Un appello fraterno alle comunità musulmane italiane sulla responsabilità, la giustizia e la partecipazione.
Sabato, 10 ottobre, cinquanta piazze italiane si sono mobilitate per la Palestina, a tre anni dal 7 ottobre e dall’inizio del genocidio a Gaza. A Torino eravamo circa ventimila. Un grande corteo ha attraversato la città, come in tante altre città italiane, riunendo persone di ogni età, origine, appartenenza culturale e politica.
Tre anni di distruzione, di massacri, di sofferenze indicibili. Tre anni che hanno cambiato il mondo e che hanno cambiato anche noi. Gaza ha risvegliato coscienze, fatto incontrare persone e generazioni diverse, creato legami e alimentato una mobilitazione che, nonostante tutto, continua.
Tra le migliaia di persone presenti a Torino c’erano anche numerosi musulmani e musulmane. Giovani, adulti, famiglie. Una partecipazione importante, spontanea, che testimonia quanto la Palestina continui a vivere nelle coscienze dei musulmani italiani, indipendentemente dalle organizzazioni di appartenenza.
Eppure, ancora una volta, ho avvertito un’assenza che mi addolora profondamente: quella delle nostre organizzazioni, delle moschee, delle associazioni islamiche, comprese quelle giovanili, e delle realtà che hanno assunto responsabilità di rappresentanza e di guida delle nostre comunità. Non mi riferisco alla presenza individuale di questo o quel responsabile, ma alla partecipazione pubblica e riconoscibile delle organizzazioni in quanto tali.
Parlo anzitutto di Torino, della realtà che conosco direttamente. Ma, da quanto ho potuto osservare e raccogliere, non si tratta di una situazione isolata.
Non è sempre stato così. Nelle prime settimane della tragedia di Gaza, molte organizzazioni avevano espresso solidarietà attraverso comunicati, partecipato alle mobilitazioni, contribuito anche sul piano logistico e organizzativo. Poi, progressivamente, quella presenza pubblica si è affievolita, fino a diventare quasi invisibile.
E non parlo soltanto delle manifestazioni per la Palestina. È un’assenza che, con alcune importanti eccezioni, si ripete da tempo anche su altre grandi questioni che attraversano la nostra società.
Dopo aver condiviso questa riflessione sui social, ho ricevuto numerosi messaggi, anche da persone non musulmane, che mi ponevano la stessa domanda.
Dove sono le organizzazioni musulmane? Perché questa assenza?
Le ragioni di un silenzio
Non credo esista una sola spiegazione. E non pretendo di conoscere le motivazioni di ciascuno. C’è forse chi considera le manifestazioni inutili, chi pensa che non possano cambiare nulla e che sia meglio concentrare energie e risorse su attività interne alla comunità.
C’è poi la paura. Una paura che conosco e che non voglio banalizzare. Le organizzazioni musulmane vivono in un contesto nel quale ogni loro presa di posizione può diventare oggetto di sospetti, strumentalizzazioni e campagne mediatiche. Basta poco perché una manifestazione di solidarietà con la Palestina venga presentata come una forma di estremismo o di fiancheggiamento del terrorismo.
Questa pressione esiste e va denunciata. Ma dobbiamo anche interrogarci sulle sue conseguenze: se la paura di essere attaccati ci impedisce di esercitare i nostri diritti, non stiamo già concedendo a chi ci attacca il potere di decidere quando possiamo parlare e quando dobbiamo tacere?
C’è poi una difficoltà più profonda: una cultura della partecipazione civile ancora troppo debole in alcune delle nostre realtà associative. Per molti anni, comprensibilmente, le energie sono state concentrate sulla costruzione di luoghi di culto, sull’educazione religiosa, sulla trasmissione della lingua e sui rapporti con le istituzioni. Sono attività fondamentali, che hanno richiesto sacrifici enormi e che meritano riconoscimento. Ma non possono esaurire la nostra presenza nella società.
E forse, in alcuni casi, esistono anche valutazioni di convenienza: la preoccupazione di compromettere rapporti istituzionali, di esporsi politicamente, di assumere posizioni considerate troppo scomode.
Non voglio attribuire intenzioni a nessuno. Ma credo che tutte queste possibilità meritino una riflessione sincera, senza nasconderci dietro giustificazioni rassicuranti.
A tutto questo si aggiunge la rassegnazione: la convinzione che nulla possa davvero cambiare, che la nostra voce sia troppo debole, che sia preferibile restare ai margini. Ma la rassegnazione non può diventare il programma delle nostre organizzazioni.
