Probabilmente scrivere non è mai stato il mio mestiere, sono specializzata da anni in una particolare terapia sperimentale: far sorridere gazawi. È un lavoro davvero ben retribuito, perché quando sorridono emanano una luce in grado di curarmi ogni ferita nell’anima. Tuttavia, è abbastanza paradossale che la fonte di numerosi miei traumi, lutti, disincanti e problemi sia anche l’unica medicina a disposizione. Sono tornata al Cairo dato che il mondo, tutto, sta causando troppe lacrime ai gazawi. Sono tornata per asciugarle, per cercare nuove soluzioni, per creare un piccolo tempo di sorrisi e calore umano.
Il governo egiziano non concede ai gazawi la residenza e tantomeno la cittadinanza, il che si traduce in una serie di complicazioni pratiche. Non possono avere un contratto di lavoro, iscrivere i figli a scuola e all’asilo, non possono aprire un conto in banca e possono affittare un appartamento solo tramite conoscenze, in nero. La maggior parte dei bambini e dei ragazzi seguono un corso scolastico online, organizzato a Ramallah. La validità didattica, psicologica ed emotiva di questo strumento la abbiamo conosciuta anche noi italiani, durante la pandemia.
Ma gli italiani non ricordano, senza vergogna denunciano in articoli, podcast e caroselli online il governo di Al Sisi sorvolando sul trattamento riservato ai gazawi in Italia. Proprio durante i miei giorni al Cairo sono arrivati alcuni studenti universitari, e il mio cellulare era invaso di richieste: mancano le lenzuola, le coperte, le mutande, i vestiti, bisogna pagare la tassa, l’asilo, il permesso, servono ottocento, novecento, mille euro. Ma io so bene che mancherà molto altro: l’accudimento, l’impegno in un costante lavoro di consolazione inutile, di presenza per colmare vuoti incolmabili, di pazienza sovrumana necessaria al cospetto di un dolore disumano. Gli italiani ignorano che essere palestinesi è una condanna ovunque, non solo in Egitto. Una colpa riconosciuta in tutta Europa, Italia sul podio. Ma anche in Giordania, in Libano, in Oman, negli Emirati e in Arabia Saudita. “Puoi uscire dalla città, ma la città non può uscire da te” mi canta la mia gazawi preferita guardando il Nilo di notte. Sembra il mare, ma non lo è. Sembra di sopravvivere, ma si è morti dentro.
Come i bambini anche gli adulti, in alcuni casi, hanno scelto il lavoro online per mantenersi. Chi non lo ha ciondola depresso, stanco, senza una visione futura. Senza sogni, senza speranza controlla le notizie riguardo Gaza ricordando tutto quel che gli è stato rubato, elencando i morti attraverso il ricordo dei nomi, delle famiglie, momenti, sguardi, risate. Se fissi bene dentro agli occhi un gazawi cadi nel vuoto, precipiti nel suo dolore senza atterrare mai. 
Alcuni di loro balbettano, prima no. Alcuni perdono il senso del tempo: ritardi mostruosi, pasti dimenticati, impegni cancellati senza preavviso, ma prima erano meticolosi. Altri piangono per ogni sciocchezza, come se non avessero più spazio per contenere una microscopica frustrazione o un infinitesimale dispiacere. Prima no. Sono ospite in famiglia, la più piccola non esce dalla sua stanza se non per recuperare qualcosa dal frigo e poi tornare veloce a chiudersi dentro, da sola. Prima no, era un raggio di sole. Prima della soluzione finale, prima di un intero pianeta che all’unisono grida non valete niente. Non valgono i brandelli bruciati dei vostri bambini, non ci interessano le urla strazianti degli orfani, delle madri. Non ha alcun valore un medico che cammina da solo verso un carro armato, verso infinite torture e stupri di gruppo. Non valgono quei neonati prematuri lasciati a marcire, a soffocare. Non valete niente, nemmeno quando i vivi vengono schiacciati in una fossa, nemmeno se i morti vengono restituiti nei sacchi della spazzatura. Quando la incrocio in cucina sussurro il suo nome, le carezzo i capelli “habibti” e i suoi occhi si riempiono di lacrime che non cadono. Mi sorride, sorride soltanto a me prima di tornare nella sua camera. Guardo la porta chiudersi lentamente, lo scatto non fa rumore. È il silenzio di chi crede di non valere niente, a tredici anni. Prima era una bambina vivace, che ricordo benissimo.
Sono tornata al Cairo per cercare soluzioni, Gaza è invivibile e praticamente tutti vogliono andare via. Scopro che esiste una lista segreta, si pagano 50 mila dollari a persona e si va via a notte fonda, quando nessuno vede. Avevo detto, tanto tempo fa, che avremmo rimpianto la Hala Agency. La quale, dalla demolizione del valico e la presa di Rafah da parte delle forze di occupazione, ha restituito tutti i soldi a chi lo ha richiesto e mantenuto una lista di chi ha rifiutato il rimborso. Da quella lista, una volta ogni tanto, vengono chiamate quattro o cinque persone. Almeno arrivano al Cairo con le loro valigie, a differenza dell’Italia. Esiste un’altra lista per le evacuazioni, quella che prima dell’attacco contro l’Iran aveva spostato i gazawi in Sud Africa. Sono in molti ad aver già pagato, 2500 dollari a testa. Quando riaprirà potranno essere condotti all’aeroporto militare israeliano di Ramon, verranno imbarcati su un volo militare verso una destinazione ignota. Potrebbe essere il Sud Africa, la Somalia, la Polonia. Chi lo sa, a chi interessa, non valete niente.
