Non è bastato, per molti palestinesi in Italia, essere costretti a guardare in diretta la distruzione sistematica del proprio popolo, mentre il dibattito pubblico occidentale riduceva tutto a una questione di sicurezza e ordine pubblico. Non è bastato subire censura, sospetti e delegittimazione, in un Paese che storicamente – pur tra mille ambiguità – aveva almeno riconosciuto la natura politica del conflitto israelo-palestinese e aveva accettato che i popoli sottoposti a occupazione potessero rivendicare anche forme di resistenza armata in linea col diritto internazionale, non esclusivamente simboliche. Una tradizione che l’Italia ha riconosciuto altrove – dalla Resistenza partigiana al sostegno ai movimenti di liberazione nazionale – ma che oggi sembra rimossa quando riguarda i palestinesi, sotto un governo di destra estremista che adotta tratti sempre più autoritari e fascisti.
A questa rimozione si è aggiunta l’umiliazione finale: assistere alla libera circolazione, sul territorio italiano, di esponenti israeliani accusati di crimini di guerra e genocidio, accolti, protetti e scortati dalla DIGOS, mentre ogni forma di solidarietà materiale verso Gaza veniva progressivamente criminalizzata. Ora, per quei palestinesi che hanno provato ad aiutare il proprio popolo sotto assedio, non resta nemmeno il diritto al lutto o alla solidarietà: arriva l’arresto, con un’accusa di terrorismo che appare prima di tutto politica, costruita dentro una cornice geopolitica già decisa.
Ricostruiamo dunque i fatti, dichiarazioni ufficiali e silenzi. Gli arresti di Genova, il ruolo del governo, il linguaggio dei comunicati istituzionali e il contesto internazionale in cui maturano portano ad una domanda che oggi molti evitano: quando il diritto alla resistenza viene cancellato dalla storia e sostituito da un’etichetta penale, non è la sicurezza a essere difesa, ma un preciso ordine politico.
Quando la narrazione politica precede il giudizio
C’è un elemento che colpisce più degli arresti stessi, più dei comunicati, più dei titoli a tutta pagina: la rapidità con cui il racconto pubblico si è chiuso prima ancora che il processo iniziasse. Il 27 dicembre 2025 la Procura di Genova, con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha disposto l’arresto di nove persone accusate di aver finanziato Hamas per oltre sette milioni di euro attraverso associazioni formalmente umanitarie. Da quel momento, nel giro di poche ore, l’intero impianto narrativo era già definito: rete italiana di Hamas, ONG di copertura, terrorismo. Ma il diritto, quello vero, procede più lentamente. E soprattutto procede per prove, non per cornici geopolitiche.
Solo poche settimane prima, il caso dell’imam Mohamed Shahin, trattenuto nel CPR di Caltanissetta e indicato per mesi come figura potenzialmente pericolosa, si era concluso con una decisione netta: il giudice ha escluso una pericolosità concreta e attuale. Un passaggio fondamentale, perché ha mostrato una frattura evidente tra l’allarme politico-mediatico e la valutazione giurisdizionale.
Quel precedente pesa. Non solo perché smentisce una narrazione, ma perché rappresenta uno “schiaffo istituzionale” a chi aveva già deciso la colpa prima del vaglio dei tribunali. È in questo solco che va letto ciò che accade dopo: non come vendetta, ma come riallineamento. Dopo Shahin, il messaggio doveva essere più forte, più blindato, più difficilmente contestabile. E infatti arriva Genova.
Tra i nove arrestati figura Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia. Nei comunicati ufficiali viene definito “membro del comparto estero di Hamas” e “vertice della cellula italiana” dell’organizzazione. Una qualificazione gravissima, che però – allo stato degli atti pubblicamente noti – non è accompagnata da accuse di partecipazione diretta ad azioni armate, né da riscontri su traffici di armi, addestramento militare o pianificazione di attentati sul territorio italiano.
Accanto a Hannoun, l’indagine cita contatti e flussi con soggetti palestinesi politicamente esposti, tra cui Osama Alisawi, già ministro del governo di fatto di Hamas a Gaza. Anche qui, il quadro delineato è quello di una rete politico-associativa e di solidarietà, non di una struttura operativa armata. È una distinzione che nel dibattito pubblico scompare, ma che giuridicamente è tutto fuorché secondaria.
Il nodo centrale dell’accusa ed il comunicato della Polizia: il sostegno ai familiari palestinesi a Gaza
Il punto più delicato – e meno discusso – dell’intera vicenda riguarda la natura dei fondi contestati. Secondo gli atti, parte del denaro avrebbe sostenuto non solo associazioni operanti a Gaza, ma anche familiari di persone detenute o uccise dalle forze israeliane per accuse di terrorismo. È qui che l’indagine compie un salto concettuale decisivo: il sostegno ai familiari viene qualificato come contributo rafforzativo dell’organizzazione terroristica.
Questo schema non nasce nel diritto italiano. È identico a quello adottato dalla legislazione israeliana, che criminalizza qualsiasi forma di supporto sociale ai nuclei familiari dei detenuti palestinesi, prevedendo persino la demolizione delle abitazioni. La domanda, a questo punto, non è retorica: per quale ragione un procuratore italiano dovrebbe assumere come propria una griglia concettuale di uno Stato estero?
Il comunicato della Polizia di Stato sull’operazione “Domino” utilizza un linguaggio formalmente corretto, ma sostanzialmente orientato. Hamas viene descritto esclusivamente come “movimento terroristico della resistenza islamica”, senza alcuna distinzione tra ala militare e autorità di fatto che governa Gaza da quasi vent’anni. Non è un dettaglio semantico: è una scelta politica.
