda solo la Bibbia ebraica, ma anche tutti gli insegnamenti, i commenti e le interpretazioni ad essa associati, gran parte dei quali hanno avuto luogo in Medio Oriente, incluso lo sviluppo del Talmud babilonese, un testo fondamentale scritto nell’attuale Iraq. C’è poi l’eredità giudeo-islamica forgiata durante il dominio musulmano nella penisola iberica, allora conosciuta come Al-Andalus”. Fu proprio nei secoli di dominio islamico sulla Penisola iberica che si ebbe quel rigoglio culturale definito dalle fonti ebraiche come l’Età dell’Oro. 

Lo storico israeliano Shlomo Sand nota: “Può essere utile citare un fatto storico che suscita un certo imbarazzo in tutti coloro che oggi sono orgogliosi di appartenere alla civiltà ‘giudaico-cristiana’. Il destino delle comunità ebraiche sotto il dominio islamico è stato molto diverso da quello, spesso oscuro, vissuto in Europa. È vero che l’Islam considerava l’ebraismo una religione inferiore e che si verificarono casi di persecuzione. Tuttavia, nel complesso, i musulmani riconoscevano all’ebraismo il rispetto dovuto a una fede antica e divina, come il cristianesimo, che aveva bisogno di essere protetta e tutelata dalla religione dominante. Nel Corano gli ebrei sono chiamati ‘gente del Libro’ (sura IX:5), mentre nel Nuovo Testamento, molto più antico, si diceva di loro: ‘Cadranno a fil di spada, saranno portati in cattività fra tutti i popoli’ (Luca 21:24)”.

Per i cristiani “era incomprensibile e inaccettabile che gli ebrei potessero volontariamente rimanere fedeli a un’altra religione e rifiutarsi di riconoscere che la grazia era già venuta sulla terra sotto forma di Messia. Così, nell’immaginario cristiano, gli ebrei rimasero i discendenti di Giuda Iscariota, banditi da Gerusalemme a causa dei loro peccati, e continuarono ad apparire come una minaccia per i fedeli in Cristo, essi stessi puri e innocenti”. Per tale ragione: “pregiudizi, aggressioni periodiche, espulsioni di massa, accuse di crimini rituali e pogrom spontanei hanno costituito parte integrante della civiltà ‘giudaico-cristiana’ dalle sue origini fino alle soglie dell’età moderna”.

Shlomo Sand sottolinea come la “giudeofobia” abbia costituito storicamente un elemento fondamentale nei processi di costruzione ideologica delle diverse identità nazionali dell’età moderna. “Quasi ovunque – scrive Sand – il nazionalismo emergente prese dalla tradizione cristiana l’ebreo deicida e lo innestò nella figura dell’Altro, per meglio segnare i confini della nuova nazione”.

 Il professore di Tel Aviv identifica “il lungo secolo della giudeofobia” nell’arco di tempo che “va dal 1850 al 1950”. Se “Giudaismo in musica, il famoso articolo di Richard Wagner pubblicato per la prima volta nel 1850, potrebbe essere considerato come la sua simbolica data di nascita ufficiale”, “la soppressione da parte di Papa Giovanni XXIII nel 1959 della descrizione degli ebrei come eretici e traditori (perfidis)” ne avrebbe segnato la conclusione.

Shlomo Sand individua nei flussi migratori dall’Europa orientale le ragioni della recrudescenza dell’antisemitismo in Europa a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo. E “come le ondate migratorie delle popolazioni yiddish hanno avuto l’effetto, a loro tempo, di cristallizzare la coscienza etno-nazionale”, così ai nostri giorni “l’ostilità nei confronti degli immigrati arabi e musulmani contribuisce a caratterizzare, specificare e affinare l’identità … ‘giudaico-cristiana’ dell’Europa”.

A simili conclusioni giunge anche Edward Said, già professore presso la Columbia University, che afferma: “L’ostilità nei confronti dell’Islam nell’Occidente cristiano moderno è storicamente andata di pari passo con l’antisemitismo, è scaturita dalla stessa fonte, è stata alimentata dalla stessa corrente”.

