In un momento in cui la comunità internazionale assiste – spesso in silenzio o con colpevole complicità – al genocidio in corso nella Striscia di Gaza, anche qui, in Italia, le sue conseguenze si manifestano con forza, nei corpi feriti e nei volti segnati di chi è riuscito a sopravvivere alle bombe, ma non all’umiliazione. Questo racconto non arriva da una zona di guerra, ma da uffici pubblici e reparti ospedalieri di Milano, dove donne palestinesi – arrivate per ricevere cure salvavita – si trovano a subire nuove violenze, stavolta istituzionali: l’obbligo di spogliarsi del proprio velo, la minaccia della perdita del diritto all’asilo o alle cure mediche, l’intimidazione nei confronti di chi le assiste.
Questa testimonianza, che pubblichiamo integralmente, è un atto di denuncia civile. Racconta con precisione, nomi e circostanze, il clima di abuso sistemico e discriminazione che colpisce chi ha già perso tutto, tranne la dignità. Ma mostra anche il ruolo fondamentale di chi – come Amir Abdaljawwad – si prende cura di queste persone con coraggio, nel silenzio e nella solitudine di chi difende i diritti umani mentre le istituzioni che dovrebbero tutelarli li violano. In tempi in cui la solidarietà viene criminalizzata, ascoltare e rendere pubblica questa voce è un atto necessario.
Mi chiamo Amir Abdaljawwad, faccio parte dell’associazione benefica palestinese per il sostegno al popolo palestinese (ABSPP). Mi occupo di seguire e assistere le famiglie dei feriti e dei malati arrivate da Gaza in Italia, in particolare a Milano. Le aiuto nelle pratiche burocratiche per completare i documenti, nella traduzione e durante le visite ospedaliere. Inoltre, cerco di offrire loro un supporto materiale e psicologico, anche grazie alla comunità musulmana e palestinese.
Tutto questo lavoro viene svolto in coordinamento con il Comune di Milano, con gli ospedali presso cui sono in cura e con le associazioni che li ospitano per l’alloggio. Svolgo questo servizio in modo volontario a nome dell’associazione benefica palestinese ABSPP.
La segnalazione del caso di Milano
L’Ufficio Asilo della Questura di Milano ha esercitato pressioni esercitate sulle sorelle di Gaza affinché rimuovessero il velo. Questo è successo tre volte. La prima volta è avvenuta circa un anno fa, nel giugno 2024, presso l’ospedale Niguarda, nell’unita spinale. È successo con una ragazza giovane che, a causa delle sue condizioni di salute, non poteva recarsi in Questura per presentare la richiesta di permesso di soggiorno per motivi medici e fare le impronte digitali. La polizia è quindi venuta in ospedale per raccogliere la domanda.
Ero presente come interprete. Mi è stato detto di chiederle di togliere il velo per fare una foto. Ho risposto che avevamo già una foto conforme ai requisiti richiesti, ma hanno insistito dicendo che quella foto era necessaria per il controllo e la verifica di sicurezza. Erano due agenti, un uomo e una donna, in divisa. Ignaro della legge in quel momento, ho chiesto che restasse solo la donna nella stanza. Ho informato l’avvocata del Comune e i medici dell’ospedale di quanto accaduto.
La seconda volta è avvenuta con una madre e sua figlia, arrivate anch’esse da Gaza, intorno a febbraio 2025, presso l’Ufficio Immigrazione centrale di Milano. Ero presente come interprete ufficiale per conto dell’associazione Farsi Prossimo, incaricata dell’accoglienza della famiglia, e indossavo il badge identificativo. Hanno chiesto alla madre di togliere il velo, tramite personale civile e la loro traduttrice ufficiale. Ho spiegato alla madre che la legge le dà il diritto di rifiutare e che può tenere il velo se lo desidera. Alla traduttrice non è piaciuta questa risposta e ha informato la funzionaria che stava compilando la domanda di asilo.
