Il Paese che non capisce ciò che legge e rimpiange ciò che non ricorda.
In Italia il 35% degli adulti possiede competenze di lettura basse o molto basse. Più o meno nello stesso Paese, circa un terzo della popolazione non respinge idee autoritarie, nostalgie fasciste o proposte di deportazione collettiva ribattezzate con parole più eleganti.
Nessuna ricerca disponibile ha sottoposto gli stessi individui sia ai test sulle competenze cognitive sia a un questionario su fascismo e “remigrazione”.
Ma sarebbe ingenuo fingere che i due fenomeni non abbiano nulla a che fare l’uno con l’altro.
Secondo l’indagine internazionale OCSE-PIAAC, il 35% degli adulti italiani tra i 16 e i 65 anni si colloca al livello 1 o inferiore nelle competenze di lettura, contro una media OCSE del 26%. Non significa che queste persone non sappiano decifrare le lettere dell’alfabeto. Significa che riescono generalmente a orientarsi in testi brevi e lineari, quando l’informazione cercata è esplicita, ma incontrano difficoltà crescenti quando devono interpretare testi complessi, mettere in relazione più informazioni, individuare significati impliciti o valutare criticamente un’affermazione. Solo il 5% degli italiani raggiunge invece i livelli più elevati di competenza, contro il 12% della media OCSE.
Il problema non riguarda soltanto la lettura. Il 35% si trova ai livelli più bassi anche nelle competenze matematiche. Nel problem solving adattivo — cioè nella capacità di affrontare problemi con più variabili e modificare il proprio ragionamento quando cambiano le condizioni — la percentuale sale addirittura al 46%. Il 26% degli adulti italiani si colloca ai livelli più bassi contemporaneamente in tutti e tre gli ambiti.
Quasi un adulto su due, insomma, può trovarsi in difficoltà quando la realtà non offre una risposta immediata, unica e già confezionata.
È precisamente in quello spazio che entra la propaganda autoritaria.
La propaganda non chiede di comprendere un fenomeno. Chiede di riconoscere un nemico. Non spiega le cause della precarietà, della crisi abitativa, dei bassi salari, del declino dei servizi pubblici o dell’insicurezza sociale. Indica lo straniero. Non analizza i dati sulla criminalità, sulla demografia e sul mercato del lavoro. Mostra un video, una faccia, un episodio isolato. Non propone politiche verificabili. Offre verbi elementari: cacciare, chiudere, vietare, punire.
È una comunicazione progettata per eliminare complessità, relazioni causali e proporzioni. Non domanda al pubblico di ragionare: gli domanda di reagire.
I risultati si vedono.
Il 28º Osservatorio “Gli italiani e lo Stato”, realizzato da LaPolis dell’Università di Urbino con Demos e Avviso Pubblico, ha rilevato che soltanto il 67% degli italiani considera la democrazia sempre preferibile alle alternative. La quota di chi ritiene che, in alcune circostanze, sia preferibile un regime autoritario è salita dal 14% del 2015 al 23% nel 2025.
Quando la domanda è stata resa ancora più esplicita, l’8% ha indicato il ritorno al fascismo come la migliore soluzione possibile per l’Italia. Un altro 14% lo ha giudicato una buona soluzione, almeno per un breve periodo. Sono già il 22%. Aggiungendo l’8% di indifferenti, si arriva a quel 30% di italiani che, posti davanti all’ipotesi fascista, non riescono o non vogliono pronunciare un no.
Non sono soprattutto gli anziani nostalgici di un passato vissuto. Tra i cittadini di età compresa fra i 30 e i 55 anni, i giudizi positivi sul fascismo superano un terzo. Tra coloro che si definiscono politicamente di destra raggiungono il 62%, mentre scendono al 29% tra chi si colloca nel centrodestra.
Poi c’è la “remigrazione”, parola tecnocratica impiegata dalla destra radicale europea per rendere presentabile l’idea di espellere su larga scala persone considerate estranee alla nazione. Un sondaggio Euromedia Research del giugno 2026, condotto su un campione rappresentativo di 800 maggiorenni, ha rilevato che il 36,8% degli intervistati condivide le idee espresse da Roberto Vannacci su questo tema. Soltanto il 44,4% le respinge. Il 26,7% le considera persino concretamente applicabili.
