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L’inchiesta bomba del New York Times rivela: Netanyahu ha prolungato il massacro a Gaza e sacrificato gli ostaggi per evitare il processo

by Redazione
Luglio 21, 2025
in Colonialismo, Israele, Mondo, Palestina, Prima Pagina, Sionismo
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L’inchiesta bomba del New York Times rivela: Netanyahu ha prolungato il massacro a Gaza e sacrificato gli ostaggi per evitare il processo
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In un’inchiesta monumentale pubblicata l’11 luglio 2025, il New York Times getta nuova luce sulle dinamiche interne alla guerra in corso nella Striscia di Gaza, portando alla ribalta una tesi tanto delicata quanto documentata: le decisioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non sono state dettate unicamente da esigenze militari o di sicurezza nazionale, ma da calcoli politici legati alla propria sopravvivenza personale.

Attraverso oltre 110 interviste a funzionari israeliani, statunitensi e arabi, e l’analisi di verbali di gabinetto, piani militari riservati e comunicazioni diplomatiche, l’indagine del New York Times ricostruisce come occasioni concrete per porre fine al conflitto siano state sistematicamente ignorate o posticipate. Il risultato è un quadro inquietante: un conflitto prolungato ben oltre quanto giudicato necessario dallo stesso apparato militare israeliano, con costi umani devastanti, soprattutto per la popolazione palestinese, e implicazioni politiche internazionali di vasta portata.

L’attacco del 7 ottobre: lo shock e le prime omissioni

Il 7 ottobre 2023 segna l’inizio ufficiale dell’escalation: un attacco su larga scala da parte di Hamas colpisce il sud di Israele, causando circa 1.200 morti – di cui metà combattenti dell’IDF –  e il rapimento di oltre 250 persone. È il peggior attacco subito da Israele dal 1948. Eppure, secondo l’inchiesta del New York Times, l’evento non arriva del tutto a sorpresa.

Fonti interne all’intelligence israeliana avevano da mesi lanciato allarmi su una possibile escalation, evidenziando come la crisi interna al governo — in particolare il tentativo di Netanyahu di indebolire la magistratura — avesse deteriorato la prontezza militare e la coesione sociale del paese. Alcuni comandanti, come il capo del Mossad e quello dell’IDF, avevano esplicitamente avvertito Netanyahu di un “rischio strategico di guerra imminente”. I segnali, però, sono stati ignorati.

All’indomani dell’attacco, l’iniziale paralisi del comando politico si accompagna a una gestione fortemente centralizzata della risposta militare. Le forze armate reagiscono con bombardamenti massicci su Gaza, mentre il governo inizia a delineare una narrativa incentrata sull’imprevedibilità dell’attacco — una narrazione che l’inchiesta mette in discussione.

L’occasione mancata: la tregua sabotata dall’interno

Nell’aprile del 2024, a sei mesi dall’inizio della guerra, si apre una finestra concreta per una tregua. Secondo i mediatori egiziani e americani, Hamas era pronta ad accettare un cessate il fuoco di sei settimane, durante il quale sarebbero stati liberati oltre 30 ostaggi israeliani, con la possibilità di estendere l’intesa e avviare negoziati per un accordo duraturo. Per la prima volta, anche Netanyahu sembrava disposto ad accettare la proposta. Nei canali ufficiali e paralleli di Hamas, l’obiettivo dichiarato del 7 ottobre era infatti era duplice: avviare uno scambio di ostaggi e ottenere la liberazione di centinaia di palestinesi detenuti da anni nelle carceri israeliane — inclusi donne, minori e prigionieri senza processo.

Tuttavia, come ricostruito nell’inchiesta del New York Times, il primo ministro israeliano decide di non sottoporre il piano all’approvazione formale del governo. Tiene la proposta fuori dall’ordine del giorno della riunione di gabinetto e sceglie di presentarla solo a sorpresa, per evitare che i ministri più radicali potessero organizzarsi in anticipo.

Il tentativo fallisce bruscamente. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra religiosa, lo avverte pubblicamente: “Se porti avanti questa resa, non hai più un governo”. Netanyahu, messo di fronte alla possibilità di perdere la maggioranza e andare a elezioni anticipate — che i sondaggi lo davano per perdente — ritira la proposta. Ai suoi collaboratori sussurra: “Non presentate il piano”.

Così, una tregua che avrebbe potuto salvare vite e aprire spiragli diplomatici — anche con l’Arabia Saudita, favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele — viene affossata per tutelare un fragile equilibrio politico.

Reazioni internazionali e crisi interna: un prezzo crescente
Man mano che il conflitto si prolungava, le conseguenze delle scelte politiche di Netanyahu sono diventate sempre più evidenti sia sul piano internazionale sia all’interno del regime di Tel Aviv. L’iniziale solidarietà globale, seguita agli attacchi del 7 ottobre, ha lasciato il posto a una crescente condanna. Le immagini della distruzione su larga scala a Gaza, delle migliaia di vittime civili e delle condizioni umanitarie catastrofiche hanno alimentato accuse di crimini di guerra e perfino di genocidio: la Corte Penale Internazionale ha chiesto l’arresto del primo ministro israeliano.

Negli Stati Uniti, l’alleato più potente di Israele, la gestione del conflitto ha diviso la Casa Bianca e il Partito Democratico, contribuendo, secondo l’inchiesta, al ritorno al potere di Donald Trump. L’amministrazione Biden ha esercitato pressioni sempre più forti affinché Israele adottasse una strategia di de-escalation e aprisse ai negoziati per la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, Netanyahu ha spesso ignorato o dilazionato tali richieste, temendo di incrinare l’appoggio della sua base elettorale e dei partner dell’estrema destra.

