Da un porto ordinario si eleva un’accusa storica: mentre l’Italia – e il governo Meloni – ostentano un auspicabile coinvolgimento diplomatico, sul campo un convoglio umanitario viene ostacolato con richieste che rasentano il paradosso e denunciano una strategia di blocco sistematico.
La missione della componente terrestre della Global Sumud Flotilla, coordinata in Italia dall’ONG Music for Peace, ha formulato gli scorsi giorni una denuncia che scuote la coscienza: le autorità israeliane avrebbero imposto la rimozione da ciascun pacco degli alimenti considerati “troppo energetici”, come biscotti, miele e marmellata, ritenuti non idonei per il transito. Da Israele avrebbero chiesto di smembrare i pacchi della missione, secondo quanto testimonia Stefano Rebora, presidente di Music for Peace, spiegando che i beni giudicati “non idonei” dovrebbero essere scartati a spese dell’ONG stessa.
La rimozione di biscotti, miele e marmellata – elementi che in una situazione di stenti possono rappresentare più che semplici cibi di conforto – è stata denunciata con forza dagli organizzatori come una rinuncia volontaria al principio stesso dell’umanitario: nutrire i corpi provati.
Dichiarazioni e polemica politica
Quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che «se lasciamo gli aiuti a terra possono essere consegnati in pochi giorni», la replica degli attivisti è stata durissima. A loro avviso, si tratta di «una falsità». L’azione via terra, spiegano da Genova, non è un’alternativa alla missione navale, ma parte integrante della strategia umanitaria e deve essere condotta in parallelo, sotto garanzia internazionale.
Le autorità israeliane avrebbero invece imposto condizioni operative tali da rendere la consegna diretta impossibile: apertura obbligatoria dei pacchi, controllo sui destinatari locali, restrizioni sul punto d’uscita e continui cambi di regole burocratiche che mutano di giorno in giorno. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento d’incertezza: l’unico valico attivo, il King Hussein Bridge verso la Giordania, può essere chiuso in maniera arbitraria, annullando qualsiasi sforzo logistico.
Rebora ribadisce che le condizioni sono «inaccettabili» e sottolinea: «Abbiamo dieci container fermi in porto e pronti a partire, ma sono settimane che ci propongono condizioni inaccettabili». Per gli organizzatori, il principio di base è chiaro: i pacchi devono restare inviolabili, senza ispezioni arbitrarie o rimozioni selettive, e la consegna dev’essere diretta ai referenti locali, senza passaggi intermedi controllati dalle autorità occupanti. Ogni fase — dal trasporto alla consegna — «deve essere sotto garanzia di organismi neutrali», aggiunge Rebora, ribadendo la richiesta di trasparenza totale.
Il contesto: blocco, attacchi, mobilitazione
La Missione navale della Sumud Flotilla, partita da Genova e da altri porti come Barcellona e Tunisi, con oltre cinquanta imbarcazioni, intende sfidare il blocco navale imposto a Gaza. Negli ultimi giorni, la Flotilla ha denunciato attacchi con droni, jamming delle comunicazioni, scariche luminose e interferenze.
In risposta, l’Italia ha inviato la fregata Fasan con il compito ufficiale di fornire aiuto umanitario e tentare una mediazione. Ma il governo ha contemporaneamente invitato la Flotilla a consegnare gli aiuti a Cipro, da dove sarebbero stati redistribuiti tramite il Latino Patriarcato di Gerusalemme, sotto l’egida vaticana. I promotori hanno respinto questa soluzione, definendola un espediente volto a neutralizzare l’azione politica del convoglio.
Nel frattempo, da Genova sono partiti convogli terrestri con decine di tonnellate di aiuti — circa trecento stimate — che dovrebbero muoversi in parallelo alla missione navale. Prima dell’imbarco, la città ha visto manifestazioni e forti segnali di solidarietà dei lavoratori portuali: gli stessi portuali genovesi hanno promesso che, se la Flotilla perdesse contatto per venti minuti, «bloccheremo tutta l’Europa».
Il governo Meloni appare incerto e contraddittorio, preso tra la volontà di mantenere relazioni con Israele e quella di contenere la crescente pressione popolare.
Questa vicenda non è dunque un semplice episodio logistico, ma un frammento di una più ampia strategia genocidaria di assedio, fame e costrizione. Il termine “genocidio” dunque non è solo una parola militante, ma è già presente nelle denunce internazionali, nei report ufficiali dell’ONU, e negli atti giudiziari intentati da diversi Stati contro Israele.





