Forse non c’è alternativa. Bisogna alzare i toni per stabilire, dopo decenni, che anche i musulmani hanno diritto ai luoghi di culto
Il proletariato di Venezia
Nel 1871 Karl Marx definì la Comune di Parigi come “la forma di governo finalmente scoperta”, quell’assetto transitorio tra l’economia di mercato e l’economia pianificata che si cercava di definire: la dittatura del proletariato. In questi giorni su Venezia aleggia la “minaccia” di uno sciopero della comunità bengalese (20mila persone) che vorrebbe realizzare una moschea a Mestre ma il sindaco Venturini, che l’aveva promessa in campagna elettorale, fa orecchie da mercante. Secondo qualcuno, questa iniziativa potrebbe paralizzare la città o comunque creare problemi ai servizi, anche turistici, in qualche modo ricollegabili alla manodopera bengalese.
Il precedente a Roma
Esattamente 10 anni fa, a fine estate 2016, era sindaco Virgilia Raggi, a Roma inizia una stagione di chiusura amministrativa delle moschee. In realtà si trattava di procedimenti avviati un po’ prima dal Prefetto Tronca, quando egli guidava la Capitale commissariata a seguito del golpe al Sindaco Marino operato dal PD (il partito di Marino di allora). Di suo il Sindaco Raggi promosse a Capo della Municipale lo “sceriffo” Di Maggio che imperversava per moschee in quel periodo, combatteva le moschee abusive poi fu coinvolto in un caso di abitazioni abusive.
A Roma c’era già allora, come ora a Venezia, una numerosa comunità bengalese, maggioranza dei musulmani nella Capitale, e forse questa composizione sociale contribuì ad uno scatto di reni che difficilmente si vede tra i fedeli dell’Islam (non tra gli arabi e men che meno tra gli italiani). Parliamo di una comunità pacifica, che non affolla le carceri, che non produce maranza, che non crea problemi. Ma già allora si rivelò essere una comunità con un margine incomprimibile di dignità. Quasi ogni venerdì si organizzarono manifestazioni con preghiere in piazza fino alla manifestazione con preghiera al Colosseo del 21 ottobre 2016 che ebbe grossa eco anche perché quelle immagini fecero il giro del mondo. A parte qualche arabo e qualche italiano, quella era una piazza bengalese!
Obbligati alle moschee abusive
La discussione in corso a Venezia ci dà la misura della profondità del problema. Si sente spesso parlare di moschee abusive ma quando una comunità, con soldi propri, vuole realizzare una moschea a regola d’arte allora parte la lista dei prerequisiti inventati, tra cui (per citare il sindaco di Venezia) “prima si devono integrare”. È evidente a chi abbia almeno un granello di sale in zucca, in una zucca intellettualmente onesta, che la volontà è quella di non far fare alcuna moschea. Meno evidente, ma altrettanto vero, è il rango incostituzionale di simili pretese.
In realtà il Sindaco di Venezia, oltre ai titoloni, ha già detto che da bambino voleva fare il pompiere, cioè che non vuole lo scontro, che magari di una moschea poco visibile e da un’altra parte se ne potrebbe anche parlare. Il mimetismo religioso è proprio ciò a cui sono obbligati i musulmani in Italia. È un fenomeno accademicamente rilevato che si manifesta con le cosiddette moschee abusive.
La lotta paga
Non si può dire ora se questo “sciopero” a Venezia ci sarà o se sarà partecipato. Né se la comunità bengalese finirà per farsi portare a spasso dal pompiere mancato (cosa che accade spesso ai musulmani). Però possiamo dire già da ora che forse alzare i toni serve. A Roma per esempio, 10 anni fa, furono vinti tutti i ricorsi tentati e riaperte le moschee. La giurisprudenza in materia di questi tempi sembra avere un orientamento diverso, segno che forse le carte e le chiacchiere non bastano. Magari è il caso di farsi sentire per bene, anche i Tribunali hanno orecchie!
Un’altra lezione che possiamo trarre, in vista delle elezioni 2027, ci viene dalla pantomima elettorale alle amministrative 2026, anche e soprattutto a Venezia. Numerosi candidati o cacicchi musulmani, per ogni schieramento. La moschea sempre al centro del dibattito ma niente eletti e niente moschea.




