Ieri a Potočari, in Bosnia, sono state sepolte altre dieci vittime identificate dopo trentun anni. Restano oltre mille dispersi. Ottomilatrecento uomini e ragazzi trucidati a Srebrenica nel luglio del 1995 sotto gli occhi di un contingente ONU che avrebbe dovuto proteggerli, in quella che i tribunali internazionali hanno riconosciuto, senza più margini di ambiguità, come genocidio. Ogni anno, in questi giorni, l’Europa si ferma un istante per dire “mai più”. Ed è un rito necessario. Ma diventa vuoto se si esaurisce nella commemorazione della fine — le fosse, i processi, i nomi letti uno a uno — senza interrogarsi sull’inizio. Perché Srebrenica non comincia l’11 luglio 1995. Comincia anni prima, nei talk show di Belgrado, nei titoli dei giornali, nei comizi dei politici che avevano scoperto quanto rendesse, in termini di consenso, additare una minoranza religiosa come corpo estraneo alla nazione.
Chi ha studiato la genesi del genocidio bosniaco — non solo gli storici, ma le organizzazioni internazionali che oggi lavorano sulla prevenzione delle atrocità di massa — riconosce uno schema ricorrente, che Gregory Stanton, studioso del Genocidio, ha codificato in una sequenza di fasi, dalla classificazione alla disumanizzazione, dalla polarizzazione alla preparazione, fino allo sterminio. Le prime fasi non prevedono armi. Prevedono parole. È lì che si gioca la partita, ed è lì che una comunità può ancora scegliere una strada diversa.
Il lavoro comincia anni prima delle armi, e non è astratto: ha date, nomi, documenti. Nel 1986 sedici accademici dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti fecero circolare un memorandum, poi trapelato contro la loro stessa volontà, in cui si parlava apertamente di “genocidio fisico, politico, giuridico e culturale” del popolo serbo in Kosovo — usando la parola più grave che esista per descrivere un fenomeno che era, nei fatti, un’emigrazione legata a ragioni economiche e sociali. Quel documento diventò il testo fondativo del nazionalismo che avrebbe portato Milošević al potere l’anno successivo. Tre anni dopo, il 28 giugno 1989, davanti a un milione di persone convocate a Gazimestan per il seicentesimo anniversario della battaglia contro gli ottomani, Milošević annunciò che il popolo serbo era “di nuovo impegnato in battaglie” — non ancora armate, precisò, ma non le escluse. Da quel giorno, ha scritto lo storico Thomas Emmert, i serbi non hanno più smesso di presentarsi come gli ultimi difensori dell’Europa cristiana contro il fondamentalismo islamico.
Nello stesso periodo, uno psichiatra e ideologo nazionalista, Jovan Rašković, teorizzava pubblicamente che i musulmani fossero patologicamente predisposti all’aggressività per via di una presunta fissazione psicologica — dando veste clinica a un pregiudizio etnico. I bosgnacchi venivano intanto ridescritti nella pubblicistica nazionalista come “serbi convertiti”, corpo estraneo da riassorbire o espellere, mai popolo a sé. I media di stato fecero il resto: ripeterono ogni giorno le stesse immagini di rivincita storica, le stesse parole-chiave, fino a renderle senso comune. Quando arrivarono i fucili, nel 1992, buona parte dell’opinione pubblica aveva già smesso da anni di vedere nel vicino musulmano un concittadino: vedeva un problema, un’eredità ottomana, un corpo da “restituire” a un altrove che in realtà non era mai stato il suo.
Ovviamente l’Italia del 2026 non è la Jugoslavia del 1991. Qui non ci sono eserciti, non c’è una guerra, e questo va chiarito con la stessa onestà con cui si dice tutto il resto, ma ciò che ci dice un lavoro come quello di Stanton è che contesti diversissimi possono avere la stessa grammatica comune che consiste nella disumanizzazione mediatica e politica di una minoranza, e quella grammatica, in Italia, la leggiamo ogni settimana sulle nostre pagine.
Guardiamo agli ultimi mesi. Una vicesegretaria della Lega ed eurodeputata, Silvia Sardone, si è presentata in un quartiere torinese a forte presenza musulmana per documentare quella che lei stessa ha chiamato “islamizzazione” — la stessa parola, non a caso, usata trent’anni fa nei Balcani per descrivere la presunta minaccia demografica. Ha fermato per strada una donna in niqab, con la figlia piccola nel passeggino, incalzandola davanti alla telecamera nonostante la richiesta esplicita di non essere ripresa, fino a paragonare il suo velo a un sacco della spazzatura e a invitarla ad “andare a Islamabad” — ossia fuori, altrove, non qui. Nello stesso giro di ore, una moschea a Cagliari è stata bruciata in un attentato doloso che lo stesso sindaco ha definito atto di odio religioso e razziale, e un corteo a Roma ha intonato cori offensivi contro i musulmani nel cuore della capitale. Tre episodi che, presi isolatamente, qualcuno derubricherebbe a fatti di cronaca. Presi insieme, e collocati nella traiettoria di anni di risoluzioni parlamentari contro la presunta “islamizzazione delle scuole”, di talk show costruiti sull’equazione musulmano-uguale-minaccia, di narrazioni sulla sostituzione etnica e sull’invasione demografica, disegnano qualcos’altro: un clima. Costruito con pazienza, ripetuto ogni settimana, normalizzato un titolo alla volta e non da un mese, da anni.
È lo stesso meccanismo, non lo stesso esito — ed è proprio per questo che vale la pena nominarlo ora, mentre siamo ancora nelle fasi in cui le parole sono solo parole. La disumanizzazione funziona sempre allo stesso modo: si sceglie un tratto visibile — un velo, un nome, un luogo di preghiera — e lo si trasforma in sineddoche del pericolo. Si insiste sui numeri, veri o inventati, per costruire l’idea di un’invasione silenziosa. Si usano le istituzioni — un’interrogazione parlamentare, una risoluzione, la scorta del Viminale messa al servizio di chi va a caccia di donne musulmane per strada — per dare una patente di legittimità a ciò che, detto da un privato cittadino, sarebbe riconosciuto per quello che è: incitamento all’odio. E si abitua, giorno dopo giorno, un’opinione pubblica a considerare normale ciò che dieci anni prima avrebbe suscitato indignazione unanime.
Le famiglie di Srebrenica continuano a cercare i loro morti, nel 2026, con l’analisi del DNA. Non lo fanno per chiedere all’Europa un minuto di silenzio all’anno. Lo fanno, come hanno ripetuto ancora ieri, perché la memoria, la verità e la giustizia restano un obbligo permanente — e un obbligo permanente non si esaurisce nel guardare all’indietro. Si esercita nel presente, riconoscendo per tempo lo schema dell’odio quando la si vede scritta sui titoli dei giornali di casa propria, prima ancora che sui muri o, peggio, sui corpi. In Italia oggi non ci sono fosse comuni. Ci sono, però, bambine musulmane che crescono sapendo — perché lo abbiamo scritto qui, raccontando le loro storie — di essere considerate un problema da risolvere. È un buon motivo per fermarsi, in questi giorni, non solo a Potočari ma anche a Torino, a Cagliari, a Roma, e chiedersi con onestà da che parte della Storia si sta scegliendo di stare.


