La Corte di Cassazione ha inflitto un nuovo e pesante stop al governo italiano respingendo il ricorso del Viminale contro la liberazione dell’imam torinese Mohamed Shahin. Con questa decisione, la Suprema Corte conferma la correttezza della decisione della Corte d’Appello di Torino e smonta, punto per punto, l’impianto con cui il governo aveva tentato di giustificare il suo trattenimento e la sua espulsione.
Un pronunciamento che rappresenta un vero e proprio schiaffo giuridico al decreto firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Il decreto di espulsione del Viminale
L’imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino era stato colpito da un decreto di espulsione per presunti motivi di «ordine pubblico e sicurezza dello Stato». Il provvedimento era stato adottato dopo un comizio pro Palestina tenuto il 9 ottobre scorso.
Il 24 novembre Shahin era stato prelevato dalla sua abitazione, portato in questura e successivamente trattenuto nel CPR di Caltanissetta, con l’obiettivo di espellerlo verso l’Egitto.
Una misura straordinariamente dura per un uomo che vive in Italia da vent’anni, padre di due figli nati nel nostro Paese, e senza alcuna condanna penale.
A smontare per primi l’impianto del Viminale erano stati i giudici della Corte d’Appello di Torino. Nelle tredici pagine del provvedimento con cui avevano disposto la liberazione dell’imam, i magistrati erano stati chiarissimi: non esistono elementi concreti che dimostrino la sua pericolosità sociale.
Il procedimento penale relativo al discorso pronunciato durante la manifestazione del 9 ottobre era stato infatti archiviato dalla Procura.
Non solo. I giudici hanno sottolineato anche il radicamento sociale dell’imam: incensurato, residente regolarmente in Italia da due decenni e conosciuto nel tessuto civile torinese come figura impegnata nel dialogo e nell’integrazione.
Dalla documentazione prodotta emergeva, scrivono i magistrati, «la positiva considerazione del richiedente nella società civile come uomo di pace e di integrazione».
Il governo aveva però impugnato la decisione sostenendo una tesi opposta: secondo i ricorrenti, Shahin avrebbe intrapreso un percorso di radicalizzazione religiosa caratterizzato da una ideologia antisemita e da contatti con ambienti fondamentalisti.
Accuse che non hanno trovato conferma né nei procedimenti penali né nella valutazione dei giudici.
La liberazione dell’imam aveva inoltre provocato forti reazioni politiche, con critiche provenienti da vari esponenti del governo e con la stessa premier Giorgia Meloni intervenuta pubblicamente sulla vicenda.
La Cassazione conferma: libertà personale prima di tutto
Con la decisione depositata il 1° marzo, la Cassazione ha definitivamente respinto il ricorso del governo, confermando la correttezza della decisione dei giudici torinesi.
Secondo la Suprema Corte, nei casi di trattenimento amministrativo legati a richieste di protezione internazionale, il giudice è tenuto a valutare attentamente la proporzionalità della misura.
Non basta invocare genericamente la sicurezza dello Stato.
È necessario dimostrare concretamente la pericolosità della persona e verificare che la limitazione della libertà personale sia realmente giustificata.
In altre parole, il giudice deve trovare un equilibrio tra l’interesse pubblico e la tutela delle libertà fondamentali.
La decisione della Cassazione segna un passaggio importante in una vicenda che ha sollevato interrogativi profondi sul rapporto tra potere politico, sicurezza e diritti civili.
Per mesi un uomo senza precedenti penali, integrato nella società italiana e accusato solo di aver espresso posizioni politiche in sostegno della Palestina, è stato trattato come una minaccia per lo Stato.
Ora la Suprema Corte ha stabilito che quell’impostazione non regge sul piano giuridico.



