Dalle reti di pressione politica alle piattaforme pubblicitarie usate dai quotidiani italiani: Who Funded Genocide ricostruisce i flussi di denaro della comunicazione pro-Israele. E apre interrogativi precisi su ELNET, GEDI, Havas e sui rapporti tra ACEA e Mekorot.
Una mappa interattiva per seguire il denaro, anziché fermarsi alle dichiarazioni pubbliche. È l’idea alla base di Who Funded Genocide, un progetto di ricerca consultabile gratuitamente su “whofundedgenocide.com” (https://whofundedgenocide.com/map/), realizzato incrociando registri pubblici, dichiarazioni di lobbying, documenti sui finanziamenti politici, contratti depositati negli Stati Uniti e atti di spesa delle autorità israeliane.
L’inchiesta, sviluppata in collaborazione con Wallface, ha trasformato migliaia di documenti in una rete navigabile: quasi 9.700 soggetti e oltre 12.700 collegamenti, distribuiti in sei mappe tematiche. Le tabelle sono scaricabili e ogni voce rimanda alle sue fonti.
Il risultato è una radiografia di come denaro pubblico, agenzie pubblicitarie, società private e organizzazioni di advocacy possano concorrere a costruire e diffondere il messaggio politico israeliano all’estero. La domanda, a questo punto, è inevitabile: quali di queste reti raggiungono anche l’Italia?
ELNET: una rete già conosciuta, con porte aperte nella politica italiana
Una prima risposta riguarda ELNET, European Leadership Network. Di questa organizzazione abbiamo già parlato in precedenti inchieste. Svolge in Europa un’attività di advocacy e costruzione di relazioni politiche pro-Israele paragonabile, per funzione, al lavoro di AIPAC negli Stati Uniti, pur trattandosi di organizzazioni distinte.
ELNET non nasconde la propria missione: in un suo documento rivendica di aver contribuito a consolidare il sostegno europeo allo sforzo bellico israeliano dopo il 7 ottobre 2023.
La struttura italiana è guidata da Roberta Anati. Fra i suoi esponenti figura Ludovico Seppilli, presentato da ELNET come Public Affairs Manager e indicato anche nei documenti di Forza Italia come segretario internazionale di Forza Italia Giovani, incarico confermato nella composizione della segreteria annunciata nel luglio 2025 e in comunicazioni successive. Non si tratta, dunque, di un osservatore esterno alla politica, ma di una figura inserita nella sua organizzazione.
Neppure i viaggi sono una novità. Secondo un’inchiesta del Fatto Quotidiano, dal 1° al 4 febbraio 2026 ELNET Italia ha finanziato una visita in Israele alla quale hanno partecipato:
– Elena Testor, Lega;
– Matteo Gelmetti, Fratelli d’Italia;
– Bartolomeo Amidei, Fratelli d’Italia;
– Luigi Marattin, Partito Liberaldemocratico.
I senatori, stando alla ricostruzione pubblicata, erano in visita “privata”.
Quali incontri hanno avuto? Chi ha coperto precisamente voli, soggiorni e attività? Che cosa è stato discusso con gli interlocutori politici e militari israeliani? E quali iniziative parlamentari hanno seguito quelle visite? Sono domande che riguardano la trasparenza del rapporto fra rappresentanti eletti e un’organizzazione impegnata a orientare il sostegno politico a Israele.
Ma il fronte più interessante emerso dalla mappa non è quello parlamentare. È quello mediatico.
Il denaro israeliano per la pubblicità online: da LAPAM a Outbrain e Teads
Fra i nomi presenti nella mappa compare LAPAM, l’agenzia pubblicitaria del governo israeliano. Non è una sigla marginale: è la struttura statale incaricata di acquistare e coordinare spazi di comunicazione e campagne pubblicitarie.