Rachel Shabi identifica l’origine dell’idea contemporanea della cosiddetta “eredità giudaico-cristiana” in altre circostanze storiche e temporali. Scrive: “L’idea di un’eredità giudaico-cristiana ha preso piede in un contesto politico laico a metà del XX secolo, quando il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower annunciò nel 1952 che la forma di governo americana era basata su valori morali giudaico-cristiani. Subito dopo l’Olocausto, questo fu un modo per inserire gli immigrati ebrei nel contesto americano con un’identità condivisa e inclusiva. Per le comunità ebraiche, che desideravano integrarsi nella società americana, questa scelta aveva un’evidente attrattiva”. L’autrice cita quindi Gil Z. Hochberg, docente di Studi Ebraici e Visivi presso la Columbia University: “Nel contesto di questa nuova alleanza giudaico-cristiana, gli ebrei, che fino a poco tempo prima erano stati considerati odiosi parassiti semiti, potevano finalmente diventare quasi cristiani e quasi bianchi”. 

L’autrice prende poi in esame la dottrina dello “scontro di civiltà” diffusa nel 1993 dal politologo neoconservatore statunitense Samuel P. Huntington. Anche in questo caso, l’adozione dell’idea di una “civiltà giudaico-cristiana” si fonderebbe sulla condivisione di pretesi “valori e credenze” comuni. 

Come scrive lo storico David B. Ruderman, il termine “giudaico-cristiano” compare per la prima volta in una lettera del missionario e reverendo evangelico protestante Alexander MacCaul,  membro eminente della London Society for Promoting Christianity Amongst the Jews, datata 17 ottobre 1821, in riferimento ai convertiti ebrei al Cristianesimo .

In un saggio che prende in esame le tesi di Huntington, Dominique Rebekah Hoffman afferma: “Il termine ‘giudaico-cristiano’, coniato da Alexander MacCaul, non intendeva rappresentare le somiglianze nelle credenze delle due religioni, ma descrivere il rapporto tra cristiani ed ebrei convertiti. … L’origine evangelica del termine influenza ancora il modo in cui gli ebrei moderni considerano il crescente sostegno cristiano a Israele”. Questo termine, come spiega Hoffman, è stato utilizzato nel corso degli ultimi anni della Guerra fredda come “simbolo dei valori tradizionali americani, nella lotta dell’Occidente contro l’ateismo e il comunismo”, seppure “senza indicare direttamente alcun valore religioso, etico o culturale condiviso”. Nel 1983, il Presidente Ronald Reagan, entrato in carica “durante un periodo di fondamentalismo cristiano”, ha affermato: “So che questo può essere deriso e sbeffeggiato in alcuni ambienti sofisticati, ma la nostra è un’eredità giudaico-cristiana, e il nostro è un Dio amorevole e vivente, fonte di ogni verità e conoscenza”. Nel contesto del conservatorismo reaganiano, il termine è stato quindi adottato per significare valori quali la famiglia e il culto di Dio nella Bibbia. 

Tale interpretazione si pone, tuttavia, da una prospettiva incompleta, in quanto “non rappresenta una convinzione condivisa dagli ebrei”. Storicamente, tale relazione è stata improntata a “una lotta per la conservazione etnica e religiosa piuttosto che per l’assimilazione all’identità o al credo occidentale”. Le convinzioni della minoranza “cristiano-sionista” non sono sufficienti a “generalizzare un’intera civiltà”, per quanto “il sionismo cristiano e il sostegno a Israele, sia dal punto di vista politico che religioso, sembrino sostenere la classificazione di Huntington”. 

Dominique Rebekah Hoffman cita quindi Arthur A. Cohen: “Gli ebrei consideravano i cristiani, nel migliore dei casi, di secondo ordine e, nel peggiore, idolatri esecrabili; i cristiani, nel migliore dei casi, consideravano gli ebrei degni di conversione e, nel peggiore, deicidi e anticristi”. 

