C’è una nuova parola d’ordine nella propaganda della destra italiana. Si chiama “saldatura”, e serve a dimostrare un complotto di cui non esiste traccia. Tranne una: la pretesa che i musulmani non abbiano diritto alla politica.
Negli ultimi giorni la parola rimbalza ovunque. La usa Matteo Salvini, che confessa la sua “vera paura”: la saldatura tra sinistra antagonista e “islam fondamentalista”. La usano gli editoriali del Secolo d’Italia, che annunciano lo sbarco nel nostro Paese dell’islamo-gauchismo francese. La usano, in coro, i parlamentari del centrodestra che hanno reagito all’appello di fatto su queste pagine da Hamza Roberto Piccardo alle opposizioni in vista delle prossime Politiche.
Islamo-gauchismo, islamo-sinistra, islamo-comunismo: il prefisso cambia, la sostanza no. Due corpi estranei alla Nazione, il musulmano e il “rosso”, fusi in un unico grande complotto.
Il complotto dei nemici dei complottisti
C’è qualcosa di comico in tutto questo. Gli stessi commentatori che da anni ridicolizzano i “complottisti” hanno costruito il complotto più ambizioso della stagione. Un’alleanza segreta tra imam e centri sociali, tra moschee e Partito democratico, con l’obiettivo dichiarato di “destrutturare” l’Italia. Quando il complotto lo immaginano gli altri è paranoia. Quando lo immaginano loro si chiama analisi geopolitica.
E come ogni buon complotto, anche non ha bisogno di prove. Lo ha ammesso, senza accorgersene, lo stesso Salvini. Nella stessa intervista in cui denunciava la saldatura, riconosceva che non esiste una sola evidenza di potenze straniere dietro le proteste di piazza. Nessuna centrale, nessun finanziamento, nessun ordine. Eppure la saldatura c’è, perché lui la teme.
Quali sarebbero, allora, gli indizi? Andiamo a vederli. Alcuni cittadini musulmani candidati nelle liste del centrosinistra alle comunali, a Venezia o a Lecco. Un santino elettorale scritto anche in bengalese. Un appello di un esponente della comunità islamica a votare e a dialogare con le opposizioni. Qualche kefiah in corteo. Tutto qui. In qualunque altro contesto si chiamerebbe democrazia rappresentativa. Applicato ai musulmani, diventa l’infiltrazione.
Il peccato originale: un musulmano che vota
Questa storia della saldatura si basa su un presupposto molto semplice quanto grave: i musulmani non hanno diritto di fare politica. Se un cattolico si candida con Forza Italia, è pluralismo. Se un ebreo siede in Parlamento, è normalità democratica. Se un musulmano si candida è un cavallo di Troia. Se partecipa, sta per forza complottando.
Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli lo ha detto senza giri di parole: secondo lui i musulmani restano “fedeli per natura al Corano prima che alla Costituzione”. Per natura. Non per scelta, non per convinzione, non per un atto compiuto. Per natura. Con questo metro un cittadino musulmano non potrà mai essere leale, qualunque cosa faccia. Il suo voto è sospetto per definizione. Ma poi dov’è finita quella legge morale superiore che sempre in ogni caso ci rende soggetti alla nostra coscienza prima ancora che ad ogni altra cosa e come la mettiamo con l’obiezione di coscienza riconosciuta e pratica dai cattolici?
I giornali della destra trattano come un allarme l’idea che migliaia di musulmani possano candidarsi alle prossime amministrative. In una democrazia sana sarebbe una buona notizia: cittadini che scelgono le istituzioni, le liste, le urne. La Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto di associarsi in partiti (art. 49) e di accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 51), senza distinzione di religione (art. 3). Il messaggio che arriva dalla propaganda è l’opposto: il musulmano accettabile è quello che tace. Quello che prega a casa, lavora, paga le tasse e non chiede niente. Appena chiede, appena vota, appena si organizza, scatta l’accusa.
Un format d’importazione
Chi pensa che la saldatura sia un’ossessione italiana si sbaglia. È un format. Lo stesso copione, tradotto in più lingue, viene recitato nello stesso momento da Washington a Parigi, da Londra a Bruxelles. Cambiano gli attori, la sceneggiatura è identica: il musulmano che fa politica è un infiltrato, e chi lo accoglie è un traditore.