Il 17 giugno 2025, nel pieno dei conflitti che coinvolgevano Israele, LAPAM ha ottenuto l’autorizzazione a impegnare ingenti somme per campagne digitali internazionali. Il registro ufficiale degli appalti israeliano, alla procedura 4000604070, indica plafond di:
– 90 milioni di shekel per Google DV360;
– 60 milioni per YouTube;
– 10 milioni per X;
– 7 milioni per Outbrain;
– 7 milioni per Teads.
Si tratta di 174 milioni di shekel complessivi, all’epoca circa 52 milioni di dollari. Sono massimali di spesa autorizzati, non un rendiconto dei pagamenti effettivi.
È.con Outbrain e Teads che emergono interrogativi per il caso italiano. Si tratta di tecnologie che mettono in relazione inserzionisti ed editori. Consentono di acquistare e distribuire pubblicità digitale, compresi contenuti sponsorizzati e annunci presentati accanto alle notizie o fra i suggerimenti di lettura.
Il lettore può imbattersi in quei messaggi mentre consulta un quotidiano online, senza accedere direttamente al sito dell’inserzionista. Le due realtà si sono integrate nello stesso gruppo pubblicitario, oggi operante con il marchio Teads.
È proprio qui che la pista porta in Italia.
GEDI, la Repubblica e l’accordo quinquennale con Outbrain
Il 28 ottobre 2022, GEDI Gruppo Editoriale annunciò un accordo quinquennale con Outbrain per l’utilizzo di Smartlogic, una tecnologia di gestione e raccomandazione di contenuti sponsorizzati destinata alle proprietà digitali del gruppo.
L’intesa era ampia: non riguardava soltanto un sito, ma il portafoglio digitale GEDI, di cui fa parte la Repubblica.
Nel comunicato, GEDI spiegava anche che la propria concessionaria A. Manzoni & C. avrebbe potuto raccogliere pubblicità per Outbrain presso clienti nazionali e locali, con specifiche esclusive sulla clientela locale.
La cookie policy di Repubblica descrive inoltre esplicitamente l’impiego della tecnologia di Outbrain nell’erogazione di contenuti raccomandati, inclusi annunci pubblicitari.
Mettiamo ora i documenti uno accanto all’altro.
Da una parte, il governo israeliano autorizza nel 2025 milioni di shekel per pubblicità sulle piattaforme Outbrain e Teads.
Dall’altra, un grande gruppo editoriale italiano ha un accordo pluriennale per utilizzare Outbrain sulle proprie testate digitali e monetizzare i contenuti sponsorizzati.
È un incrocio che impone domande concrete, alle quali GEDI e la piattaforma pubblicitaria dovrebbero rispondere pubblicamente:
Le campagne acquistate da LAPAM sono state distribuite anche sulle testate del gruppo?
Se sì, su quali siti, con quali messaggi, in quali date e per quante visualizzazioni?
Quali ricavi sono arrivati agli editori italiani, direttamente o attraverso la filiera pubblicitaria?
Quale ruolo ha avuto A. Manzoni & C. nella commercializzazione degli spazi? Esistono report di distribuzione, ordini e rendiconti che consentano di ricostruire il percorso del denaro?
Non si tratta di chiedere a un giornale di giustificare le proprie opinioni. Si tratta di chiedere trasparenza su chi compra la pubblicità che raggiunge i suoi lettori, soprattutto quando l’inserzionista finale è un governo impegnato in una campagna internazionale per difendere la propria condotta militare e politica.
È una questione di interesse pubblico, che merita risposte verificabili.
Havas: milioni di dollari nei contratti israeliani, una controllata anche in Italia
La mappa apre un secondo fronte nel settore della comunicazione: Havas.
Dai documenti depositati negli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act risulta che Havas Media Germany GmbH ha versato 15 milioni di dollari a Clock Tower X, società legata allo stratega politico statunitense Brad Parscale, fra ottobre 2025 e marzo 2026.
Clock Tower X ha dichiarato spese per oltre 13 milioni di dollari nel semestre, nell’ambito di una campagna digitale svolta nell’interesse dello Stato israeliano.
