• Redazione
  • Contatti
mercoledì, Marzo 4, 2026
No Result
View All Result
NEWSLETTER
La Luce
  • Chi siamo
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
  • Chi siamo
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
No Result
View All Result
La Luce
No Result
View All Result
Home Islam

Restaurazione: come l’establishment occidentale tenta di tornare al mondo prima del 7 ottobre e cosa c’entrano Abu Mazen e l’UCOII

by Davide Piccardo
Marzo 1, 2026
in Islam, Israele, Italia, Nuova Luce, Voci
0
0
SHARES
0
VIEWS

Il 7 ottobre 2023 non ha rappresentato soltanto una cesura militare o geopolitica. È stato, prima di tutto, un evento di rottura simbolica e politica che ha incrinato in profondità l’architettura del consenso occidentale costruita attorno a Israele e, più in generale, attorno all’ordine coloniale contemporaneo.

Nei due anni successivi, mentre Gaza veniva devastata da una campagna che sempre più osservatori, giuristi e organismi internazionali hanno definito genocidaria, è accaduto qualcosa che fino a poco tempo prima appariva impensabile: la possibilità di nominare pubblicamente ciò che per decenni era rimasto indicibile.

Israele è stato descritto apertamente come uno Stato coloniale e di apartheid; la resistenza palestinese è tornata a essere discussa non solo come “terrorismo”, ma come fenomeno politico radicato in una storia di occupazione e negazione dei diritti; l’ipocrisia dell’Occidente liberale, pronto a difendere il diritto internazionale solo quando non tocca i propri alleati, è stata esposta su scala di massa. Questo slittamento non ha riguardato una minoranza militante, ma ha attraversato università, sindacati, ambienti culturali, settori dell’opinione pubblica globale e perfino pezzi delle istituzioni multilaterali.

È qui che si colloca la vera crisi: non solo della lobby sionista internazionale, ma dell’intero dispositivo ideologico che per decenni ha sorretto l’ordine occidentale. Perché la Palestina non è mai stata una questione periferica. È sempre stata il laboratorio in cui si è sperimentata la compatibilità tra colonialismo, democrazia e diritti umani. Quando quel laboratorio salta, quando l’eccezione palestinese diventa la prova dell’inganno, l’intero edificio entra in tensione.

Non stupisce, allora, che la fase attuale sia segnata da un tentativo sempre più esplicito di restaurazione.

La cosiddetta “pace” promossa dall’amministrazione Trump si inserisce esattamente in questo quadro. Una pace che convive con la morte quotidiana di palestinesi, con l’assedio, con la distruzione sistematica delle condizioni materiali di vita, e che non mette minimamente in discussione l’espansione coloniale israeliana in Cisgiordania. Non è una pace fondata sulla giustizia, ma una normalizzazione forzata: la promessa di stabilità in cambio dell’oblio politico.

Questa cornice offre all’Occidente e a Israele l’occasione per tentare un reset. Per riportare il discorso pubblico a prima del 7 ottobre. Per trasformare l’indignazione in stanchezza, la solidarietà in fastidio, la denuncia in problema di ordine pubblico. Ma perché questo ritorno sia possibile, non basta un accordo diplomatico: è necessario colpire chi, in questi due anni, ha osato rompere il silenzio.

È in questo contesto che va letta la rinnovata offensiva contro il dissenso e contro l’Islam politico, declinata con modalità diverse ma sorprendentemente convergenti negli Stati Uniti, in Francia, in Italia. Negli USA, alcuni Stati a guida repubblicana hanno tentato di qualificare come terroristiche organizzazioni musulmane e per i diritti civili che nulla hanno a che vedere con la violenza armata, utilizzando lo strumento amministrativo per intimidire, isolare, rendere tossico l’attivismo pro-palestinese. In Francia, il rapporto ministeriale sui Fratelli Musulmani è diventato il pretesto per rilanciare una retorica securitaria che colpisce simultaneamente le comunità musulmane e la sinistra politica accusata di “islamizzare” il dibattito pubblico. In entrambi i casi, il bersaglio reale non è una minaccia concreta, ma uno spazio politico che si è aperto e che ora si vuole richiudere.

L’Italia si inserisce pienamente in questa dinamica. Il ritorno aggressivo della retorica islamofoba da parte della Lega, le dichiarazioni di Matteo Salvini contro moschee e associazioni islamiche, il tentativo di subordinare la libertà religiosa a criteri politici e identitari, non sono estemporaneità propagandistiche. Sono segnali di riallineamento. Il Ministero dell’Interno guidato da Matteo Piantedosi opera in questo clima, dove sicurezza e ordine pubblico diventano le categorie attraverso cui leggere qualsiasi forma di dissenso, soprattutto quando incrocia Palestina e Islam.