Mi hanno trattato con ostilità, dicendo che avrei dovuto “stare dalla loro parte” e che non dovevo incitare la madre, anche se avevo solo spiegato i suoi diritti legali. La madre ha rifiutato di togliere il velo. Ho iniziato a chiamare l’avvocata del Comune per cercare di risolvere la situazione. Ho anche proposto che potesse scoprire solo le orecchie, se necessario. Mi è stato risposto che il riconoscimento di sicurezza non può essere fatto senza rimuovere completamente il velo, anche se nella stanza ci sarebbe stata solo una donna. Mi hanno detto: “Se rifiutate, non potete presentare la domanda d’asilo. Andatevene se non volete togliere il velo.”
Dopo una lunga discussione, con tensione e urla, siamo giunti a un accordo: la donna avrebbe mostrato solo le orecchie. Ma, una volta scesa nella sala fotografica, le è stato detto nuovamente che doveva togliere tutto il velo, e che non c’era alcun accordo per lasciare scoperte solo le orecchie. Per paura di perdere il diritto alla protezione e al soggiorno, la madre ha ceduto e ha tolto il velo.
Successivamente, le è stato detto di non accompagnarsi più a me, perché le avrei “causato problemi” con il mio comportamento. Poi mi hanno mandato un agente di polizia che ha preso la mia carta d’identità e l’ha fotografata. Infine, la funzionaria della domanda d’asilo le ha detto di riferirmi che, se non avessi lasciato l’edificio, mi avrebbero “fatto del male”. Tutti i presenti all’Ufficio Immigrazione – inclusi polizia e traduttori – sono testimoni dell’accaduto.
Il terzo episodio è avvenuto alcune settimane fa, con una nonna e suo nipote ferito. I responsabili dell’associazione incaricata dell’accoglienza le hanno comunicato due giorni prima del colloquio per la richiesta di asilo che avrebbe dovuto togliere il velo per la foto di sicurezza. Mi ha chiamato per chiedere un consiglio. Le ho detto che la legge le garantisce il diritto di rifiutare e che può restare con il velo. Mi ha chiesto di accompagnarla il giorno della domanda. Le ho risposto che, se andassi, potrebbe scoppiare un problema come quello dell’episodio precedente. Le ho detto: “Tutto ciò che devi fare è rifiutare senza discutere.” Lei ha risposto che, se questo è il requisito, allora non vuole fare domanda di asilo e preferisce tornare a Gaza dopo il trattamento del nipote. Le ho detto di dire esattamente questo se le avessero chiesto di togliere il velo.
Sono rimasto in contatto telefonico con lei. Hanno cercato di convincerla, dicendole anche che non avrebbe avuto diritto alle cure per il nipote se non avesse tolto il velo e completato la domanda. Ha mantenuto fermamente la sua posizione. Dopo alcune ore, hanno accettato di scattare la foto con le orecchie scoperte, dicendo che si trattava di una deroga illegale che stavano facendo per lei in via eccezionale.
Le minacce sono state, in un caso, il negare il diritto alle cure (nonostante il fatto che il governo italiano abbia portato queste persone in Italia proprio per ricevere cure mediche), e in un altro caso il negare il diritto a presentare la richiesta di asilo e quindi rimanere senza documenti legali. Tra le minacce rivolte, una in particolare mi è stata indirizzata tramite una delle donne presenti:
“Se non esce, gli faremo del male.” Le donne si trovavano tra l’obbligo di completare il proprio percorso di cura e la paura di perdere il diritto a presentare la domanda di soggiorno, sia esso per motivi medici che per asilo.
In uno degli episodi, una funzionaria ha detto chiaramente alla donna che capiva quanto fosse difficile per una donna essere costretta a fare qualcosa contro la sua volontà, e che si rendeva conto della sofferenza psicologica di tale imposizione, ma ha aggiunto che si trattava di una procedura legale obbligatoria per motivi di sicurezza.
Quanto accaduto non è stato un comportamento individuale in una stanza chiusa, ma è avvenuto due volte presso l’Ufficio Immigrazione e una volta in ospedale, davanti a tutti: utenti, funzionari e personale presente. Tutti i soggetti coinvolti, compreso il Comune e l’avvocato del Comune, sono a conoscenza dei dettagli di ciò che è successo.