Il database registra anche ulteriori ordini per 40,5 milioni di dollari relativi a mesi successivi: ordini che vanno distinti dagli importi già incassati.
E l’Italia?
Il bilancio del gruppo Havas NV identifica sia Havas Media Germany GmbH sia Havas Media S.r.l. italiana fra le società controllate al 100%. Havas Media opera in Italia con una struttura presente a Milano e Roma.
L’interrogativo è quindi diretto: quali attività legate alla comunicazione istituzionale israeliana sono state affidate, eventualmente, alle strutture italiane del gruppo?
Sono stati pianificati o acquistati spazi sui media italiani? Sono stati coinvolti consulenti, concessionarie o fornitori italiani?
Una rete pubblicitaria internazionale dovrebbe poter chiarire il ruolo delle proprie società nei diversi mercati.
L’altra pista: ACEA, Mekorot e l’acqua della Cisgiordania
La mappa contiene anche il nome di Mekorot, la società idrica nazionale israeliana. La sua presenza apre una storia diversa, non legata agli annunci online ma ai rapporti economici e istituzionali.
ACEA è uno dei principali gruppi italiani nei servizi idrici e nelle infrastrutture: Roma Capitale ne possiede il 51%.
Nel bilancio ACEA del 2013 compare un memorandum d’intesa sottoscritto il 2 dicembre con Mekorot, finalizzato a valutare collaborazioni nella gestione delle risorse idriche e nello sviluppo di tecnologie.
Perché il nome Mekorot è contestato?
Amnesty International ha documentato il ruolo della società nel sistema idrico della Cisgiordania occupata, denunciando infrastrutture e modalità di distribuzione che favoriscono gli insediamenti israeliani a discapito delle comunità palestinesi.
Anche l’ufficio umanitario delle Nazioni Unite, OCHA, ha registrato riduzioni della fornitura di acqua da Mekorot a comunità palestinesi.
A Roma, municipi e comitati hanno per questo chiesto di interrompere i rapporti con la società israeliana.
Una proposta di delibera di iniziativa popolare pubblicata sul sito di Roma Capitale cita espressamente il memorandum ACEA–Mekorot. Nel luglio 2026, però, un testo della maggioranza capitolina, riprodotto dalla stampa locale, ha sostenuto che l’intesa del 2013 sia scaduta, mai rinnovata e rimasta senza attuazione. È una circostanza decisiva da sottoporre a riscontro con gli atti societari e il testo integrale del protocollo.
La domanda resta: perché una società controllata dal Comune di Roma scelse come interlocutore un operatore già oggetto di contestazioni sul diritto all’acqua dei palestinesi? E perché il testo e l’esito concreto di quell’intesa non sono diventati da subito materia di trasparenza pubblica?
La trasparenza non può fermarsi ai confini italiani
Who Funded Genocide offre una base di partenza importante: rende leggibili connessioni che altrimenti rimarrebbero disperse fra registri, bilanci e contratti.
Ma il suo valore più grande, per chi indaga dall’Italia, è indicare dove chiedere i documenti successivi.
ELNET dovrebbe rendere conoscibili i finanziatori e le spese delle proprie attività con i parlamentari italiani.
GEDI, Outbrain/Teads e A. Manzoni & C. dovrebbero chiarire se e come le campagne pubblicitarie acquistate dal governo israeliano abbiano raggiunto i lettori delle testate italiane.
Havas dovrebbe rendere trasparente il ruolo delle proprie società italiane.
ACEA e Roma Capitale dovrebbero pubblicare la documentazione completa sull’intesa con Mekorot e sul suo esito.
Quando denaro pubblico destinato a orientare l’opinione internazionale entra nei circuiti della politica e della pubblicità, conoscere la destinazione degli importi e l’identità degli intermediari non è una curiosità: è un diritto dei cittadini che non vogliono essere vittima di propaganda estera atta a facilitare il colonialismo e il genocidario massacro di innocenti.




