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Home Afghanistan

Il ritorno dei Talebani: contro i popoli non si vince

by Hamza Roberto Piccardo
Agosto 15, 2021
in Afghanistan, Mondo, Prima Pagina
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Il ritorno dei Talebani: contro i popoli non si vince
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Sono passati 46 anni e la Storia, cioè la cronaca, ci ha dato un’altra prova che contro i popoli non si vince. Dico la cronaca poiché, la Storia ha bisogno di tempo, documenti, studio e riflessione, deve lasciar decantare i fatti e poi leggerli con maggior serenità e onestà intellettuale.

I talebani, mentro sto scrivendo sono entrati a Kabul mentre la ritiranda coalizione occidentale che sta cercando di mettere in salvo il salvabile, qualche centinaio di collaborazionisti, ma più ancora documenti e prove di un fallimento clamoroso, caricandole in fretta e furia sui capaci aerei della USAF o distruggendole sul posto. Il tutto sotto lo sguardo nervoso di qualche migliaia di marines con l’indice sul grilletto che non vedono l’ora che questa storia finisca per tornarsene a casa.

Nel 1975 erano i vietcong e i regolari nord vietnamiti che avevano preso Saigon (oggi Ho Ci Min Ville) e le immagini della rotta statunitense mi testimoniarono quello che era già stato evidente nel caso algerino di 13 anni prima e ora clamoroso in quello afghano: contro i popoli non si può vincere.

I popoli non hanno alternative: non possono tornarsene a casa, vincono o soccombono e per gente come gli algerini, i vietcong e gli afghani, soccombere era molto peggio che morire.

Nel dipinto è raffigurato William Brydon un infermiere dell’esercito della British East India Company durante la prima guerra anglo-afgana, famoso per essere stato l’unico membro di un esercito di 4.500 uomini, oltre 12.000 civili di accompagnamento, a raggiungere la sicurezza a Jalalabad alla fine di il lungo ritiro da Kabul.

Qui non si tratta di convidere l’ideologia dei mujahidin algerini, o quella dei vietcong e neppure quella dei talebani anche se con i primi e questi ultimi esiste un robusto tessuto comune: la fede islamica che ci accomuna;  la questione di fondo è che i popoli possono permettersi di pagare un prezzo che i colonizzatori, gli invasori (compresi i collaborazionisti locali) non possono pagare.

Bisognerebbe sterminarli, nel senso letterale del verbo, cioè fare “un deserto e chiamarlo pace” come Tacito fa dire al comandante dei Caledoni (oggi scozzesi) che descrive il modus operandi romano quando arringa le truppe che dovranno scontrarsi con le loro legioni 

Non basta decimarlo, un popolo, non basta usare contro di esso la forza e l’organizzazione militare anche più sofisticata, non basta spendere come hanno fatto gli USA e i loro alleati 1300 miliardi di dollari, non basta.

Ora, mentre cominciano a essere pubblicati su media occidentali racconti sulle atrocità dei vincitori che servono più che altro a giustificare il fatto che contro mostri del genere la guerra era stata necessaria, ci auguriamo che il popolo afghano sappia ritrovare, nei suoi tempi e modi, quell’unità d’intenti che li ha visti vincitori da quasi due secoli contro tutti gl’invasori: inglesi, sovietici e infine contro la Coalizione di cui disgraziatamente abbiamo fatto parte anche noi italiani. 

E che, come ci ha insegnato la tradizione del Profeta Muhammad (pbls) a cui sostengono di riferirsi, sappiano essere giusti e misericordiosi con quelli del loro popolo che per debolezza o altre circostanze si trovano oggi tra gli sconfitti.

Tags: AfghanistanKabulTalebaniUSA
Hamza Roberto Piccardo

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