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Home Islam

Sabotatori travestiti da patrioti

by Davide Piccardo
Maggio 18, 2026
in Islam, Italia, Prima Pagina
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Sabotatori travestiti da patrioti
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Una Nazione, così come piace definirla alla nostra Presidente del Consiglio, che vuole essere forte non può permettersi sabotatori che fomentano conflitti interni. 

Salim El Koudri è nato a Seriate, provincia di Bergamo. Si è laureato in Economia. Viveva a Ravarino, nel Modenese. È un cittadino italiano. Sabato 16 maggio ha lanciato la sua auto sulla folla in via Emilia Centro, ferendo gravemente otto persone. Una donna ha perso le gambe.

Non c’è nulla da giustificare. Ma c’è molto da smascherare.

Partiamo da un dato che nessuno dei profeti dell'”Italia agli italiani” ama citare. Dopo i 450.000 ingressi autorizzati nel triennio 2023-2025, il governo Meloni ha approvato un nuovo decreto flussi: altri 500.000 lavoratori stranieri dal 2026 al 2028, definiti da Palazzo Chigi “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Quasi un milione di persone in sei anni. Questo mentre Vannacci invoca la remigrazione. Questo mentre Salvini costruisce la sua fortuna elettorale sulla paura dello straniero.

La contraddizione non è un incidente. È il modello.

Milton Friedman lo descrisse senza giri di parole: in un sistema che ha bisogno di manodopera a basso costo, il lavoratore straniero senza diritti stabili, senza cittadinanza garantita, con il permesso di soggiorno sempre in bilico, è per definizione più ricattabile, più conveniente, più sfruttabile. Tenerlo in quella condizione non è una negligenza del sistema. È il sistema. Nel 2024 solo il 7,8% delle quote di ingresso si è convertito in permessi di soggiorno e impieghi stabili. Le porte si aprono sulla carta, ma nella realtà l’immigrato arriva, lavora, produce, e rimane esposto — allo sfruttamento nei campi, nei cantieri, nelle case degli anziani.

Serve capire cosa ci sia dietro questo meccanismo, e perché duri da decenni indisturbato. La risposta è semplice: conviene a tutti. Conviene alle imprese che pagano meno. Conviene alla politica di destra che ha sempre un nemico pronto quando l’economia non va, quando i servizi vengono tagliati, quando la classe media si impoverisce e qualcuno deve pur essere il colpevole. La guerra tra poveri è la più antica delle distrazioni di massa.

C’è una frase, scritta dallo scrittore svizzero Max Frisch mentre guardava i lavoratori turchi e italiani arrivare in Svizzera negli anni Sessanta, che non ha mai smesso di essere attuale: “Volevamo braccia e sono arrivati uomini.” Questo governo vuole i braccianti per i campi del Sud, i badanti per gli anziani del Nord, gli operai per i cantieri che nessun italiano vuole più fare. Li vuole disponibili, silenziosi, grati. Li vuole quando fanno i turni pesanti. Non li vuole quando pregano, quando chiedono uno spazio dove farlo, quando i loro figli crescono e cominciano a fare domande sull’identità, sul senso di appartenenza, sul futuro. Non li vuole quando smettono di essere braccia e diventano persone.

Salim El Koudri era uno di quei figli. Nato qui, cresciuto qui, laureato qui. E quando si è rotto — nel senso clinico della parola — è diventato improvvisamente utile per un altro scopo: alimentare la paura.

Salvini ha detto che il fatto che El Koudri sia italiano lo fa sentire “peggio”. Poi è arrivata la raffica: i post su Facebook, le invocazioni in arabo, la proposta di revocare la cittadinanza, il discorso sulle seconde generazioni pericolose. La Lega ha chiesto all’europarlamento di discutere degli “attacchi terroristici di Modena” per intensificare le misure contro l'”islamismo domestico”.

Peccato che il ministro dell’Interno Piantedosi — dello stesso governo — abbia chiarito che il caso “sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico” e che non c’era “nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo”. Il proprio ministro dell’interno che lo smentisce in diretta. Ma questo non ferma niente, perché il punto non è la verità. È il consenso.

Il meccanismo è antico: prendi una tragedia, elimina il contesto, aggiungi la parola islam, e hai il titolo che ti serve. Non importa che El Koudri fosse seguito da un Centro per la salute mentale dal 2022 al 2024, poi caduto nel vuoto, in un paese dove il Piano nazionale per la salute mentale è stato approvato con dodici anni di ritardo. Non importa che nessuno di questi “patrioti” parlavano di blocchi navali mentre si tagliavano i servizi.

Esiste un doppio standard che questo paese applica con imbarazzante coerenza. Quando un figlio di migranti vince una medaglia olimpica, scala una classifica, rappresenta l’Italia nel mondo, tutti lo rivendicano. È italiano. È la prova che l’integrazione funziona. Quando invece quella stessa persona — stesso passaporto, stessa anagrafe — crolla, sbaglia, commette qualcosa di cui vergognarsi, allora torna ad essere straniero. Torna ad essere il frutto di quella cultura, di quella religione, di quel sangue che non si integra mai veramente.

