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Home Colonialismo

L’analisi: Gaza, la Commissione ONU accusa di “Genocidio in corso”. Cosa cambia ora all’Aja

by Sabri Ben Rommane
Settembre 17, 2025
in Colonialismo, Israele, Mondo, Palestina, Prima Pagina, Sionismo
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L’analisi: Gaza, la Commissione ONU accusa di “Genocidio in corso”. Cosa cambia ora all’Aja
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Il 16 settembre 2025, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese occupato ha pubblicato un’analisi legale di 72 pagine che, senza perifrasi, approda a una conclusione dirompente: Israele è responsabile del crimine di genocidio a Gaza. “È chiara l’intenzione di distruggere i palestinesi a Gaza”, ha detto la presidente Navi Pillay, sollecitando Israele e tutti gli Stati ad adempiere agli obblighi internazionali per porre fine al genocidio e punire i responsabili. Il rapporto – un “conference room paper” alla 60ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani – non è un comunicato politico: è un documento d’indagine che mette in fila atti, norme e prove, e conclude che lo Stato di Israele ha violato la Convenzione del 1948.

Nel merito, la Commissione sostiene che le forze israeliane abbiano perpetrato quattro dei cinque atti sottostanti elencati all’articolo II della Convenzione sul genocidio: uccisioni; gravi lesioni fisiche o psichiche; imposizione di condizioni di vita calcolate a distruggere il gruppo (assedio, fame, collasso dei servizi essenziali); misure intese a impedire le nascite, anche attraverso la distruzione del sistema riproduttivo (compreso l’attacco che ha distrutto migliaia di campioni presso la clinica IVF Al-Basma, con effetti “per generazioni”). La Commissione afferma che questi atti, uniti a un dolo specifico (dolus specialis) ricavabile sia da dichiarazioni dirette di alti funzionari israeliani sia dal pattern delle operazioni militari, rendono la qualificazione giuridica ineludibile.

La sezione chiave sul “dolo speciale” elenca dichiarazioni pubbliche di vertici politici e militari – dal Presidente al Primo ministro, fino ai ministri competenti – considerate prove dirette di intento distruttivo, accompagnate da condotte che, nel loro insieme, escluderebbero la giustificazione della “necessità militare”. È citata anche un’audio registrazione (15 agosto 2025) dell’ex capo dell’intelligence militare che definisce “necessaria” la morte di decine di migliaia di persone a Gaza. In parallelo, la Commissione descrive un quadro di assedi, fame deliberata e blocco degli aiuti, attacchi a ospedali e al personale sanitario, violenze sessuali e di genere, e bersaglio diretto dei bambini. L’effetto combinato, secondo gli estensori, non lascia alternative ragionevoli all’inferenza dell’intento genocida. 

Il rapporto va oltre: attribuisce allo Stato di Israele la responsabilità internazionale per genocidio (atti compiuti dai suoi organi) e per mancato impedimento e punizione del genocidio, ordinando in sostanza tre cose: cessare immediatamente condotte incompatibili con la Convenzione; rispettare le misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia; riparare integralmente i danni al gruppo palestinese. La Commissione individua poi una responsabilità di incitamento diretto e pubblico al genocidio in capo a figure apicali, tra cui il Presidente Isaac Herzog, il Primo ministro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant. 

Da Tel Aviv la replica è stata sprezzante. L’ambasciatore israeliano a Ginevra, Daniel Meron, ha attaccato il lavoro della Commissione accusando quest’ultima di servire la propaganda di Hamas. Ma la difesa per negazione non scalfisce il punto: l’analisi della Commissione poggia su migliaia di elementi – testimonianze, immagini satellitari, dati ONU e fonti sanitarie – e su un diritto cristallizzato da decenni. 

Il contesto umanitario fotografato dal dossier è spietato. Oltre alla distruzione sistematica di case, scuole e ospedali, la Commissione descrive un meccanismo di aiuti che si trasforma in “trappola mortale”, con vittime colpite perfino in coda per un pasto, mentre la fame viene usata come arma. I dati convergono con gli ultimi allarmi internazionali: la carestia è stata confermata a Gaza City dall’IPC/FRC lo scorso agosto e OCHA stima quasi un milione di persone intrappolate in città sotto bombardamenti quotidiani e con accesso compromesso ai mezzi di sopravvivenza. 