All’interno del Paese, l’assenza di un piano per il “dopo-Hamas” e i ritardi nelle trattative per la liberazione degli ostaggi hanno alimentato il malcontento. I generali, i servizi di sicurezza e numerose famiglie degli ostaggi hanno più volte sollecitato il governo ad accettare accordi che Netanyahu ha evitato o rimandato. Alcuni di questi ostaggi, secondo l’inchiesta, sarebbero morti in cattività proprio durante questi ritardi strategici>

Nel frattempo, Netanyahu è riuscito a rafforzare il controllo sul governo: ha evitato inchieste, licenziato alti ufficiali, e perfino avviato manovre per rimuovere la procuratrice generale responsabile del suo processo per corruzione. A quasi due anni dall’inizio del conflitto, l’uomo che sembrava politicamente finito il 7 ottobre 2023 appare oggi nuovamente saldo al potere.

Il potere prima della pace: Netanyahu tra guerra, impunità e calcolo personale
Se c’è un dato che emerge con chiarezza dall’inchiesta del New York Times, è che Benjamin Netanyahu ha deliberatamente prolungato una guerra devastante, rinunciando a soluzioni politiche percorribili, per un unico obiettivo: salvare se stesso. Non Israele, non la sicurezza collettiva, ma la sua sopravvivenza politica e la permanenza al potere. Il risultato è stato un conflitto senza fine, una catastrofe umanitaria per Gaza e una crisi morale profonda anche per la società israeliana.

Dietro l’apparente determinazione del leader, l’inchiesta rivela un quadro di fragilità morale e manipolazione istituzionale: Netanyahu ha evitato la creazione di un piano post-bellico per Gaza perché qualunque discussione sul “day after” avrebbe richiesto di nominare una leadership palestinese alternativa ad Hamas. Ma i suoi ministri più estremisti rifiutavano qualunque forma di autogoverno palestinese, preferendo l’idea — mai formalizzata ma sempre presente — di una nuova colonizzazione del territorio. Così, invece di una exit strategy, Israele è rimasta invischiata in un conflitto eterno, circolare, che ha visto le truppe israeliane riconquistare le stesse aree già abbandonate — come l’ospedale di Al-Shifa — mentre Hamas si riorganizzava nel vuoto lasciato da una guerra senza soluzione.

Nel frattempo, Netanyahu ha usato il caos del conflitto per accumulare potere e silenziare ogni forma di responsabilità politica. Ha licenziato o marginalizzato figure chiave nei servizi di sicurezza, ha ritardato ogni tentativo di commissione d’inchiesta, e ha manipolato gli equilibri istituzionali per bloccare il suo stesso processo per corruzione, in corso dal 2020. Perfino la rimozione della procuratrice generale incaricata del caso è stata considerata — secondo il NYT — un obiettivo strategico del governo. Il tutto, mentre il numero di morti a Gaza superava i 100.000, tra cui migliaia di bambini.

Una guerra per il potere: il costo morale dell’impunità
Quando si spogliano gli eventi dai comunicati ufficiali, dalle giustificazioni belliche e dalle strategie di comunicazione, ciò che resta — come mostra l’inchiesta del New York Times — è un’evidenza inaccettabile: migliaia di civili palestinesi uccisi, una popolazione ridotta alla fame, ostaggi israeliani morti in prigionia, occasioni di pace distrutte, e un leader che ha trasformato tutto questo in capitale politico.

La guerra a Gaza non è stata soltanto una risposta all’attacco del 7 ottobre. È stata, nella ricostruzione giornalistica, un dispositivo di controllo, uno strumento cinico e calcolato per mantenere in piedi un governo minoritario, composto da elementi suprematisti, corrotti e ideologicamente feroci. Netanyahu ha scelto di sacrificare la diplomazia, la vita umana, la stabilità regionale e perfino la coesione interna di Israele, pur di evitare il collasso personale e giudiziario.

Ma i costi sono andati oltre i confini politici. Con un’intera società devastata sotto le bombe, e con un sistema internazionale incapace di fermare la macchina di morte israeliana, ciò che emerge è un sistema di potere fondato sull’impunità e sull’ideologia coloniale. Il sionismo istituzionale, incarnato nella figura di Netanyahu, si mostra qui per quello che è: non una visione di autodeterminazione, ma un regime che consuma guerra per sopravvivere.

La Corte Penale Internazionale ha già chiesto l’arresto di Netanyahu per crimini di guerra. Eppure, come ricorda amaramente il reportage del New York Times, il premier israeliano non solo è ancora in carica, ma è in corsa per vincere le prossime elezioni. È questo il punto più oscuro di tutta la vicenda: la guerra ha funzionato. Ha prodotto ciò che doveva produrre per chi l’ha voluta e prolungata. La questione, ora, non è solo giudiziaria o diplomatica: è etica, storica e civile.

Se il conflitto in Palestina è destinato a continuare, è perché il potere che lo alimenta non paga mai un prezzo reale. Né davanti ai tribunali, né nelle urne, né nell’arena internazionale. 

Crediti immagine copertina: Ziv Koren/Polaris, for The New York Times

Tags: corruzionecrimini di guerraGazagenocidioinchiestaisraeleNetanyahuNew York Timesnytpalestinaprocesso
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