Nel sud del Libano emerge una denuncia pesantissima: secondo un’inchiesta del New York Times, ufficiali sionisti israeliani avrebbero fatto arrivare a leader cristiani e drusi un messaggio preciso che ricorda la pratica nazista della caccia all’ebreo, stavolta però rivolto ai musulmani: alcune comunità potevano restare nelle zone di evacuazione, ma non avrebbero dovuto ospitare o proteggere gli sfollati musulmani in fuga dai bombardamenti.
Reuters ha riportato nello stesso periodo che un ufficiale israeliano ha detto che molte comunità cristiane hanno protetto i musulmani e che l’esercito “agisce di conseguenza”, mentre AP ha documentato la crescita di ostilità e pressioni contro famiglie musulmane sciite sfollate.
Le testimonianze dipingono una situazione che va ben oltre l’azione militare – già illegittima – ma di una selezione confessionale dentro una guerra già devastante: non solo chi colpire, ma anche chi può restare, chi deve sparire e chi non deve essere accolto.
In un Libano già lacerato, un messaggio del genere spinge il conflitto oltre il fronte armato e dentro il tessuto civile, alimentando fratture settarie e disumanizzazione.
La notizia è grave perché descrive una logica che va oltre la “sicurezza” e che ricorda la faccia all’ebreo del regime nazista e che vede separare civili per appartenenza religiosa. Questo sotto le bombe, significa trasformare lo sfollamento in esclusione ed annientamento mirato.




