La scena è questa: un villaggio tranquillo del Bedfordshire, un capanno in giardino, una madre in casa e, a pochi metri dalla siepe dei vicini, un concentrato di sostanze che normalmente associamo a guerre, attentati, scenari CBRN. Non a caso, per mettere in sicurezza quell’angolo di verde ci sono volute settimane, artificieri, militari, unità specializzate.
Dentro il capanno e in casa, gli investigatori trovano polvere nera, munizioni a salve e almeno un proiettile vero, veleni potenzialmente letali, dispositivi esplosivi improvvisati, materiali radioattivi, uranio, potassio cianuro, mercurio, oltre a fosforo bianco, talmente pericoloso che l’esercito è costretto a distruggerlo con un’esplosione controllata.
Intorno, i vicini raccontano di fumo nero che esce dal giardino, boati, il capanno che sembra un laboratorio clandestino più che il passatempo di un dilettante innocuo.
Dentro il telefono dell’uomo, Harry Whittaker, 33 anni, emergono chat WhatsApp piene di odio contro una moschea di Luton, un flusso razzista e islamofobo che prende di mira un luogo di culto e, quindi, le persone che lo frequentano.
Per la polizia, tutto questo è talmente serio da richiedere l’intervento dell’unità antiterrorismo di Londra, che parla apertamente di “improvised explosive devices”, di sostanze altamente tossiche e di un’intera comunità messa in pericolo da un individuo che accumula chimici e esplosivi nel suo giardino.
beds.police.uk
Per una parte della stampa, invece, è soprattutto la storia di un “self-styled science nerd”, un “geek” che “fa esperimenti” nel suo capanno. In questo modo lo definisce Sky News.
E qui il problema non è più solo Harry Whittaker. È il giornalismo.
Noam Chomsky ha scritto che in democrazia tutto dipende dall’informazione: non da quello che è formalmente permesso dire, ma da come i media selezionano, incorniciano, rendono accettabile – o invisibile – il potere. Qui, la cornice è talmente chiara da essere quasi didattica.
Da un lato, i fatti: un uomo con una lunga lista di sostanze pericolose, dagli esplosivi ai veleni, dai materiali radioattivi al fosforo bianco; dispositivi artigianali da far brillare con gli artificieri; etichette antisemite e islamofobe sui contenitori; messaggi d’odio contro una moschea; l’intervento della polizia antiterrorismo, che parla di rischio per l’intero quartiere.
Dall’altro, il racconto mediatico che attenua, smussa, quasi addolcisce: Whittaker “si definisce nerd”, è un “ragazzo nerd che ama la scienza”, un po’ sregolato, con problemi di droga, con l’ASD, che “gioca” con la chimica e ha esagerato.
La parola “terrorismo” non compare. “Estremismo” è relegato alle note ufficiali delle forze dell’ordine, non al titolo. Il bersaglio dichiarato – l’odio contro una moschea e contro i musulmani – non diventa “attacco islamofobo sventato”, né “estrema destra violenta”, ma uno sfondo, quasi un dettaglio di colore dentro la narrativa del “mad scientist” che ha perso il controllo.
E allora la domanda è inevitabile: se questo arsenale chimico-esplosivo, queste chat, questo odio, fossero stati legati a un ragazzo musulmano, quante volte avremmo letto la parola “terrorismo” già nel titolo? Quante prime pagine avrebbero spiegato, con tono grave, che “l’ideologia” era il punto centrale, che la comunità era “sotto attacco”, che la radicalizzazione è la vera emergenza?
Qui, invece, la radicalizzazione di destra, l’odio anti-moschea, la simbologia antisemita e islamofoba sui barattoli di sostanze tossiche vengono trattati come contorno, mentre l’etichetta forte – quella che si imprime nella memoria del lettore – è “science nerd”.
Non è un dettaglio. È un doppio standard.
In questo modo, il giornalismo non si limita a informare: partecipa alla gerarchia delle paure. Quando l’accusato è musulmano, anche il sospetto più vago si colora subito di terrorismo, radicalismo, minaccia esistenziale. Quando l’accusato è bianco, britannico, e odia apertamente una moschea mentre accumula uranio, cianuro, fosforo bianco, esplosivi e veleni in un giardino di periferia, la cornice diventa improvvisamente intima, psicologica, quasi caricaturale: il nerd, il maniaco della scienza, il “mad scientist” che gioca col fuoco.
Il risultato è devastante per la credibilità del giornalismo “moderno”. Perché se una persona con dispositivi esplosivi artigianali, sostanze tossiche e fantasie omicide contro un luogo di culto finisce raccontata come un eccentrico più che come una forma concreta di estremismo e odio, ciò che passa è un messaggio chiarissimo: l’estremismo, quello “vero”, è sempre altrove. Preferibilmente con un nome arabo, una barba lunga e una moschea di mezzo.
Chomsky direbbe che qui vediamo all’opera il filtro ideologico dei media: nessuna censura brutale, ma una selezione di parole, toni e priorità che decide chi è “problema di ordine pubblico” e chi è “caso umano che ha esagerato con i suoi hobby pericolosi”. In teoria, tutti uguali davanti alla legge. In pratica, non proprio davanti al titolo.
È questo il nodo: il modo in cui si raccontano casi come quello di Harry Whittaker non è neutralità, è scelta. È scelta definire “nerd” chi accumula esplosivi e veleni vicino a una moschea presa di mira. È scelta non usare il linguaggio che scatta automatico quando l’accusato è musulmano. È scelta trasformare quella che è stata, a tutti gli effetti, un’operazione di controterrorismo con settimane di bonifica in una storia quasi pittoresca di scienza andata fuori controllo.
E allora sì, è esattamente “il problema che abbiamo nel giornalismo moderno”: una professione che ama definirsi cane da guardia della democrazia, ma che troppo spesso addolcisce, minimizza, ricopre di parole rassicuranti tutto ciò che disturberebbe l’immagine di chi deve restare, per definizione implicita, “normale” e non pericoloso.
Non serve urlare ai complotti. Basta leggere le parole. Se l’uomo con l’uranio, il cianuro, il fosforo bianco, gli IED e l’odio dichiarato contro una moschea è soprattutto un “science nerd”, allora vuol dire che non sono solo i reagenti a essere tossici. Lo è, in modo ben più sottile e duraturo, anche la narrazione che li circonda.





