Muḥammad Zaki Ḥamad ha tenuto un diario per tutta la guerra, dalle strade di Bayt Ḥānūn ai tunnel, fino alla sua uccisione nel luglio 2025. Editori della Luce lo pubblica in italiano.
Della guerra di Gaza abbiamo letto i comunicati dell’esercito israeliano, i reportage di chi è riuscito a entrare nella Striscia, le testimonianze dei civili sopravvissuti. Mancava la voce di chi ha combattuto. Con Diario di un martire. Dai tunnel di Gaza Editori della Luce porta in Italia l’unico testo scritto da un membro della resistenza palestinese durante la battaglia, nei giorni stessi in cui la viveva.
L’autore, Muḥammad Zakī Ḥamad, era nato a Bayt Ḥānūn nel 1994. Dopo il 7 ottobre 2023 è rimasto nella sua città, tra le prime a essere investite dall’offensiva israeliana, e ha cominciato a scrivere. Ha continuato per circa venti mesi, prima sotto i bombardamenti e poi sottoterra. È stato ucciso il 12 luglio 2025. Il manoscritto è sopravvissuto a lui.
Questo è il punto che rende il libro un documento storico. Ḥamad non ricorda a distanza di anni e non ricostruisce. Annota quello che succede la sera stessa: un quartiere che sparisce, i compagni morti, i corpi recuperati sotto le macerie, l’ospedale al-Shifāʾ, la fame, l’acqua contata a sorsi. Non sapeva come sarebbe finita e si vede in ogni pagina. Chi in futuro vorrà studiare questa guerra avrà bisogno anche di fonti come questa, e oggi in Italia è l’unica disponibile.
Il diario è anche un testo religioso. Ḥamad prega nei tunnel, ripassa il Corano a memoria, ragiona sul sacrificio e sulla morte con una calma che spiazza. Scrive spesso alla moglie e pensa alla sua famiglia. Per capire perché a Gaza così tanti abbiano scelto di restare e resistere, nonostante tutto, bisogna fare i conti con questa dimensione di fede, che il racconto dei media occidentali quasi sempre ignora.
La traduzione è curata da Cecilia Parodi che firma anche la postfazione e accompagna il lettore nel contesto in cui il testo è nato.
Con questo titolo Editori della Luce prosegue il lavoro iniziato con Le spine e il garofano di Yahya Sinwar, di cui ha pubblicato la prima traduzione in una lingua occidentale. Quell’uscita aveva provocato attacchi sui giornali e tentativi di impedire le presentazioni, ma il libro ha trovato i suoi lettori. La casa editrice milanese ha scelto da tempo di pubblicare le voci palestinesi che gli altri editori evitano.
«Da tre anni i media italiani raccontano Gaza con le parole di chi la bombarda», dice Davide Piccardo, presidente di Editori della Luce. «I palestinesi compaiono come numeri, oppure come terroristi. Qui parla uno di loro, in prima persona, mentre la guerra è in corso. Studiava il Corano sotto le bombe, scriveva alla moglie, seppelliva i suoi amici. Un libro così non esisteva, e tra vent’anni chi vorrà capire cosa è successo a Gaza dovrà leggerlo.»
Sulle reazioni, Piccardo non ha dubbi. «Con Sinwar abbiamo visto gente chiedere di vietare un libro senza averne letto una pagina. Succederà di nuovo. Noi pubblichiamo quello che riteniamo importante, e lasciamo giudicare i lettori.»


