Un intervento pubblicato sulla rivista Rinascita smonta punto per punto la narrazione dominante su integrazione, multiculturalismo e comunità islamica in Italia
Non capita spesso che un leader politico di primo piano scelga di intervenire con questo livello di articolazione — storica, giuridica, costituzionale — su un tema che la propaganda ha ridotto a slogan da campagna elettorale. Per questo l’intervento pubblicato il 1° settembre da Giuseppe Conte su Rinascita, dal titolo “Integrazione e multiculturalismo: oltre la propaganda”, merita attenzione ben oltre la cronaca politica quotidiana. Prendendo spunto dalla vertenza dei lavoratori bengalesi di Venezia — che minacciano lo sciopero per ottenere un luogo di culto già concordato con la precedente amministrazione comunale — Conte costruisce una riflessione ampia che tocca la libertà religiosa, la storia dell’Islam, i fallimenti delle politiche migratorie del governo Meloni e i limiti di un certo dibattito pubblico. In un momento in cui il tema è quasi sempre trattato per approssimazioni e paure, una presa di posizione pubblica di questa portata, da parte di chi guida una forza politica di opposizione, ha un peso che va sottolineato prima ancora di entrarne nel merito.
Ne diamo conto qui di seguito, ripercorrendone fedelmente gli snodi principali.
Il caso Venezia e la libertà di culto come principio costituzionale
Conte parte dalla vicenda dei lavoratori bengalesi veneziani, che hanno acquistato un terreno e concordato un progetto per un luogo di culto con la giunta precedente, ma si trovano ora di fronte ai rinvii dell’attuale amministrazione, che chiede loro un “livello di integrazione” più alto come precondizione. Per Conte questa vertenza è emblematica perché mette in gioco un diritto costituzionale — la libertà di culto, garantita dall’articolo 19 della Costituzione — la cui contestazione equivarrebbe a mettere in discussione un fondamento della convivenza civile del Paese. Meglio, sostiene, avere luoghi di culto regolarmente autorizzati piuttosto che lasciare che le comunità religiose si riuniscano in spazi informali o clandestini, privi di condizioni di sicurezza.
La replica a Galli della Loggia sui “limiti del multiculturalismo”
Il cuore del pezzo è la risposta all’editoriale di Ernesto Galli della Loggia uscito sul Corriere della Sera il 27 agosto, secondo cui l’Islam — anche quello italiano — non conoscerebbe il principio di laicità, rendendo il multiculturalismo incompatibile con l’interesse nazionale rispetto alla via alternativa dell’integrazione. Conte contesta questa tesi richiamando gli studi storici di Olivier Roy: già dalla fine del periodo dei primi quattro Califfi, nel 661 d.C., il mondo islamico avrebbe conosciuto una secolarizzazione pratica, con il potere politico nelle mani di sultani ed emiri e l’interpretazione religiosa affidata a un corpo di ulema spesso indipendente dal sovrano. Il crollo dell’Impero Ottomano e l’influenza occidentale tra Otto e Novecento avrebbero poi portato alla laicizzazione formale di molti paesi a maggioranza musulmana, dall’Indonesia alla Turchia. Le nuove generazioni musulmane nate in Europa, aggiunge Conte, vivono oggi la fede prevalentemente come scelta individuale, slegata dalle tradizioni culturali dei paesi d’origine dei genitori. La conclusione è netta: l’idea che l’Islam sia strutturalmente incompatibile con la laicità sarebbe, nelle sue parole, un argomento rivolto più alla pancia che ai fatti storici.