Sul piano geopolitico, il giorno dell’uscita del rapporto ha visto anche il Consiglio per i Diritti Umani modificare l’agenda per un dibattito urgente sullo strike israeliano a Doha contro la leadership politica di Hamas: un’azione condannata dal Segretario generale come “flagrante violazione” della sovranità del Qatar, e stigmatizzata in una dichiarazione del Consiglio di Sicurezza approvata all’unanimità. Il messaggio che arriva da New York e Ginevra è che l’espansione regionale del conflitto minaccia pace e mediazione.

Che impatto può avere sul caso Sudafrica c. Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia

Qui occorre freddezza giuridica. La relazione della Commissione non vincola la Corte e “non parla a nome dell’ONU” in senso tecnico; tuttavia, può pesare come prova documentale e fonte autorevole di accertamenti fattuali e di valutazioni su intenti e schemi di condotta. La giurisprudenza dell’ICJ in materia di genocidio impone, per la responsabilità dello Stato, uno standard probatorio “pienamente conclusivo”: la Corte deve convincersi “pienamente” che il crimine o gli atti dell’articolo III siano stati commessi. Proprio su questo, il rapporto offre due mattoni cruciali.

In primis, la prova dell’actus reus (gli atti di cui alle lettere a–d dell’articolo II) dettagliata e sistematica. A questo si aggiunge la prova dell’intento (dolus specialis), sia diretta (dichiarazioni) sia indiziaria (pattern di operazioni, fame, blocco aiuti, distruzione di strutture vitali), organizzata secondo gli stessi criteri ricavati dalla giurisprudenza internazionale citata nel testo. È esattamente il tipo di materiale che può aiutare i giudici a colmare il gap tra “rischio plausibile” – base delle misure provvisorie già ordinate – e accertamento pieno nel merito.

La fase processuale spiega anche i tempi: dopo le ordinanze cautelari del 26 gennaio, 28 marzo e 24 maggio 2024 (quest’ultima ha ingiunto a Israele di fermare l’offensiva a Rafah e garantire accesso umanitario), la Corte ha fissato i termini scritti; l’estensione del 14 aprile 2025 ha spostato la scadenza per il contro-memoriale israeliano al 12 gennaio 2026. Tradotto: il giudizio sul merito difficilmente arriverà prima del 2027. In questo arco, una relazione ONU che qualifica quattro atti genocidari e organizza la prova sull’intento potrà essere citata dalle parti e dagli Stati intervenienti, e valutata dalla Corte insieme ad altre evidenze. Potrà anche sostenere eventuali nuove richieste di modifica/rafforzamento delle misure provvisorie se la situazione dovesse aggravarsi.

C’è poi il capitolo relativo agli obblighi degli altri Stati. La Commissione ricorda che tutti i contraenti della Convenzione hanno il dovere di prevenire il genocidio “impiegando tutti i mezzi ragionevolmente disponibili” dal momento in cui sanno (o devono sapere) del serio rischio: in positivo significa interrompere trasferimenti d’armi suscettibili di essere usati per atti genocidari; cooperare per far cessare le violazioni; non riconoscere come lecite le operazioni che violano norme di jus cogens; indagare e punire. Sono indicazioni che, pur non essendo ordine della Corte, dialogano con le misure provvisorie già in essere e aumentano la pressione su governi, corti nazionali e sistemi d’export. In un futuro giudizio sul merito, la circostanziata ricostruzione di questi obblighi potrà aiutare l’ICJ a declinare le conseguenze di un’eventuale condanna e a valutare la condotta di terzi. L’incitamento diretto e pubblico accertato dalla Commissione a carico di vertici israeliani non è una nota a margine: nelle cause sul genocidio, la retorica di odio e annientamento pronunciata da autorità statali ha spesso un valore indiziario importante sull’intento e può diventare, se corroborata, pietra angolare per superare la soglia probatoria “pienamente conclusiva”. Anche qui il rapporto offre un catalogo che potrebbe essere messo sul tavolo dell’Aja.

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Sabri Ben Rommane

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