Gli studenti protestano contro aule e strutture vecchie, costi d’iscrizione elevati e un mercato del lavoro che non offre sbocchi ai laureati. In poche ore, però, la protesta si è posta un obiettivo politico: le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Rama ha replicato che «i governi cambiano con le elezioni», ha condannato il «caos» e ha attribuito parte del malcontento alla circolazione di notizie false.
Come si è arrivati fin qui? Un osservatore albanese, che si colloca al di sopra delle parti, propone una lettura che va oltre la cronaca. Secondo lui, la crisi ha radici antiche e si è accumulata negli anni.
L’opposizione che non c’è più
I fatti degli ultimi diciotto mesi vanno nella stessa direzione. Il Partito Democratico di Sali Berisha ha perso le elezioni del maggio 2025 e ne ha contestato la legittimità. Tra novembre 2025 e maggio 2026 ha poi organizzato una serie di manifestazioni. Sono diventate sempre più violente, con molotov, scontri e arresti, anche di minorenni, e sempre meno partecipate. A maggio 2026 Berisha è stato rieletto alla guida del partito come unico candidato, dopo che tutti gli sfidanti erano stati in qualche modo esclusi.
Il malcontento ha così trovato altre strade. In primavera è nato un movimento civico, chiamato «Rivoluzione dei fenicotteri». Si opponeva a un resort di lusso in un’area protetta della costa meridionale, presso Zvërnec, legato alla società di investimento di Jared Kushner, genero del presidente americano Trump. Da allora il movimento organizza manifestazioni quasi quotidiane, in gran parte pacifiche. Gli studenti ne sono diventati l’avanguardia. I partiti di opposizione lo appoggiano, ma non lo guidano.
La piazza, insomma, non chiede più ai partiti di rappresentarla. Lo conferma anche il caso della deputata Marjana Koçeku, che ha lasciato il Partito Socialista dopo la nascita del movimento e oggi siede in Parlamento come indipendente.
Un quarto mandato senza svolta
L’OSCE aveva giudicato quel voto competitivo e ben organizzato, ma aveva rilevato l’assenza di condizioni di parità tra i partiti. Pochi mesi dopo sono arrivate le inchieste. La procura speciale anticorruzione (SPAK) ha indagato la vicepremier Belinda Balluku per appalti pubblici, tra cui quelli del tunnel di Llogara, del valore di oltre 200 milioni di euro. Già nel 2025 era stato arrestato il sindaco di Tirana Erion Veliaj, tra i volti più noti del partito di governo.
Rama ha difeso a lungo la sua vice: ha criticato i giudici che l’avevano sospesa e ha proposto di limitare il potere dei tribunali di sospendere i ministri. L’ha rimossa solo nel febbraio 2026, con un rimpasto. Per molti cittadini è stata la conferma del «riciclo» di cui parla l’osservatore.
Sugli studenti pesa poi un ricordo preciso. Nel 2018 un’altra loro protesta aveva costretto Rama a sostituire otto ministri e a firmare un «Patto per l’Università». Secondo i manifestanti di oggi, molte di quelle promesse sono rimaste sulla carta.
Per l’osservatore, questi due elementi, l’opposizione assente e il governo non rinnovato, hanno preparato il terreno a fenomeni che paragona a un «tumore», sfuggiti rapidamente al controllo. E avverte: «Qualsiasi azione volta a ignorare il primo non farebbe che aggravare il problema».
Equilibri internazionali saltati
• Stati Uniti. Il progetto turistico legato a Kushner unisce una scelta urbanistica contestata all’entourage della Casa Bianca. Proprio da qui è nata la protesta civica.
• Italia. L’accordo sui centri per migranti di Shëngjin e Gjadër, in vigore dal 2024, è stato molto discusso anche in Albania.
• Unione Europea. L’Albania è tra i candidati più avanzati verso l’adesione, secondo solo al Montenegro. Proprio per questo è più esposta alle pressioni di Bruxelles sullo Stato di diritto. L’UE si è detta preoccupata e ha dichiarato che la violenza «non può essere giustificata».
Il quadro resta ambiguo. Questi fattori spiegano le tensioni, ma nessuna fonte attendibile consente finora di attribuire la crisi a regie straniere.
Altre letture invitano però alla prudenza. L’analista Sokol Lleshi ritiene che la mobilitazione non abbia ancora la forza di quella del 2018 e che servirebbe una coalizione più ampia per ottenere cambiamenti duraturi. Chi sta dalla parte del governo fa notare tre cose: Rama ha un mandato elettorale recente, la SPAK indaga anche su esponenti socialisti, e questo dimostra che le istituzioni funzionano, mentre la violenza di piazza rischia di compromettere il cammino europeo del Paese.
Resta aperta la domanda decisiva: chi darà forma politica a questa protesta? Potrebbe farlo un’opposizione rinnovata, oppure un nuovo soggetto nato dal movimento civico. Se non lo farà nessuno, l’Albania rischia una protesta che si spegne lasciando sfiducia o che torna a esplodere a intervalli regolari.




