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Home Israele

Annullato l’arresto di Hannoun, la Cassazione smonta il teorema

by Davide Piccardo
Aprile 10, 2026
in Israele, Italia, Palestina, Prima Pagina, Uncategorized
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La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la misura cautelare a carico del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia. La procura di Genova perde un altro pezzo del suo castello accusatorio. Noi lo avevamo scritto fin dal primo giorno. E ora chi ha usato questa vicenda per criminalizzare un movimento e per prendere le distanze da un innocente dovrà fare i conti con la propria coscienza — e con la realtà.

Il 9 aprile 2026, la Corte di Cassazione ha annullato l’arresto di Mohammad Hannoun, il 64enne architetto e attivista palestinese residente a Genova dal 1983, presidente dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP), detenuto nel carcere di Terni dal 27 dicembre scorso nell’ambito dell’operazione “Domino” della Direzione Distrettuale Antimafia di Genova.

L’annullamento è con rinvio: tecnicamente Hannoun resta in carcere in attesa della rivalutazione da parte del Tribunale del Riesame. Ma la sostanza è politica e giuridica insieme, ed è devastante per l’impianto costruito dalla procura genovese.

Lo avevamo scritto. Lo ripetiamo.

Quando il 27 dicembre 2025 scattarono gli arresti, mentre i titoli dei giornali parlavano di “rete italiana di Hamas” e il governo festeggiava come se la guerra al terrorismo fosse stata vinta a Genova, noi de La Luce scrivemmo quello che molti non volevano leggere: l’impianto accusatorio era debole, politicamente orientato, fondato su materiali di intelligence israeliana che non avrebbero retto al vaglio di un’aula di giustizia. Scrivemmo che la narrazione pubblica era già chiusa prima che il processo iniziasse. Scrivemmo che trasformare l’invio di aiuti umanitari a Gaza in finanziamento del terrorismo richiedeva un salto concettuale che il diritto italiano non consente. Scrivemmo che usare dossier dei servizi segreti di uno Stato in guerra come prove in un tribunale europeo era una torsione dello Stato di diritto, non la sua applicazione.

Oggi la Corte di Cassazione, con la sua decisione, ci dà ragione. Non è una soddisfazione che cerchiamo: è una conferma che quando si dice la verità, anche quando è scomoda, vale la pena dirla.

L’architettura accusatoria, mattone per mattone, continua a franare.

Non è la prima volta. A gennaio, il Tribunale del Riesame aveva già rimesso in libertà tre dei sette arrestati — Raed Salahāt, Khalil Abu Deiah e Adel Abu Rawā’ — segnalando che il quadro indiziario presentato dalla procura era insufficiente per quasi la metà degli indagati. La scarcerazione di quasi metà degli arrestati non è un aggiustamento tecnico: nel diritto processuale penale, significa che uno o più dei requisiti fondamentali — gravi indizi di colpevolezza, esigenze cautelari concrete, proporzionalità della misura — non erano stati ritenuti adeguatamente dimostrati.

Ora la Cassazione fa un passo ulteriore, e lo fa su quello che dal principio era il punto più fragile dell’intera costruzione: le prove. Secondo quanto trapelato, e in coerenza con quanto già anticipato dal Riesame stesso, la Suprema Corte avrebbe dichiarato inutilizzabili i file trasmessi dai servizi segreti israeliani che la procura di Genova aveva introdotto nel procedimento come fonte privilegiata. Significativamente, la Cassazione avrebbe dichiarato inammissibile anche il ricorso della stessa procura che chiedeva di far rientrare nel fascicolo quei documenti già esclusi.

Le difese avevano denunciato fin dall’inizio che l’impianto accusatorio non si fondava su fatti penalmente accertati ma su materiali di intelligence militare: non sottoposti a contraddittorio, non verificabili dalla difesa, prodotti da strutture che rispondono direttamente all’esecutivo di uno Stato parte in un conflitto armato. L’articolo 191 del Codice di procedura penale sancisce l’inutilizzabilità delle prove acquisite in violazione di divieti di legge. L’articolo 526 impone che la decisione sia fondata su prove formate nel contraddittorio tra le parti. Non è un cavillo: è la spina dorsale del processo penale in uno Stato di diritto.