Il dato non va confuso con il 73% favorevole al rimpatrio di chi non possiede i requisiti legali per soggiornare in Italia: il rimpatrio previsto dalla legge e la “remigrazione” ideologica non sono la stessa cosa. Ma è proprio questa incapacità di distinguere concetti diversi a rendere efficace il linguaggio estremista. Basta accostare clandestinità, immigrazione, criminalità, Islam, cittadinanza e colore della pelle fino a trasformarli, nella percezione pubblica, in un’unica categoria minacciosa. Nel medesimo sondaggio, il 57% giudicava prevalentemente negativo l’impatto dei flussi migratori, mentre soltanto il 14% lo considerava positivo.
La ricerca scientifica invita alla cautela, ma non all’ipocrisia. Non dice che ogni persona con poche competenze sia autoritaria, né che ogni estremista sia poco istruito. Esistono fascisti laureati, propagandisti coltissimi e strateghi perfettamente consapevoli delle falsità che diffondono.
Sono spesso proprio loro a fabbricare il messaggio destinato agli altri.
Diversi studi hanno però riscontrato associazioni fra minori capacità cognitive, maggiore autoritarismo di destra e pregiudizio verso i gruppi esterni. Una ricerca longitudinale ha osservato che livelli cognitivi inferiori predicevano una successiva maggiore adesione all’autoritarismo; altri lavori hanno individuato un percorso statistico che dalle minori capacità cognitive conduce al pregiudizio attraverso l’autoritarismo e la riduzione dei contatti con gruppi diversi.
Uno studio basato su indagini europee ha inoltre trovato che una minore istruzione formale è associata a maggiore propensione all’euroscetticismo e alla sfiducia nelle istituzioni europee. L’effetto dell’informazione politica ottenuta attraverso i social network risultava particolarmente forte proprio tra i cittadini meno istruiti.
Questo è il punto che i numeri consentono di sostenere seriamente.
Non possiamo prendere due percentuali simili e dichiarare che rappresentino le stesse persone. Possiamo però osservare che una società nella quale milioni di adulti faticano a valutare testi complessi, confrontare fonti, interpretare statistiche e risolvere problemi articolati costituisce il terreno ideale per chi trasforma ogni questione politica in uno slogan e ogni difficoltà sociale in un capro espiatorio.
L’analfabetismo funzionale non produce automaticamente il fascismo. Produce vulnerabilità. Il fascismo, il razzismo politico e il populismo autoritario arrivano dopo, organizzano quella vulnerabilità, le danno un vocabolario e soprattutto un bersaglio.
Il risultato è un cittadino che non sa spiegare come dovrebbe funzionare la “remigrazione”, quali leggi dovrebbe violare, quanto costerebbe, chi dovrebbe essere espulso o in base a quale criterio. Ma sa che gli piace.
Non conosce il funzionamento delle istituzioni democratiche, ma è certo che serva “l’uomo forte”. Non saprebbe descrivere le conseguenze economiche e giuridiche di un regime autoritario, ma ritiene che qualche anno di fascismo possa “rimettere ordine”. Non comprende un problema composto da molte variabili, e proprio per questo premia chi gli promette di risolverlo eliminando una categoria di esseri umani.
Chiamarlo semplicemente odio sarebbe forse persino consolatorio. L’odio presuppone almeno una scelta pienamente compresa.
Qui c’è qualcosa di più deprimente: l’incontro fra incompetenza cognitiva e arroganza politica. La difficoltà di capire la realtà compensata dalla certezza assoluta di avere già trovato il colpevole.
Ecco perché contrastare l’estrema destra non significa soltanto correggere le sue falsità una per una. Significa ricostruire la capacità collettiva di leggere, verificare, distinguere e ragionare. Perché una democrazia non muore soltanto quando qualcuno brucia i libri.
Può morire anche quando milioni di persone continuano formalmente a leggerli, ma non capiscono più ciò che c’è scritto.



