La Sumud Flotilla è un’iniziativa nonviolenta: una delle più grandi iniziative nonviolente di quest’epoca, e probabilmente la più grande che sia stata realizzata via mare.
In quanto tale, il suo scopo non è tanto o soltanto il recapito materiale di aiuti umanitari, che sarebbero comunque del tutto insufficienti a rimediare alla carestia scientemente provocata dall’assedio sionista alla popolazione Gazawi, ed il cui destino – ove questi aiuti fossero affidati alla cura e “buona volontà” delle autorità israeliane – sarebbe in gran parte già scritto: lasciati marcire ai valichi di frontiera, saccheggiati da coloni israeliani o bande criminali foraggiate da Israele, oppure utilizzati come esche presso punti di distribuzione dove i civili palestinesi affamati vengono impunemente bersagliati da milizie mercenarie.
La finalità della Flotilla è invece quella di mettere in rilievo, e aggredire politicamente, le contraddizioni del sistema di oppressione genocida vigente contro i Palestinesi: i crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati verso la popolazione civile, l’utilizzo dell’affamamento come arma, il blocco illegale dello spazio marittimo palestinese, etc. Tale aggressione non è compiuta con le armi convenzionali, né con quelle – lungamente dimostratesi insufficienti – della diplomazia internazionale, bensì con quelle simboliche dell’offerta umanitaria, della testimonianza disinteressata e del dono altruistico di sé.
É un metodo di lotta, quello nonviolento, perlopiù ignoto o dimenticato da gran parte delle opinioni pubbliche di questa parte del mondo; ed è una disponibilità altruistica, quella ivi espressa, perlopiù sconosciuta alla sensibilità contemporanea – perfino fra coloro che oggi, rendendosi disponibili a “mediare” per “consegnare gli aiuti” non colgono come il punto della questione non sia, e non possa mai essere, il semplice recapito di un aiuto materiale, bensì il dono immateriale di sé nella denuncia di un’ingiustizia, finché questa non venga riconosciuta ed emendata.
Come scriveva il Mahatma Gandhi: “La nonviolenza non consiste nello starsene seduti vilmente a casa per evitare la battaglia; si deve invece andare là dove la battaglia infuria e dichiarare: “Sono pronto ad essere ucciso, ma non ucciderò” – non infliggendo sofferenze all’avversario, ma [all’occorrenza] a se stessi”.
Crediti immagine copertina: Al Jazeera