Eppure per oltre tre mesi si è lasciato un uomo in carcere sulla base di materiali che ora la Corte suprema sembra aver ritenuto non utilizzabili.

Uno schiaffo anche al governo 

Questa decisione della Cassazione è uno schiaffo.

È uno schiaffo a Giorgia Meloni, che il 27 dicembre si affrettò a ringraziare pubblicamente procura, polizia, finanza e servizi, parlando di associazioni “sedicenti benefiche” e di finanziamenti ad Hamas — prima ancora che un giudice si pronunciasse, prima ancora che le prove fossero vagliate, come se il verdetto fosse già scritto e lei potesse già festeggiare. La presunzione di innocenza, sancita dall’articolo 27 della Costituzione che la Presidente del Consiglio giura di difendere, si era evidentemente presa una pausa durante le feste di Natale.

È uno schiaffo a Matteo Piantedosi, che ha usato questa vicenda come trofeo politico, come dimostrazione della vigilanza del governo contro il terrorismo islamico, senza aspettare che la realtà giudiziaria confermasse la narrazione già confezionata.

È uno schiaffo a tutti coloro — e non sono pochi, anche nell’area che si definisce progressista — che hanno usato gli arresti di dicembre come occasione per prendere le distanze dal movimento per la Palestina, per sussurrare che “forse c’era del fumo”, per insinuare che solidarizzare con Gaza comportasse il rischio di finire in compagnia sbagliata. Quanti hanno abbassato la voce, ritirato le firme, smesso di condividere, per paura di essere associati a chi era stato etichettato come terrorista prima ancora del processo?

È uno schiaffo a chi, dentro e fuori i partiti, ha scelto il silenzio o peggio la distanza da Hannoun per non turbare i propri equilibri, per non inimicarsi qualcuno, per non sembrare troppo esposti. Il garantismo a senso unico — invocato a piene mani per altri, dimenticato quando si tratta di un palestinese musulmano accusato di terrorismo — ha oggi un prezzo in termini di credibilità.

Il paradosso che nessuno vuole nominare.

Israele rifiuta la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, si sottrae a ogni forma di controllo esterno sui crimini documentati da decine di organismi ONU, ma pretende che le proprie ipotesi investigative vengano recepite come affidabili dai tribunali europei. Con quale legittimità? In base a quale principio di reciprocità? Con quale garanzia di indipendenza, trattandosi di materiali prodotti da servizi di intelligence in pieno contesto bellico, su persone che quei servizi hanno interesse diretto a criminalizzare?

Nel 2021 l’Italia stessa aveva definito “ridicole” le accuse israeliane contro sei ONG palestinesi, alcune impegnate nella tutela dei minori, e aveva continuato a finanziarle. Quella stessa logica che allora sembrava inaccettabile è stata assunta acriticamente come cornice per un procedimento penale che ha tolto la libertà a un uomo per più di tre mesi.

Quel che resta sul tavolo.

Hannoun è ancora detenuto a Terni mentre il Riesame dovrà rivalutare la sua posizione alla luce delle indicazioni della Cassazione. Gli altri tre ancora in custodia cautelare — Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly, Ryad Albunstanji — attendono lo stesso riesame. Le motivazioni del provvedimento della Suprema Corte non sono ancora pubbliche: quando lo saranno, emergerà con chiarezza su quali punti specifici l’impianto della procura è stato ritenuto insostenibile.

Quello che già sappiamo è che dimostrare che dei fondi siano entrati in un territorio governato da Hamas non è la stessa cosa che dimostrare il finanziamento del terrorismo. Con quel criterio, nessuna ONG potrebbe operare a Gaza. Neppure l’ONU. Lo avevamo scritto a dicembre. Lo conferma oggi la Cassazione.

Mohammad Hannoun non è ancora libero. Ma la verità, almeno, ha fatto un passo fuori dal carcere.

Tags: ABSPPGazaHannoun
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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