Con questo impianto, qualsiasi flusso economico che entri a Gaza diventa automaticamente sospetto, perché Gaza è governata da Hamas. Ma è lo stesso criterio che Israele ha usato per accusare UNRWA di essere un’organizzazione terroristica, accuse che nel 2021 l’Italia stessa aveva giudicato preoccupanti e non fondate, continuando a finanziare quelle ONG.
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso pubblicamente apprezzamento e soddisfazione per l’operazione, ringraziando Procura di Genova, DNA, Polizia, Guardia di Finanza e AISE. Ha parlato di associazioni “sedicenti benefiche” e di finanziamenti ad Hamas. È un passaggio politicamente pesante, perché arriva prima di qualsiasi giudizio e contribuisce a consolidare nell’opinione pubblica un’idea di colpevolezza già acquisita.
Reazioni e dissenso controllato: Saverio Tommasi ed i progressisti allineati
Nel coro quasi unanime che ha accompagnato gli arresti, alcune voci dell’area progressista hanno provato a introdurre cautele e distinguo, senza però mettere in discussione l’impianto di fondo. Saverio Tommasi, di Fanpage, ha ricordato che destinare fondi civili ad attività militari è un atto ignobile, ma ha anche precisato che l’indagine su Mohammad Hannoun non cancella i crimini commessi da Israele a Gaza, né l’orrore che ha seguito il 7 ottobre 2023. Una posizione formalmente ‘equilibrata’, rafforzata dal richiamo del procuratore capo dell’antimafia Giovanni Melillo, secondo cui le indagini in corso non possono in alcun modo ridimensionare quei crimini, sui quali è chiamata a pronunciarsi la Corte Penale Internazionale.
Il problema non è ciò che queste voci dicono, ma ciò che danno per acquisito. In nome della prudenza, finiscono per accettare come neutra la cornice più importante: l’idea che ogni riferimento alla resistenza palestinese debba essere espunto dal discorso legittimo; che l’accusa di terrorismo sia un punto di partenza e non una tesi da dimostrare; che figure come Hannoun e gli altri arrestati vengano implicitamente collocate nello spazio dell’indifendibile, anche quando si invoca il garantismo. In questo modo, il dissenso resta confinato entro un perimetro sicuro, che non disturba il messaggio centrale del governo: ai palestinesi è concesso essere vittime, non soggetti politici; possono essere compianti, non sostenuti; aiutati solo nella morte, mai nella resistenza o nella sopravvivenza sotto assedio.
Il quadro non è isolato. Israele sta esercitando una pressione sistematica sui governi occidentali. Reti di lobbying come ELNET e i vari “Friends of Israel” operano apertamente in Europa. Gli Stati Uniti hanno sanzionato funzionari della Corte Penale Internazionale e la relatrice ONU Francesca Albanese per aver svolto il loro mandato. Nel 2021, Israele aveva bollato come terroriste sei ONG palestinesi, alcune impegnate nella difesa dei diritti dei minori; l’Italia definì allora quelle accuse “ridicole” e continuò a finanziarle.
Doppi standard difficili da ignorare dal colonialismo di vecchio stampo a quello odierno
Mentre associazioni palestinesi vengono criminalizzate sulla base di sospetti e interpretazioni estensive, in Italia esponenti israeliani accusati di crimini di guerra e genocidio hanno viaggiato liberamente, scortati, per vacanze e incontri ufficiali. Cittadini italiani sono partiti per combattere all’estero, uccidendo civili, senza autorizzazione governativa, senza che ciò producesse lo stesso allarme o la stessa severità. La legge, così applicata, smette di apparire neutra.
L’Occidente ha già commesso questo errore. In Algeria, il FLN fu a lungo ridotto a mera organizzazione violenta e terroristica, isolandone le pratiche dal contesto coloniale in cui nascevano. La radicalizzazione venne trattata come causa autonoma, non come effetto di un sistema di dominio e repressione, e ogni dimensione politica del conflitto venne rimossa. Il risultato non fu la pacificazione, ma una guerra più lunga, più brutale, più disumanizzante, proprio perché lo spazio politico venne chiuso prima ancora di essere riconosciuto.
Oggi quello schema si ripete. E non a caso, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in Italia e in Europa rivendicando il diritto dei palestinesi a resistere anche con le armi, richiamandosi esplicitamente ai principi e ai limiti fissati dal diritto internazionale: autodeterminazione dei popoli, resistenza all’occupazione, distinzione tra civili e combattenti, condanna di ogni violazione di questi principi, indipendentemente da chi la compia. Non una legittimazione indiscriminata della violenza, ma il rifiuto di una narrazione che nega ai palestinesi persino il diritto di difendersi, trasformando ogni forma di resistenza armata in terrorismo e ogni riferimento al contesto in apologia. È in questo scarto – tra diritto e propaganda – che oggi serpeggia la stessa rimozione storica già vista altrove.
Dimostrare che Hannoun e gli altri arrestati abbiano finanziato Hamas nel senso pieno e militare del termine significa dimostrare dove sono le armi, le operazioni, la logistica. Non basta dimostrare che dei fondi siano entrati in un territorio governato da Hamas. Con questo criterio, nessuna ONG potrebbe operare a Gaza, e neppure l’ONU.
Oggi assistiamo a un allineamento inquietante tra procure, governo e media, mentre il giudizio resta sospeso. È proprio in momenti come questi che il garantismo dovrebbe essere più forte, non più debole. Perché quando lil giudizio precede il processo, il processo diventa un mero rituale – uno spettacolo.
E intanto la realtà è che lo Stato di diritto diviene una variabile geopolitica in una Paese – il nostro – che assomiglia sempre più al regime di Tel Aviv.