Francia, il laboratorio. L’espressione nasce lì. Nel febbraio 2021 la ministra dell’Università Frédérique Vidal sostenne in tv che l’islamo-gauchisme “gangrena la società nel suo insieme” e chiese al CNRS un’indagine sulle università. Il CNRS, il principale ente di ricerca francese, le rispose che il termine “non è una realtà scientifica”: era uno slogan politico. Oltre seicento accademici chiesero le dimissioni della ministra. Da allora il lessico si è solo raffinato. Nel 2025 il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha presentato un rapporto sui Fratelli musulmani parlando di “entrismo” e di un islamismo “a bassa intensità” che vorrebbe portare la Francia alla sharia. A marzo 2026 lo stesso Retailleau ha depositato in Senato una proposta di legge contro l’entrismo islamista. L’obiettivo dichiarato erano le elezioni municipali.
Stati Uniti, la versione trumpiana. Quando Zohran Mamdani ha vinto le primarie democratiche per il sindaco di New York, Donald Trump lo ha definito un “comunista pazzo al 100%”. Ha poi minacciato di farlo arrestare e ha alluso a una sua revoca della cittadinanza. Musulmano e comunista: le due teste del mostro, nella stessa persona. Lo schema si ripete in queste settimane in Michigan contro Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato che potrebbe diventare il primo senatore musulmano della storia americana. Trump storpia di proposito il suo nome. Durante un comizio ha detto: “Per me si chiama Mohammed, ed è un jihadista radicale”. Lo ha accusato di appartenere “al 100%” ai Fratelli musulmani, un’accusa che la stampa americana ha definito infondata. Lo ha chiamato “simpatizzante dei terroristi” e ha proposto un metal detector speciale per lui al Senato, senza mai portare una prova. Non sono solo parole. Nel novembre 2025 il governatore del Texas Greg Abbott ha dichiarato organizzazione terroristica il CAIR, la principale associazione per i diritti civili dei musulmani americani. Pochi giorni dopo Trump ha firmato un ordine esecutivo per avviare la designazione dei Fratelli musulmani.
Regno Unito, la variante elettorale. Nel 2024 cinque deputati indipendenti, quattro musulmani più Jeremy Corbyn, sono stati eletti su una piattaforma per Gaza. Kemi Badenoch, oggi leader dei conservatori, ha detto di temerli più dell’estrema destra di Farage e ha parlato di “politica settaria islamista”. Quando i Verdi hanno vinto un’elezione suppletiva nel 2026, il candidato sconfitto di Reform UK ha spiegato la sconfitta così: “islamisti e progressisti woke si sono uniti”. Anche lì, il voto dei musulmani non è un voto. È una congiura.
Bruxelles, la regia. L’8 ottobre 2026 il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, una risoluzione contro l'”entrismo islamista”. Il testo chiede di valutare l’inserimento di soggetti legati ai Fratelli musulmani nella lista europea del terrorismo e di tagliare i fondi alle organizzazioni collegate. La proposta di partenza era dei Patrioti per l’Europa, con prime firmatarie le eurodeputate leghiste Susanna Ceccardi, Anna Maria Cisint e Silvia Sardone. Sono le stesse che due settimane dopo hanno guidato il coro sulla “saldatura” in Italia. Non è una coincidenza. È una filiera.
Il mandante a Tel Aviv
Resta da capire chi dà il tono a questo coro internazionale. La risposta è documentata, e non viene da noi. Nel febbraio 2025 il Likud di Benjamin Netanyahu è diventato il primo partito non europeo ad aderire come osservatore ai Patrioti per l’Europa, il gruppo di cui fa parte la Lega. A marzo 2025 e di nuovo a gennaio 2026 il governo israeliano ha organizzato a Gerusalemme due conferenze “contro l’antisemitismo”. L’ospite d’onore era la destra europea: Rassemblement National, Vox, Fidesz, Vlaams Belang, il partito di Wilders e, collegata a distanza, la Lega di Salvini.
Cosa si è detto in quelle sale? Lo ha ricostruito il Centro di studi orientali di Varsavia (OSW), un istituto governativo polacco non certo sospettabile di simpatie islamiche. Dal palco Netanyahu ha descritto un’alleanza tra islam radicale e progressisti “ultra anti-occidentali”, uniti dal desiderio di distruggere l’Occidente. Secondo l’analisi dell’OSW, nei discorsi ufficiali questa presunta alleanza finiva per comprendere tutto: le organizzazioni pro-palestinesi, chi partecipa alle manifestazioni, le istituzioni religiose musulmane in Europa e l’immigrazione musulmana in quanto tale. Il nemico è volutamente vago, minaccioso e nascosto all’interno. Wilders, in collegamento, ha parlato di una “quinta colonna islamica” in Europa. Una ministra israeliana ha definito il legame con i Patrioti una mossa strategica per rafforzare la posizione di Israele nel mondo.