Il caso dell’imam Mohamed Shahin, a Torino, va collocato precisamente qui. Non come un episodio isolato, ma come un segnale. Un fermo amministrativo, il trasferimento in CPR, una narrazione mediatica costruita sulla pericolosità, sull’allusione, sul sospetto. Poi, quando la vicenda arriva davanti ai giudici, il castello si sgretola: l’assenza di una pericolosità concreta emerge chiaramente. Ma intanto il messaggio è stato recapitato. Si può colpire anche senza reati, si può intimidire anche senza prove, si può disciplinare il discorso attraverso l’eccezione.

In questo passaggio si colloca anche il comportamento dell’UCOII. L’organizzazione ha lavorato, con discrezione, per ottenere la liberazione di Shahin. Ma ha scelto di non assumere una posizione pubblica forte, di non politicizzare il caso, di non denunciarne apertamente la natura intimidatoria. Una scelta comprensibile sul piano tattico, ma che sul piano politico rischia di accettare il terreno della restaurazione: quello della difensiva permanente, della legittimazione cercata attraverso il silenzio.

Questa ambiguità diventa ancora più evidente se si guarda all’altro tassello: l’incontro con Mahmoud Abbas. Abu Mazen è oggi una figura profondamente screditata tra i palestinesi. L’Autorità Nazionale Palestinese è percepita come un apparato che reprime la resistenza, coopera sul piano securitario con Israele e non oppone alcuna reale resistenza all’avanzata coloniale. Eppure, proprio per questo, Abbas è funzionale all’Occidente e a Israele. È il palestinese presentabile, l’interlocutore che non disturba, il volto della “moderazione” utile a neutralizzare ogni discorso radicale.

Il suo invito ad Atreju, il festival della destra italiana, è un atto altamente simbolico. Serve al governo per esibire una finta equidistanza, mentre in realtà ha armato il genocidio e sul terreno politico e repressivo si colpisce chi ha osato solidarizzare con la Palestina. In questo quadro, l’incontro dell’UCOII con Abu Mazen non è neutro: contribuisce, volente o nolente, a legittimare una figura che incarna la restaurazione proprio nel momento in cui la criminalizzazione dell’Islam e del dissenso torna a intensificarsi.

Tutto questo non è una somma di errori o coincidenze. È un processo coerente. La “pace” che non ferma la morte, la repressione delle piazze, il ritorno del frame del terrorismo islamico, la gestione amministrativa del dissenso, la riabilitazione di leadership palestinesi delegittimate: sono tutti elementi di una stessa strategia. Una strategia che punta a cancellare l’effetto politico del 7 ottobre.

Ma proprio questo tentativo di restaurazione rivela una verità fondamentale: il consenso è stato spezzato. E ciò che è stato visto non può essere completamente disimparato. La Palestina, oggi, non è solo il luogo di un genocidio in corso. È il punto in cui si misura la possibilità stessa di contestare l’ordine occidentale. Per questo la battaglia sul linguaggio, sulla legittimità, sulla criminalizzazione non è secondaria: è il terreno decisivo su cui si gioca il dopo-7 ottobre.

Tags: Abu MazenGazaMelonipalestinaShahinUCOII
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

Next Post

Il 7 ottobre ed il dovere della complessità

Recommended

La Corte internazionale di giustizia: questo venerdì primo verdetto sulla richiesta del Sudafrica di misure contro Israele per genocidio

La Corte internazionale di giustizia: questo venerdì primo verdetto sulla richiesta del Sudafrica di misure contro Israele per genocidio

2 anni ago

MuRo27 – Musulmani per Roma 2027 – chiede chiarimenti al prefetto Giannini: “No alla criminalizzazione delle moschee”

2 mesi ago

Ecco come Hamas ha fatto saltare il banco della normalizzazione dell’occupazione

2 anni ago

Popular News

  • Non una nuova guerra, ma sempre la stessa, la coalizione Epstein al servizio del Grande Israele

    Non una nuova guerra, ma sempre la stessa, la coalizione Epstein al servizio del Grande Israele

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Sostienici

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Editori della Luce

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • La confessione dell’Ambasciatore Huckabee e il crollo dell’impero americano: “Israele si prenda tutto il Medio Oriente”

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Inizia il Ramadan 2026 (1447 hijri): dalla nostra redazione un Ramadan Mubarak

    0 shares
    Share 0 Tweet 0

Connect with us

La Luce

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.

Navigo il sito

  • Redazione
  • Contatti

Seguici

No Result
View All Result
  • Chi siamo
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.