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Home Islam

Esposto alla Procura di Milano: dieci firmatari denunciano gli insulti della Sardone contro una donna musulmana

by Redazione
Giugno 29, 2026
in Islam, islamofobia, Italia, Prima Pagina
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Esposto alla Procura di Milano: dieci firmatari denunciano gli insulti della Sardone contro una donna musulmana
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Un atto collettivo, pubblico, che si affida agli strumenti dello Stato di diritto. Perché il silenzio non è più un’opzione.

Ci sono momenti in cui la risposta alle aggressioni non può essere solo l’indignazione. Deve diventare atto. Documento. Firma apposta sotto una richiesta formale alle istituzioni della Repubblica.

È quello che è accaduto oggi. Un gruppo di dieci cittadini e rappresentanti associativi ha depositato un esposto-denuncia alla Procura della Repubblica di Milano, alla Questura, ai Carabinieri e al Garante per la protezione dei dati personali. Al centro dell’atto: il video pubblicato dall’eurodeputata e vicesegretario della Lega Silvia Sardone il 12 giugno scorso, girato a Torino, in cui una donna privata cittadina con il niqab — con la figlia piccola nel passeggino — viene fermata per strada, incalzata davanti alla telecamera nonostante la richiesta esplicita di non essere ripresa, e infine insultata con espressioni che i firmatari definiscono degradanti: il niqab paragonato a «un sacco della spazzatura», l’invito ad andare «a Islamabad».

Abbiamo già raccontato quella scena nei giorni scorsi. Non la ripetiamo per voyeurismo, ma perché è necessario che sia fissata bene nella memoria, prima di capire cosa significa questo esposto.

Il contesto non è un dettaglio

L’atto depositato oggi non nasce in astratto. Si inserisce in tre episodi concentrati in pochissimi giorni: l’incendio doloso davanti alla moschea Al-Hoda di Cagliari nella notte tra l’11 e il 12 giugno — su cui indagano il ROS e la DIGOS, con il sindaco che ha parlato esplicitamente di «odio religioso e razziale» — il corteo romano del 13 giugno con cori offensivi contro i musulmani nel cuore della capitale, e il video Sardone, pubblicato lo stesso giorno in cui bruciava una moschea.

Tre episodi. Nessun caso. Il prodotto prevedibile di un clima costruito pazientemente, anno dopo anno, attraverso talk show, titoli, campagne, risoluzioni parlamentari. Un clima che oggi ha conseguenze concrete sulla vita quotidiana di milioni di persone, e in particolare dei bambini e delle bambine musulmane che crescono in questo paese sapendo di essere considerate un problema da risolvere.

Cosa chiedono i firmatari

L’esposto chiede alle autorità competenti di valutare una serie di profili giuridici precisi.

Se la ripresa prolungata — proseguita nonostante il diniego esplicito della donna — integri gli estremi della molestia. Se le espressioni pubblicamente diffuse configurino diffamazione e lesione dell’onore. Se ricorrano i presupposti per il reato di istigazione alla discriminazione religiosa ai sensi dell’art. 604-bis c.p. — la cosiddetta legge Mancino-Reale — data l’idoneità delle espressioni ad alimentare ostilità verso persone identificate in ragione della loro appartenenza all’Islam. Se la ripresa e la successiva pubblicazione violino la normativa sulla protezione dei dati personali: dati che rivelano convinzioni religiose, raccolti senza consenso, e relativi anche a una minore. Se la presenza della bambina durante l’umiliazione pubblica della madre e la diffusione online del video configurino un’ipotesi di pregiudizio per il minore, assimilabile a violenza assistita.

I firmatari chiedono inoltre l’acquisizione urgente del materiale pubblicato, per scongiurare eventuali cancellazioni, e l’identificazione della donna ripresa affinché possa esercitare i propri diritti.

Non una censura. Un atto di diritto

Vale la pena leggere le parole del testo dell’atto, perché sono precise: «Questo esposto non intende mettere in discussione il diritto di critica politica o religiosa in astratto. Intendiamo sottoporre all’autorità le concrete modalità con cui una persona privata, con una bambina al seguito, è stata ripresa, incalzata, esposta pubblicamente nonostante il suo dissenso espresso, e degradata mediante espressioni connesse alla sua appartenenza religiosa. Chiediamo che sia la giustizia a valutare.»

È una distinzione fondamentale, e va ribadita con chiarezza. Non si chiede di processare un’opinione. Si chiede di valutare un comportamento: quello di una parlamentare europea che insegue una donna per strada con una telecamera, ignora la sua richiesta di non essere filmata, la insulta davanti alla figlia piccola, e poi diffonde il tutto a mezzo social per raccogliere consenso politico. Sono due cose completamente diverse. La prima è protetta dalla libertà di espressione. La seconda merita di essere esaminata dalla magistratura.

Chi ha firmato

L’esposto porta le firme di Davide Piccardo, direttore editoriale de La Luce; Brahim Baya di Narrazioni Umane di Resilienza; Sabri Ben Rommane, vicedirettore de La Luce; Adil Anouar, Presidente dell’Ente Islamico in Italia; Ahmed Vall Ould Dah, Presidente della Comunità Islamica di Roma; Stefano Signorini; Usama El Santawy, Presidente di Islam 360; Bianca Doris Guarino, membro del direttivo di Progetto Aisha; Giuseppe D’Amico; Salma Ghrewati, Vice Presidente di Progetto Aisha.

Provenienze diverse, appartenenze diverse. Un atto unitario.

La Costituzione non è a geometria variabile

L’articolo 3 garantisce pari dignità a tutti i cittadini. L’articolo 8 garantisce uguale libertà a tutte le confessioni religiose. Non sono principi che si applicano a giorni alterni, o a seconda di chi li invoca, o di quale simbolo religioso si trova sotto pressione mediatica quella settimana.

Se una parlamentare europea, seconda carica del partito di maggioranza relativa, può fermare per strada una donna privata, filmarla contro la sua volontà, insultarla davanti alla figlia piccola e trasformare il tutto in contenuto politico virale — senza che nulla accada, senza che nessuno risponda, senza che nessuna istituzione si interroghi — allora qualcosa nel meccanismo della tutela costituzionale non funziona come dovrebbe.

Questo esposto è una domanda formale rivolta a quelle istituzioni. Una domanda semplice: è legittimo continuare ad insultare e criminalizzare i musulmani italiani?

La risposta spetta alla magistratura. Il compito dei firmatari — e il nostro — è assicurarsi che la domanda venga posta.

Tags: EspostoHijabIslamofobiaSardoneTribunale di Milano
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