C’è un punto, nel dibattito pubblico italiano, in cui il tema dell’islamofobia smette di essere discusso come fenomeno sociale e viene trasformato in un test di pazienza per chi la subisce. È successo anche dopo la partecipazione di Karima Moual a Linea di Confine, dove la giornalista si è trovata a discutere di antisemitismo, Israele, sionismo, libertà di critica e criminalizzazione del dissenso con Antonino Monteleone, Pierluigi Battista, Stefano Parisi e Gaetano Pedullà.
Moual, giornalista italo-marocchina, firma che negli anni ha lavorato su mondo arabo, Islam, immigrazione, Mediterraneo e politica mediorientale, non è certo una presenza improvvisata in questo dibattito. Giornalista già firma de La Stampa, collaboratrice di Il Sole 24 Ore, RAI, Repubblica.it e altre testate, con un lavoro consolidato proprio sui temi che troppo spesso in televisione vengono trattati come materiale da rissa più che da analisi.
La puntata, raccontata dalla stessa Moual, partiva da una tesi precisa: dentro una parte della sinistra e del mondo pro Palestina starebbe crescendo un antisemitismo sempre più radicale, fino a sfiorare collusioni con terrorismo e fondamentalismo islamico. Una tesi pesante, costruita – denuncia Moual – anche a partire da un’inchiesta francese già contestata in Francia per la fragilità delle fonti e delle conclusioni che mirano a fare un uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per impedire ogni critica a Israele, ogni analisi del colonialismo, ogni discussione sull’apartheid e ogni parola sulla violenza subita dai palestinesi.
Il punto più importante della vicenda, però, arriva dopo. Moual ha annunciato un report di Medpost sull’islamofobia in Italia. Ed è qui che il discorso esce finalmente dal ring televisivo ed entra nel terreno che conta: quello dei fatti, degli episodi, dei dati, della documentazione. Il report Medpost ora disponibile raccoglie in forma sistematica episodi documentati di aggressioni fisiche, vandalismi, profanazioni e attacchi diretti contro luoghi di culto islamici, fedeli musulmani, cimiteri islamici e strutture comunitarie in Italia tra il 2001 e il 2026. Non include il discorso d’odio online o le dichiarazioni politiche, ma si concentra su atti materiali: incendi dolosi, ordigni, resti suini, vandalismi, aggressioni, intimidazioni fisiche.
Questo è decisivo. Perché da anni il negazionismo sull’islamofobia segue uno schema riconoscibile: prima si nega che esista; poi, quando emergono gli episodi, si dice che sono casi isolati; quando i casi diventano troppi, si sostiene che mancano i dati; quando qualcuno prova a raccogliere i dati, si insinua che sia vittimismo, militanza, propaganda. È la grammatica dell’occultamento che somiglia, nei suoi meccanismi, a quella usata proprio con l’antisemitismo.
Il report Medpost mostra invece un filo lungo e inquietante: incendi contro moschee e centri islamici, profanazioni con teste di maiale, pagine del Corano bruciate o oltraggiate, vandalismi, adesivi islamofobi, attentati pianificati e aggressioni fisiche. Il documento segnala anche la sottostima strutturale del fenomeno: molte vittime non denunciano, le comunità islamiche spesso vivono in condizioni di vulnerabilità sociale e legale, e la frammentazione della raccolta dati rende impossibile una quantificazione pienamente esaustiva.
Questo non è un tema marginale. L’Unione Europea lo sa da anni. Non a caso esiste a Bruxelles una figura specifica, il Coordinatore europeo per il contrasto all’odio anti-musulmano. Dopo Tommaso Chiamparino, il ruolo è stato affidato nel 2023 a Marion Lalisse, chiamata a lavorare con Stati membri, istituzioni europee, società civile e mondo accademico per rafforzare le risposte politiche contro l’odio anti-musulmano. La Commissione europea ha spiegato che l’odio anti-musulmano incide sulla dignità, sulla sicurezza, sull’integrità, sull’istruzione, sul lavoro e sull’accesso ai servizi delle persone musulmane o percepite come tali. L’UE ha di fatto anche finanziato negli scorsi anni il Report Europeo sull’Islamofobia, pormosso dalla SET foundation. I finanziamento sono stati poi interrotti a causa delle spinte islamofobe nel parlamento UE, ma il report ha continuato il suo lavoro per anni e costituisce una preziosa risorsa che include anche analisi sul caso Italia col contributo di vari ricercatori ed esperti nel nostro territorio.
Il quadro europeo è ancora più chiaro nella nuova EU Anti-Racism Strategy 2026-2030. La Commissione colloca l’odio anti-musulmano accanto ad altre forme di razzismo, tra cui antisemitismo, antiziganismo, razzismo anti-nero e anti-asiatico. La strategia prevede uno studio specifico sulle manifestazioni dell’odio anti-musulmano e un lavoro per svilupparne una definizione operativa condivisa. Prevede anche il rafforzamento della raccolta di dati disaggregati, perché senza dati l’odio resta invisibile e l’invisibilità diventa impunità.
Anche la FRA, l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, ha documentato un peggioramento preoccupante. Nel rapporto Being Muslim in the EU, basato su quasi 10.000 musulmani intervistati in 13 Paesi europei, emerge che quasi un musulmano su due ha sperimentato discriminazione razziale, in aumento rispetto alla precedente rilevazione. È un dato che dovrebbe bastare a mettere fine alla retorica del “problema inventato”.
Per questo il contributo di Moual è importante. Non perché esaurisca il tema, e nemmeno perché un report possa sostituire il lavoro che spetterebbe alle istituzioni. Ma perché sposta il baricentro: dalla polemica televisiva alla documentazione, dal “portami le prove” alla costruzione delle prove, dalla reazione emotiva alla responsabilità pubblica.
Ora però serve un passo ulteriore. La comunità islamica italiana non può limitarsi a indignarsi a episodi alterni. Deve dotarsi di strumenti permanenti di monitoraggio, raccolta dati, tutela legale, archivio pubblico, formazione e comunicazione. Serve un osservatorio credibile, capace di dialogare con OSCAD, UNAR, OSCE, FRA, Commissione europea, università, giornalisti e organizzazioni antirazziste. Serve un metodo che renda l’islamofobia non più un’impressione, ma un fatto documentabile; non più un tema lasciato alla sensibilità del singolo, ma una questione democratica nazionale.
Il merito di Moual, in questa vicenda, è aver fatto esattamente ciò che chi nega l’islamofobia non si aspetta: non solo rispondere in televisione, ma portare il discorso fuori dalla televisione. Perché il problema non è vincere un talk show. Il problema è impedire che l’odio anti-musulmano continui a essere normalizzato, negato e archiviato come folklore politico. E su questo, non servono slogan: servono memoria, dati e continuità.