La critica al governo Meloni sulle politiche migratorie
Un passaggio ampio del testo è dedicato al bilancio delle politiche migratorie dell’attuale governo. Conte ricorda la promessa elettorale del blocco navale del 2022, definendola incostituzionale sul piano giuridico e inattuabile su quello pratico, e elenca quelli che considera i fallimenti dell’esecutivo: oltre 326.000 migranti giunti in quattro anni, i centri in Albania giudicati costosi e inutili, il Piano Mattei ritenuto privo di contenuti concreti, la sospensione di Schengen nei confronti della Spagna e la sottoscrizione di un nuovo Patto europeo su migrazione e asilo che finirebbe per inasprire le procedure. Rileva inoltre un paradosso politico: la stessa Meloni che da opposizione denunciava l'”invasione pianificata” di fronte a 500.000 regolarizzazioni in tre anni sotto i governi di centrosinistra, da premier avrebbe programmato attraverso i decreti flussi 950.000 ingressi in sei anni. Anche la proposta di “remigrazione” avanzata da Roberto Vannacci viene liquidata come una variante del blocco navale, ugualmente incostituzionale e impraticabile.
Le proposte: corridoi umanitari e cause strutturali dei flussi
Sul piano propositivo, Conte richiama il principio costituzionale della dignità della persona e indica come priorità il rafforzamento dei corridoi umanitari per chi ha diritto a protezione internazionale, evitando che le persone finiscano nelle mani delle reti criminali dedite al traffico di esseri umani. Cita inoltre le parole di papa Leone XIV, pronunciate dal porto di Arguineguín nelle Canarie, sul diritto a non dover migrare e a restare nella propria terra senza fame, guerra o persecuzione. Tra le cause strutturali dei flussi migratori, Conte indica anche lo sfruttamento delle risorse naturali di molti paesi africani e mediorientali attraverso società offshore legate, sostiene, a interessi economici europei e americani.
Identità nazionale come “contaminazione” storica
Un altro passaggio centrale riguarda il concetto stesso di identità nazionale. Conte sostiene che nessuna comunità presente in Italia possa rivendicare pratiche in contrasto con i principi costituzionali, ma aggiunge che la stessa identità italiana andrebbe raccontata per quello che storicamente è: il frutto di contaminazioni culturali secolari. Richiama a questo proposito una citazione dello scrittore uruguaiano Eduardo Galeano su una scritta murale del quartiere del Raval a Barcellona, che elenca origini straniere di elementi della vita quotidiana concludendo con la domanda: perché chiamare straniero chi in realtà è un vicino di casa.
Il rifiuto della generalizzazione sul fondamentalismo islamico
Conte respinge poi l’idea che l’intero mondo religioso islamico sia connotato da fondamentalismo, ricordando che al-Qaeda non esisteva nell’Iraq pre-2003, né l’ISIS nella Siria pre-2011, così come Hezbollah non esisteva prima dell’invasione israeliana del Libano nel 1982 e Hamas non esisteva nel 1967, anno dell’inizio dell’occupazione della Striscia di Gaza — a suggerire un nesso tra dinamiche di conflitto e nascita di movimenti radicali. Richiama inoltre un dato spesso trascurato nel dibattito pubblico: dal 1988 a oggi, quattordici donne di paesi a maggioranza musulmana hanno ricoperto la carica di capo di Stato o di governo, mentre gli Stati Uniti attendono ancora la prima presidente donna della loro storia.
La definizione di integrazione
Nel passaggio conclusivo, Conte respinge la contrapposizione manichea tra multiculturalismo e integrazione proposta da Galli della Loggia, definendo l’integrazione come l’insieme di investimenti concreti in percorsi scolastici, professionali e sportivi capaci di mettere i migranti in contatto costante con la cultura e i valori del paese ospitante — corsi di lingua, mediatori culturali nelle scuole, formazione professionale legata ai bisogni dei territori, incentivi all’assunzione regolare. Ribadisce che chi vive in Italia deve rispettare la Costituzione, il rispetto delle donne, l’assenza di ogni forma di potestà maritale e di discriminazione, il principio di laicità dello Stato. Ma chiude ricordando che l’integrazione non è, a suo avviso, un favore concesso dall’alto, bensì una politica pubblica che rende possibile la partecipazione economica e sociale e allarga la base della solidarietà.