Allargo il raggio di azione dei contatti utili per le evacuazioni in Egitto, mantengo quelli passati, qualcuno dovranno pur farlo uscire prima o poi. Forse è l’ennesima illusione, perché continuo a rimuovere dalla mente il progetto di quel piccolo lager a sud, un disegno che mi aveva ricordato i centri commerciali all’aperto. Una minuscola cittadina, dall’architettura a borgo con strade pedonali e casette che si sviluppano in orizzontale, ma a differenza di un outlet village avrebbe una sola entrata. Un luogo dove non sarebbe il retro dei negozi o qualche elemento verde decorativo a delimitare l’area, ma un muro con telecamere e cecchini. Le bande armate hanno cominciato a reclutare gazawi, ingegneri e operai. Si costruiranno da soli la gabbia. Intanto li spingono sempre più verso il mare, ma non ci sono scafisti e non ci sono barche a vela all’orizzonte. Soltanto una linea blu lontana, silenziosa e immobile come tutta l’umanità.
Ho usato il termine spostare, questo fanno con i gazawi che escono da Gaza. Li spostano come soprammobili fastidiosi, polverosi, vecchi di un secolo. Li appoggiano, ma solo alcuni, in ordine sparso e in paesi a caso. Per un ragazzo che ottiene una borsa di studio ci sono familiari e amici sopravvissuti ai quali dovrà dire addio. I ricongiungimenti sono rari. I diritti inesistenti, nemmeno un solo documento di identità che valga quanto il nostro. Ieri, oggi, domani. Nelle terapie intensive italiane, belghe, qatariane ci sono mamme, zie, fratelli, padri che trascorrono il tempo fissando un macchinario, cercando di parlare su whatsapp con quel che resta della famiglia a Gaza. Un tempo scandito dal ritmo cardiaco di un bambino amputato, con una scheggia in testa o nello stomaco, di un bambino con il cancro. È lo stesso silenzio soffocante della casa in cui sono ospite e delle tende sulla spiaggia di Gaza. Il dolore di ogni singolo è talmente grande da non poter essere condiviso nemmeno con le persone più care, si diventa come pianeti distanti che seguono una propria orbita. Un moto incalcolabile, imprevedibile, incomunicabile.

Incontro una cara amica in un Cafè, ha lo sguardo allucinato e gesticola in modo compulsivo. Le prendo una mano, la stringo. “Non hanno demolito le case e le infrastrutture, ma l’anima di Gaza”, e lei annuisce. Parliamo dei gruppi armati creati da Israele, delle violenze interne, dei traditori, dei ladri. Ogni volta che la resistenza, la polizia o un funzionario di Hamas cerca di riportare ordine e arrestare i colpevoli, cade un missile dal cielo. Le confesso che oggi avrei paura, un sentimento che non avevo mai associato a Gaza e ai gazawi. Lei, che ci è nata e cresciuta e che non voleva andare via, mi risponde “Anche io”. Tutta la sua famiglia è ancora dentro la Striscia. Sorrido amareggiata pensando al Gaza Trend, alla smania dei like, dei contenuti, ai tentativi orientalisti di raggiungerla. So perché mi detestano, non potranno mai avere quel che ho avuto io. Ovunque si trovino sono sempre un decennio in ritardo, non mi raggiungeranno mai. Ignorano il dolore che si accompagna alla benedizione, la vertigine mentre cadi giù nel loro vuoto, nelle loro umiliazioni.
Dal balcone del Cairo vedo Gaza e lo dico a tutta la famiglia, confermano con un movimento della testa. Basta voltare un angolo e sei in Egitto, ma da quel punto preciso, per quei pochi metri sembra il quartiere di Tel Al Hawa. La mia gazawi preferita si trascina come un tossico di Fentanyl, non sorride mai, parla e si muove rallentata. Sono esausta, continuo a fingere che sia normale cercando di accendere una scintilla di luce in lei, come riuscivo a fare prima. Ma lei mi sovrasta, la sua oscurità mi schiaccia e mi fa a pezzi. Lei era brillante, prima. Se ne va a letto, dorme tantissimo come tutti i depressi. Resto a guardare un albero con sua sorella, e ascoltando il delicato fruscio delle foglie che ondeggiano mi ricordo, e capisco.
Quando era ancora a Gaza, in una notte di bombardamenti a tappeto, era uscita dall’appartamento condiviso con altre sessanta persone. Da due mesi non toglieva il velo, non dormiva, non mangiava. Era uscita per morire, determinata a farla finita. Ricordo il brivido mentre me lo raccontava, mentre mi spiegava il buio denso e impenetrabile della notte e io immaginavo i suoi piedi inciampare nelle macerie. Sentivo il boato delle esplosioni, la terra tremare, vedevo lei cieca nell’oscurità cercare la morte a tastoni. Era tornata indietro per la sua gatta e per me. “Ho pensato a voi due, ho capito che solo voi due non lo avreste sopportato e che vi avrei ucciso”. Era tornata indietro, ma guardandola oggi comprendo che la sua anima è rimasta ferma nel buio di quella notte. Non so come prenderla.
Sul volo di rientro, mentre asciugo il mascara colato per i saluti finali e per la certezza di aver disimparato il mio mestiere, di aver fallito tutto, ricevo un messaggio inaspettato. Sua sorella ha scritto una poesia per me, nella quale racconta anche il silenzio sul balcone. Mi descrive come una presenza necessaria che le ha restituito speranza e ricordi indimenticabili. Ci sono riuscita, anche se non con tutti, non per tutti. Resto nel buio: il mio, il loro, quello del mondo, come la candela di Darwish. Devo farcela, perché probabilmente non è mai stato il mio mestiere. È una scelta di vita, l’unica possibile per me.



