Ci sono libri che arrivano al momento giusto, I Boccioli del Mandorlo – Rifiorire in Palestina di Amal Bouchareb (Vallecchi Firenze 2026) è uno di questi: un romanzo scritto in italiano da una voce algerina, pubblicato mentre le macerie di Gaza sono ancora fumanti e tutto il Medio Oriente è vittima della brutalità israelo-americana. Eppure non si tratta di un saggio o di un pamphlet, non è un atto d’accusa in forma narrativa. È qualcosa di più difficile e di più duraturo: è pura letteratura.
Il romanzo si apre sotto un mandorlo. Daniel Boniche, soldato israeliano che ha testimoniato le proprie azioni davanti all’organizzazione Breaking the Silence, muore suicida nell’autunno del 2023 devastato dal senso di colpa per le atrocità che il suo esercito ha perpetrato contro il popolo palestinese, proprio mentre il Genocidio si abbatte su Gaza con una violenza senza precedenti. Sua madre Livia fugge. Suo padre Azriel rimane, con il peso di una vendetta che non sa ancora come nominare. Una famiglia che conosce il sapore dello sradicamento molto prima che questo diventasse un concetto politico. Una famiglia che sa cosa significa essere colonizzata e ora anche colonizzatrice.
Uno degli elementi più potenti del romanzo è proprio la stratificazione storica attorno alla famiglia Boniche: non una sola espulsione, ma una catena di sradicamenti che si sovrappongono lungo secoli. Gli antenati fuggono dalla Spagna del 1492, quando la Reconquista chiude brutalmente cinque secoli di convivenza tra le tre tradizioni del Mediterraneo , quella Al-Andalus dove medici ebrei servivano califfi musulmani e le lingue si attraversavano come giardini. Arrivano in Algeria, dove ebrei e arabi vivono affiancati per generazioni, finché il Decreto Crémieux del 1870 spezza quella grammatica di coesistenza: concedendo la cittadinanza francese ai soli ebrei algerini, il colonialismo francese pianta un cuneo tra comunità che avevano imparato a condividere lo stesso suolo. Nel 1962, con l’indipendenza algerina, i Boniche sono costretti ad andarsene ancora. E sullo sfondo, la Palestina: anche lì, prima della Nakba del 1948, ebrei sefarditi, cristiani arabi e musulmani vivevano nella prossimità ordinaria della Palestina ottomana. La Nakba non è solo la catastrofe palestinese — è la distruzione di quel mondo plurale, la sostituzione di una convivenza imperfetta con una pulizia etnica sistematica. Bouchareb non assegna colpe in ordine gerarchico: mostra come la memoria del proprio dolore, quando usata per legittimare l’esclusione altrui, smetta di essere giustizia e diventi qualcos’altro.
Uno dei momenti più originali del testo è la lettera che la storica Ariella Aïsha Azoulay scrive all’intellettuale Benjamin Stora: una riflessione sul colonialismo, sulla memoria ebraico-araba e sull’impossibilità di separare le storie mediterranee come si divide il latte dall’acqua. È un inserto saggistico che non interrompe il romanzo, ma lo illumina, come quando in un edificio antico si apre una finestra inaspettata su un giardino che non sapevi esistesse.
È da una radice profonda, e non da una posizione ideologica semplificata, che Bouchareb costruisce la sua narrazione. I Boniche non sono allegorie: sono persone con cucine che profumano di makrout e spezie nordafricane, con memorie che si sovrappongono come strati geologici. Il nonno Samuel è il custode di questa stratificazione: attraverso i suoi ricordi, il lettore capisce che la storia del popolo ebraico in Nord Africa e quella degli arabi non è una storia di odio eterno, ma di convivenza lacerata dalla colonizzazione europea.
Il romanzo non risparmia nessuno, e questo è il suo merito maggiore. Non è un romanzo di buoni contro cattivi: è un romanzo di persone che cercano di stare in piedi mentre il terreno cede sotto i loro piedi.
L’arco narrativo del romanzo si chiude il 13 ottobre 2024, in due scene parallele e Bouchareb non offre redenzione facile. Offre qualcosa di più onesto: la possibilità che, dopo la devastazione, qualcosa ritorni a fiorire, non perché la giustizia sia arrivata, ma perché la vita, ostinatamente, continua a cercare crepe nella pietra.
Il titolo, I Boccioli del Mandorlo, porta con sé questa tensione. Il mandorlo è l’albero che fiorisce per primo, nel cuore dell’inverno, quando ancora niente lascia presagire la primavera. È l’albero che compare nella Bibbia ebraica come simbolo della veglia divina. È un albero del Mediterraneo, che cresce in Palestina come in Sicilia come in Algeria. Non appartiene a nessuno. Appartiene a tutti.
Una nota sul coraggio linguistico. Amal Bouchareb scrive in italiano, lingua che, come ha detto lei stessa, usa come una «copertura per proteggersi», un velo che permette di dire cose che nella propria lingua madre risulterebbero troppo esposte. È una scelta che meriterebbe un saggio a sé: la letteratura della migrazione e della diaspora ha spesso trovato nella lingua adottiva uno spazio di libertà che la lingua materna non concedeva. Bouchareb si inserisce in questa tradizione con una voce propria, capace di tocchi lirici senza mai scivolare nel sentimentalismo.
Questo libro va letto. Non perché risolva qualcosa , non lo fa, né pretende di farlo, ma perché ci ricorda che la narrativa può fare ciò che il giornalismo e la politica non riescono: abitare la contraddizione senza divorarla.


