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Home Islam

MuRo27 rifiuta l’invito di “Linea di Confine”: “Non siamo un fenomeno da baraccone”

by Redazione
Aprile 27, 2026
in Islam, islamofobia, Italia, Politica, Prima Pagina
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MuRo27 rifiuta l’invito di “Linea di Confine”: “Non siamo un fenomeno da baraccone”
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Il movimento Musulmani per Roma 2027 respinge la proposta di partecipare alla trasmissione condotta da Antonino Monteleone e richiama il tema del rispetto religioso e della deontologia giornalistica. Sullo sfondo, il precedente tweet del conduttore su Anas al-Sharif, giornalista di Al Jazeera ucciso a Gaza da un raid israeliano.

MuRo27, acronimo di Musulmani per Roma 2027, ha diffuso una replica indirizzata “a beneficio di tutte le redazioni” dopo essere stato contattato per un invito televisivo alla trasmissione Linea di Confine di Antonino Monteleone. Nel messaggio, il movimento rifiuta la partecipazione sostenendo che manchino “i presupposti minimi di rispetto e deontologia” e richiama esplicitamente un tweet pubblicato da Monteleone il 12 agosto 2025 su Anas al-Sharif, giornalista palestinese di Al Jazeera ucciso a Gaza. La frase conclusiva del comunicato è netta: “Non siamo un fenomeno da baraccone. Chiediamo rispetto per la religione.”

MuRo27 è un’associazione nata a Roma nel novembre 2025 in vista delle amministrative del 2027. Secondo le ricostruzioni pubbliche, il gruppo riunisce musulmani che vivono, studiano e lavorano nella Capitale e dice di voler contribuire al dibattito politico cittadino. Il suo volto pubblico è Francesco Tieri: portavoce ed attivista per la libertà religiosa e già portavoce del Coordinamento Associazioni Islamiche del Lazio.

Fin dalla nascita, MuRo27 è stato al centro di una forte esposizione mediatica. Il gruppo ha respinto la definizione di “partito islamico”, sostenendo di non voler creare una lista elettorale né raccogliere “il voto dei musulmani”, ma aprire un confronto con i candidati sindaco di Roma. Il tema ha suscitato polemiche anche per il peso della comunità musulmana nella Capitale: circa 110 mila musulmani, di cui circa 30 mila con diritto di voto.

Negli ultimi mesi MuRo27 è intervenuto su più fronti: libertà religiosa, partecipazione politica, rappresentanza dei cittadini musulmani, rapporto con le istituzioni e narrazioni mediatiche sull’Islam. A gennaio 2026 ha chiesto chiarimenti al prefetto di Roma Lamberto Giannini dopo un’intervista in cui il tema delle “moschee irregolari” veniva accostato alla prevenzione della radicalizzazione; nello stesso periodo è stato coinvolto nella polemica sull’introduzione dell’arabo come lingua curricolare in un liceo romano, vicenda nella quale MuRo27 ha respinto l’idea che si trattasse di una propria proposta politica imposta alla scuola.

Il nodo politico e simbolico della replica riguarda però il precedente tweet di Antonino Monteleone. Nell’agosto 2025, il conduttore commentò la morte di Anas al-Sharif con una frase che provocò forti polemiche pubbliche. Giornalisti e del Movimento 5 Stelle accusarono Monteleone di giocare “sporco con il dolore altrui”. Reuters, nello stesso periodo, riferì che Anas al-Sharif e altri giornalisti di Al Jazeera erano stati uccisi da un attacco israeliano a Gaza; Israele sostenne che al-Sharif fosse legato ad Hamas, accusa respinta da Al Jazeera e contestata da organizzazioni per la libertà di stampa.

La risposta di MuRo27, quindi, non è soltanto un rifiuto televisivo. È una presa di posizione contro un certo modo di costruire il dibattito pubblico: invitare una comunità religiosa dopo aver tollerato o prodotto linguaggi percepiti come offensivi, sarcastici o disumanizzanti verso i morti di Gaza, e poi chiedere a quella stessa comunità di sedersi in studio come se nulla fosse.

Qui emerge il punto più delicato: il confine tra informazione e spettacolarizzazione dell’odio. Un giornalismo serio può criticare, interrogare, mettere sotto pressione chiunque. Ma quando il dolore diventa materiale da battuta, quando l’identità religiosa viene trasformata in bersaglio, quando una comunità viene convocata più come caso da esibire che come soggetto politico da ascoltare, il problema non è più solo il singolo tweet. È l’intero ecosistema mediatico che normalizza la provocazione come metodo e l’umiliazione come linguaggio.

MuRo27 può essere criticato, discusso, interrogato sulle sue posizioni. Ma nessun confronto pubblico dovrebbe partire dalla negazione della dignità dell’interlocutore. E se una comunità dice “non siamo un fenomeno da baraccone”, la domanda non è soltanto perché rifiuti una trasmissione. La domanda è che cosa sia diventato un certo sistema mediatico, se una parte del Paese sente di dover rivendicare l’ovvio: non essere trattata come bersaglio, caricatura o oggetto da studio televisivo.

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