Ecco la vera origine della saldatura. È la dottrina ufficiale di un governo straniero, il governo di un primo ministro colpito da un mandato d’arresto della Corte penale internazionale. Questa dottrina è adottata dai suoi alleati europei, che in cambio ricevono un certificato di rispettabilità. Lo scambio è stato denunciato per primo dal mondo ebraico europeo. L’allora presidente del Congresso ebraico europeo Ariel Muzicant definì l’invito di quei partiti a Gerusalemme “una pugnalata alla schiena” per gli ebrei d’Europa. L’ADL, l’American Jewish Committee e il rabbino capo del Regno Unito disertarono la conferenza.
Il punto, allora, è politico. La teoria della saldatura serve a una cosa sola: rendere sospetta ogni solidarietà con la Palestina e ogni voce musulmana nello spazio pubblico. Chi manifesta per Gaza è islamista. Chi lo difende è comunista. Chi li fa votare è complice. È un ordine di scuderia dell’internazionale della destra, che ha a Gerusalemme il suo socio più influente. Con un’ironia che dovrebbe far riflettere: gli stessi che denunciano le “ingerenze straniere” dei musulmani siedono nello stesso gruppo politico con il partito di un governo straniero.
Chi sta fuori dalla Costituzione
Arriviamo alla domanda decisiva. Che cosa chiedono, concretamente, i musulmani italiani quando entrano nella vita pubblica? Luoghi di culto dignitosi e non scantinati, spazi nei cimiteri, rispetto per le donne che portano il velo, che non si possa insultare e diffamare a mezzo stampa dei cittadini italiani e il loro credo, una politica estera che non sia complice di un genocidio. Non c’è una sola di queste istanze che sia incostituzionale. Sono, al contrario, applicazioni letterali della Carta.
L’articolo 8 stabilisce che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. L’articolo 19 riconosce a tutti il diritto di professare la propria fede e di esercitarne il culto in privato e in pubblico. L’articolo 3 vieta ogni distinzione di religione. Nessuno di questi articoli prevede eccezioni per i musulmani.
Ora guardiamo l’altra parte. La destra anti-islamica rivendica apertamente, e se ne vanta nei comizi, di voler negare a una parte rilevante dei cittadini un diritto costituzionale fondamentale: quello di pregare. La Lombardia ha approvato nel 2015 una legge pensata per rendere quasi impossibile costruire moschee, bocciata in larga parte dalla Corte costituzionale. Sindaci e ministri hanno fatto della chiusura dei luoghi di preghiera una bandiera elettorale. Si promettono censimenti, schedature, controlli a tappeto sui luoghi di incontro dei fedeli.
Ecco il paradosso che la propaganda della saldatura serve a nascondere. Chi accusa i musulmani di essere fedeli “prima al Corano che alla Costituzione” è lo stesso che la Costituzione la viola, o promette di violarla, ogni volta che si parla di una moschea. Il problema di lealtà costituzionale esiste. Ma non abita dove dicono loro.
L’odio come metodo
La teoria della saldatura è un metodo e funziona perché produce paura, e la paura produce consenso. Ogni giorno un titolo, ogni settimana un nuovo allarme: la Sharia nei consigli comunali, l’invasione, la sostituzione, la sottomissione. È una macchina che lavora senza sosta per trasformare due o tre milioni di persone, cittadini, lavoratori, studenti, in una quinta colonna.
Questa macchina ha conseguenze reali. Le paga la ragazza con il velo insultata sull’autobus. Le paga la comunità che si vede negare per l’ennesima volta un permesso. Le paga il bambino che a scuola si sente chiedere se suo padre è un terrorista. La costante istigazione all’odio non resta sui social. Scende per strada e trova sempre qualcuno disposto a prenderla alla lettera.
E allora sì, una saldatura esiste, ma non è quella che raccontano, è la saldatura tra una propaganda che ha bisogno di un nemico e una politica che ha smesso di credere nei diritti di tutti. È la saldatura tra il vecchio anticomunismo e la nuova islamofobia, fuse per produrre lo stesso risultato: stabilire chi ha diritto di parola e chi no.
I musulmani italiani non hanno bisogno del permesso di nessuno per votare, candidarsi, organizzarsi e allearsi con chi ritengono più vicino. Lo faranno con la Costituzione in mano. Chi non lo accetta, il problema non ce l’ha con l’islam ce l’ha con i valori che proclama di difendere.