L’utilizzo di questo termine è stato oggi perpetuato “nei circoli politici e religiosi” dagli “interessi politici del Presidente Donald Trump e del Primo Ministro Benjamin Netanyahu”. Hoffman sostiene che “gli ebrei non concepiscono il loro Dio come rappresentato o necessariamente uguale al Dio trino venerato dal cristianesimo”. Si tratta di “un fraintendimento occidentale dell’ebraismo e dimostra i difetti di una definizione di un’altra identità o gruppo religioso/etnico basata su una visione occidentale del mondo”.

Philip C. Almond, professore emerito presso l’Università del Queensland, è perentorio: “Non esiste una ‘tradizione giudaico-cristiana’. È un’invenzione moderna. Ci sono sempre state una tradizione ebraica e una tradizione cristiana, o, più precisamente, varietà di tradizioni ebraiche e cristiane. Il termine ‘tradizione giudaico-cristiana’ perpetua la soppressione dell’ebraismo, nascondendo le differenze essenziali tra ebraismo e cristianesimo. Una di queste è che ciascuno nega la validità dell’altro. Come afferma il rabbino Eliezer Berkovits, ‘l’ebraismo è ebraismo perché rifiuta il cristianesimo, e il cristianesimo è cristianesimo perché rifiuta l’ebraismo’”.

Come si è detto sopra, l’uso strumentale da parte del fronte neoreazionario dell’idea di una comune eredità “giudaico-cristiana” nasconderebbe il proposito di “demonizzare l’Islam” con la celata intenzione di innestare un meccanismo di “capro espiatorio”, secondo la celebre tesi del professore di Stanford René Girard. Rachel Shabi afferma che l’idea di un’eredita comune sia stata trasformata, a partire dal secondo dopoguerra, “in una narrazione di ‘scontro di civiltà’ che definiva l’Islam come la più grande minaccia allo sviluppo e ai valori occidentali”. Furono autori quali Samuel P. Huntington, Daniel Pipes e Bernard Lewis a diffondere l’idea che i valori giudaico-cristiani costituirebbero “uno scudo protettivo nei confronti di un Islam che si rappresenta come violento e alieno”. 

Questa tesi è trova conferma nelle parole di Ramsey Clark, avvocato e procuratore generale degli Stati Uniti durante la presidenza di Lyndon B. Johnson, il quale, nel corso di un’intervista rilasciata a The Hindu nel 2007, ha dichiarato: “La guerra al terrorismo è in realtà una guerra all’Islam. La maggior parte dei politici parla di terroristi islamici, ma in realtà si riferisce alla minaccia rappresentata dall’Islam. Quindi l’idea di una guerra all’Islam è l’idea di uno sterminio di proporzioni mai viste nella storia, senza precedenti. … La necessità del governo degli Stati Uniti di avere un nemico, la ricerca di nuovi nemici è in realtà un modo per unire il Paese, mascherare le sue vere motivazioni e fare appello al patriottismo, che viene definito l’estremo rifugio delle canaglie. Il patriottismo non è il vero motivo. Il vero motivo è la dominazione e lo sfruttamento, e per riuscirci è necessario avere un punto d’incontro, un nemico comune. È qui che entra in gioco l’esercito. Gli Stati Uniti spendono in armi più di tutti gli altri Paesi messi insieme”.

Shabi commenta: “La storia di uno scontro di civiltà è stata abbracciata dall’estrema destra perché offre un mezzo per attaccare le comunità islamiche e farne un capro espiatorio. A questo punto, è impossibile non ricordare a questi autori, commentatori e politici che attaccano l’Islam quale [altra] religione abbia perseguitato gli ebrei in tutta Europa nel corso della storia”.