Zidane lo disse meglio di chiunque: “Quando vinco sono francese, quando perdo sono arabo.” El Koudri è nato in Italia. La sua italianità è stata accettata finché non è diventata un problema. Poi è stata rispedita al mittente come un pacco indesiderato.

Questa vicenda non è solo una questione di onestà intellettuale. È una questione di che paese vogliamo essere. Di che civiltà siamo.

Roma non è diventata Roma chiudendosi. È diventata Roma incorporando, assimilando, trasformando in forza ciò che veniva da fuori. Le grandi civiltà della storia — quelle che hanno davvero lasciato un segno — non sono quelle che hanno costruito muri, ma quelle che hanno saputo fare degli incontri una risorsa. Ogni paese che oggi conta qualcosa nel mondo ha attraversato fasi di immigrazione massiccia, ha gestito le tensioni, ha commesso errori, e poi ha integrato. Non perché fosse buono o generoso. Perché era intelligente farlo.

Chi oggi costruisce la propria carriera politica sul rifiuto sistematico di questo processo non è un patriota. È un sabotatore. Mina la coesione sociale su cui si regge qualsiasi comunità funzionante. Alimenta fratture che poi costano — in sicurezza, in produttività, in capitale umano sprecato. In un mondo in costante competizione in cui ad Oriente si va veloce e l’Italia resta fanalino di coda dell’Occidente, questo atteggiamento equivale ad un autentico sabotaggio. Senza contare che questo odio, questa sistematica esclusione rischia di trasformare ragazzi nati in Italia in stranieri in casa propria, e poi si stupisce quando qualcuno di loro si rompe.

Chiamarli patrioti è un insulto all’Italia vera.

C’è un dettaglio che i sabotatori hanno volutamente ignorato, e che invece vale più di mille dichiarazioni. Tra chi ha fermato El Koudri c’erano Osama Shalaby, muratore egiziano di 56 anni, e suo figlio Mohammed, 20 anni. Vivono in Italia da trent’anni. Non hanno la cittadinanza. Con loro, commercianti pakistani dei negozi vicini, che sono saltati addosso all’aggressore finché non sono arrivate le forze dell’ordine. Musulmani, stranieri, agli occhi della legge. Eroi anche loro come Luca Signorelli.

Osama Shalaby vive in Italia da trent’anni, fa il muratore, paga le tasse, ha tirato su un figlio in questa città. Non ha la cittadinanza. E quando c’è stato bisogno, non si è girato dall’altra parte. Suo figlio Mohammed, vent’anni, è corso verso un uomo armato di coltello. Non gli hanno chiesto il passaporto prima di ringraziarli.

Il sindaco Mezzetti ha dovuto sottolinearlo esplicitamente, davanti alle migliaia di persone riunite in piazza Grande il giorno dopo: “Chi oggi vuole alimentare incendi, seminare divisioni e odio, non fa parte della nostra comunità. Generalizzare che tutti gli stranieri siano criminali da mandare a casa è una castroneria degna soltanto di sciacalli.”

Quella piazza gremita, all’ombra della Ghirlandina, ha tributato un applauso accorato anche alle persone che avevano fermato El Koudri. Modena non è caduta nella trappola. Ha scelto un’altra strada. E quella scelta merita di essere detta ad alta voce, perché è la risposta giusta — non alla violenza di un singolo, ma alla violenza sistematica di chi vuole usarla.

Rimane una domanda che non può essere lasciata cadere: fino a quando un vicepremier in carica potrà trasformare una crisi psichiatrica in una campagna anti-islam senza conseguenze? Il reato di istigazione all’odio esiste. Fomentare odio verso una minoranza di cittadini italiani da un pulpito istituzionale non è libertà di espressione: è un abuso di quella posizione, e dovrebbe essere trattato come tale, prima nei tribunali e poi nella coscienza pubblica di questo paese.

L’Italia che vogliamo costruire non si fonda sulla purezza del sangue. Non si è mai fondata su quello, nei secoli in cui ha davvero contato qualcosa nel mondo. Si fonda sulla capacità di fare comunità, di gestire le tensioni senza dissolverle nell’odio, di trasformare la complessità in risorsa invece che in paura.

Quella Italia esiste ancora. Era in piazza a Modena domenica sera. Era nel gesto di Osama e Mohammed Shalaby. Era in Luca Signorelli che correva verso un uomo armato senza chiedersi da dove venisse.

I sabotatori travestiti da patrioti vorrebbero farci credere che quell’Italia sia ingenua, o minoritaria, o perdente. Non è così. È semplicemente più silenziosa. Tocca a noi farla prevalere.

Tags: Matteo SalviniModenaSalim El KoudriVannacci
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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