Musulmani italiani: dalla presenza alla partecipazione
C’è poi una questione che considero ancora più importante e che va ben oltre la Palestina. Quale presenza musulmana vogliamo costruire in Italia?
Una presenza che si limita a gestire i propri spazi, a difendere le proprie esigenze religiose e a chiedere riconoscimento quando ne ha bisogno? Oppure una presenza capace di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e civile del Paese?
Le nostre comunità sono cambiate profondamente. Ci sono nuove generazioni nate e cresciute qui, cittadini italiani, famiglie che vivono in questo Paese da decenni. L’Italia non è soltanto il luogo in cui abitiamo: è il luogo in cui costruiamo il nostro futuro e quello dei nostri figli.
Eppure, talvolta, continuiamo a comportarci come se fossimo ospiti, come se la vita pubblica italiana appartenesse ad altri e noi dovessimo limitarci a negoziare il nostro piccolo spazio.
Non siamo ospiti di questo Paese. Ne siamo parte. E dobbiamo assumerci pienamente la responsabilità che deriva da questa appartenenza.
La partecipazione non può riguardare soltanto le questioni che coinvolgono direttamente i musulmani. Deve riguardare la scuola, la sanità, il lavoro, la casa, la politica internazionale, l’ambiente, la lotta contro le disuguaglianze e ogni questione che tocca la dignità delle persone.
Non possiamo chiedere alla società italiana di ascoltarci quando denunciamo l’islamofobia e le discriminazioni, se poi rinunciamo a far sentire la nostra voce quando sono in gioco i diritti degli altri.
E non possiamo ignorare che la crescente ostilità verso i musulmani, alimentata da una parte della politica e del dibattito pubblico, rende ancora più urgente una presenza civile consapevole e organizzata. La risposta all’islamofobia non può essere il ripiegamento su noi stessi. Deve essere anche una partecipazione più forte, più aperta e più coraggiosa alla vita del Paese.
La nostra fede ci chiama alla giustizia
C’è infine una dimensione che, come musulmani, non possiamo dimenticare. L’Islam non ci invita all’indifferenza verso le ingiustizie del mondo. Al contrario, la giustizia occupa un posto centrale nel messaggio coranico.
«In verità, Dio ordina la giustizia e il bene» (sublime Corano, 16:90).
E ancora:
«Siate saldi sostenitori della giustizia, testimoni dinanzi a Dio» (sublime Corano, 4:135).
Questi versetti non ci indicano una particolare forma di mobilitazione politica. Ma ci ricordano che la giustizia non è un valore da proclamare soltanto nei sermoni: è una responsabilità da vivere e testimoniare.
Non si tratta affatto di trasformare le nostre moschee in partiti politici. Si tratta di non separare la fede dalla responsabilità verso la società.
Un appello fraterno
Vorrei concludere rivolgendo un appello sincero ai miei fratelli e alle mie sorelle che hanno responsabilità nelle organizzazioni islamiche italiane, a livello nazionale e locale, ai responsabili delle moschee, alle associazioni giovanili e a tutte le persone che dedicano tempo ed energie al servizio delle nostre comunità.
Questo non vuole essere un processo alle intenzioni di nessuno, né un giudizio sul valore del lavoro che quotidianamente svolgete. È un richiamo che rivolgo prima di tutto a me stesso, e poi a tutti noi.
Apriamo un dibattito serio sul significato della nostra partecipazione alla vita pubblica italiana.
Chiediamoci quale ruolo vogliamo avere nella società, quali responsabilità siamo disposti ad assumere, quale esempio vogliamo offrire alle nuove generazioni.
Non è necessario essere tutti presenti nelle stesse piazze, né condividere ogni slogan. Possiamo scegliere forme diverse, percorsi diversi, iniziative autonome. Ma dobbiamo esserci. Con la nostra voce, con le nostre idee, con la nostra responsabilità.
Non è una questione di visibilità o di occupare un posto in prima fila. È una questione di testimonianza.
Gaza ci ha insegnato, tra tante altre cose, a non rassegnarci all’ingiustizia. Sarebbe doloroso se proprio le nostre organizzazioni finissero per rassegnarsi al silenzio.
Scrivo queste parole con il rispetto e l’affetto di chi si sente parte di questa comunità, di chi ha operato per decenni all’interno di realtà locali e nazionali, giovanili e non, di chi conosce le difficoltà, riconosce i sacrifici, ma proprio per questo sente il dovere di richiamarla alle proprie responsabilità.
«E ricorda, poiché il richiamo giova ai credenti» (sublime Corano, 51:55).
Con questo spirito, e con la speranza che da questa riflessione possa nascere un confronto sincero, rivolgo questo appello a tutti noi.