Va, inoltre, sottolineato come tali interpretazioni siano ancora funzionali, in ambito geopolitico, al mantenimento di quell’Arco della crisi prospettato dal politologo statunitense Zbigniew Brzezinski, che ha ricoperto il ruolo di Consigliere per la Sicurezza Nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter. Questa retorica non deve considerarsi una novità, di essa si è avvalso anche il padre fondatore del Sionismo, l’ungherese Theodor Herzl, il quale ha affermato: “Per quanto riguarda l’Europa, lì formeremmo una parte del baluardo che la protegge dall’Asia. Serviremmo come avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie. Come Stato neutrale manterremmo un legame con tutta l’Europa, e l’Europa dovrebbe garantire la nostra esistenza”. In anni più recenti: “Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, avrebbe descritto il Paese [Israele] come una ‘villa nella giungla’. Nel 2017, parlando a Parigi, l’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: ‘Siamo parte della cultura europea. L’Europa finisce in Israele. A est di Israele non c’è più Europa’”.

La stessa narrativa è stata caricata di nuovi significati all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Lo Stato di Israele divenne allora una sorta di prima linea sul fronte della guerra al terrorismo globale. “Interpellato sull’impatto dell’11 settembre sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele, l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha risposto: ‘È molto positivo (good)’, aggiungendo poi: ‘Beh, non proprio positivo, ma genererà un’immediata simpatia’”. In tal modo, i motivi politici del conflitto, legati alla terra e all’indipendenza nazionale, venivano reinterpretati alla luce della teoria dello scontro delle civiltà. Shabi commenta: “I leader israeliani hanno presentato il loro Paese come l’avanguardia nella guerra al terrorismo, mentre nello stesso momento questa guerra ha identificato i musulmani con il terrore e ha alimentato ondate di odio anti-islamico in tutto l’Occidente. Non c’è da stupirsi che l’estrema destra abbia iniziato a sostenere Israele”.

Come ricorda Suzanne Schneider a proposito di Palantir Technologies, la “guerra al terrore” ha inoltre fornito la giustificazione per sviluppare un sistema di sorveglianza e controllo globale della popolazione.

Le stesse ragioni sono state sostenute all’indomani dell’attacco del 7 ottobre 2023, quando “il ministro israeliano per gli Affari della Diaspora Amichai Chikli ha dichiarato che il suo Paese è in ‘prima linea nella battaglia per la civiltà occidentale’”.

Rachel Shabi riconosce una chiara strategia geopolitica nel tentativo di assimilare “lo Stato di Israele, nella sua identità, nelle sue prospettive e nei suoi valori, all’Europa e all’Occidente”. Tale identificazione, tuttavia, si scontra con l’ovvia considerazione che “l’effettiva posizione geografica del Paese, … e la maggioranza della sua popolazione – prendendo in considerazione sia gli ebrei mizrahì che i cittadini palestinesi – è mediorientale”. Un tale progetto coloniale rende quindi necessaria non solo l’eliminazione dei palestinesi, ma anche “la cancellazione (whitewashing) di quella parte della popolazione israeliana composta da ebrei provenienti da terre arabe e islamiche”. L’autrice aggiunge, quindi, una toccante nota personale: “Provenendo da una famiglia ebraico-irachena, ammetto di sentirmi personalmente offesa dalla mitologia dell’eredità giudaico-cristiana, proprio perché nasconde la creativa e significativa relazione giudaico-islamica che si è protratta per secoli. È come se tutto ciò non fosse mai esistito. È un’altra forma di cancellazione. È inoltre ripugnante vedere questa presunta ‘eredità condivisa’ utilizzata per colpire le comunità musulmane e farne un capro espiatorio”. Rachel Shabi, a conclusione del capitolo, afferma: “Israele è certamente una questione centrale nella politica interna degli Stati Uniti, in ragione dei ‘valori condivisi’ e dell’impatto delle lobby sioniste, cristiane ed ebraiche, che sostengono Israele. Se Israele non fosse più considerato … un asset strategico nella regione dai governi occidentali, e se tale considerazione non si fondasse su una convergenza di obiettivi militari, di sicurezza e geopolitici, Israele non sarebbe più protetto come Stato cliente”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero LXXIX della rivista di studi geopolitici Eurasia 

Tags: DestraIslamisraeleSionismoUSA
Stefano Ali Azzali

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