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Home Islam

J’accuse… ! Giorgia Meloni a capo di un’indegna propaganda

by Davide Piccardo
Ottobre 30, 2026
in Islam, islamofobia, Italia, Politica, Prima Pagina
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J’accuse… ! Giorgia Meloni a capo di un’indegna propaganda
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Nel gennaio del 1898 Émile Zola scrisse una lettera che cominciava con due parole destinate a entrare nella storia. Difendeva un capitano ebreo, Alfred Dreyfus, condannato per un tradimento che non aveva commesso. Ma il vero imputato di quella lettera non era il tribunale militare. Era una Francia che per anni si era nutrita di giornali, libelli e vignette che indicavano negli ebrei il nemico dentro le mura. Quando arrivò il processo, il verdetto era già stato scritto nelle redazioni.

Io non sono Zola, e Youssef Siher non è Dreyfus. Ma il meccanismo è lo stesso. E lo conosco bene, perché da anni lo vedo lavorare sulla mia comunità, sulla mia famiglia e su di me.

Il mostro in prima pagina

I fatti, prima di tutto. Il 17 e il 18 ottobre una manifestazione contro il carovita, nel centro di Milano, degenera in scontri e saccheggi. La sera del 18, a disordini già avvenuti, nasce sui social il Movimento 17 ottobre. Gli investigatori ne attribuiscono la gestione a Youssef Siher: trent’anni, nato nel Bresciano da genitori marocchini, laureato, ricercatore, giornalista freelance, in passato rider per pagarsi gli studi. Un italiano.

In poche ore diventa «la mente». Fermato, portato a San Vittore, indagato persino per terrorismo. Indagata anche la moglie. Il video del fermo rimbalza ovunque. Si scava nella sua vita, nella sua fede, nel suo impegno per la Palestina. Si evocano finanziatori di Hamas e hacker russi, senza uno straccio di prova. Un noto commentatore televisivo arriva a chiedergli che cosa gli abbia fatto l’Italia per covare tanto odio, come se l’Italia non fosse il suo Paese ma un albergo in cui è ospite.

Poi una giudice legge le carte. Scrive che nei suoi testi ci sono toni aspri, di critica radicale, ma nessun riferimento concreto ad azioni violente, e che le violenze di quei giorni non le ha mai proposte come modello. Non convalida il fermo.

La risposta del governo è immediata. La Presidente del Consiglio, in un video sui suoi profili, definisce «vergognosa» la decisione e attribuisce a Siher la regia delle devastazioni di Milano, cosa di cui nemmeno la procura lo accusa. Il ministro degli Esteri lo presenta come uno dei principali fautori delle violenze: un’affermazione che non risulta dagli atti. Una deputata della maggioranza insinua che la giudice abbia firmato tempo fa un appello per la Palestina. Un quotidiano parla di «santificazione giudiziaria». Il Tribunale di Milano, con un gesto che non ha precedenti recenti, risponde che quelle dichiarazioni sono irricevibili. L’Associazione nazionale magistrati parla di intimidazione.

C’è un dettaglio che vale da solo un editoriale. Per mesi, durante la campagna referendaria, Giorgia Meloni ci ha spiegato che i giudici non devono appiattirsi sulle tesi dei pubblici ministeri. Gli italiani le hanno risposto con un NO che ha affondato la sua riforma. A Milano una giudice ha fatto esattamente ciò che la premier diceva di volere. E per questo è stata messa alla gogna.

Intanto il processo mediatico è già stato celebrato e il verdetto era scritto nel suo nome. Perché quel mostro sbattuto in prima pagina non è nato il 24 ottobre. È stato preparato per anni.

Dieci anni di paura costruita a tavolino

La paura del musulmano in Italia non è un sentimento spontaneo. È un prodotto. È stata costruita con metodo, giorno dopo giorno, da una propaganda martellante che ha avuto le sue officine nelle redazioni dei giornali di destra e nei talk show della sera. Titoli urlati, copertine sull’invasione, ospiti chiamati a parlare di Islam purché non fossero musulmani. Un musulmano che sbaglia diventa «i musulmani». Tre milioni di persone che lavorano, studiano, pregano e crescono i figli non fanno notizia.

Riavvolgiamo il nastro, perché la memoria è la prima forma di difesa, alcuni recenti passaggi a titolo d’esempio:

La Lombardia approva nel 2015 una legge regionale che tutti chiamano, senza ipocrisie, «anti-moschee». La Corte costituzionale la censura nel 2016 e di nuovo nel 2019: limitava irragionevolmente la libertà religiosa garantita dall’articolo 19 della Costituzione. Nessuno chiede scusa. Si attaccano i giudici.

A Monfalcone, nel 2023, la sindaca vieta la preghiera nei due centri islamici della città, frequentati da operai bengalesi chiamati a costruire le navi di Fincantieri. Per mesi centinaia di fedeli pregano sull’asfalto di un parcheggio. La giustizia amministrativa le darà torto almeno in parte. La sindaca, nel frattempo, viene premiata con un seggio a Strasburgo.

Nel 2024 l’istituto Iqbal Masih di Pioltello decide all’unanimità di non fare lezione il giorno della fine del Ramadan, perché metà delle classi sarebbe stata assente. Buon senso, nient’altro. Diventa un caso nazionale. Il ministro Valditara manda gli ispettori, l’ufficio scolastico regionale contesta la delibera, Salvini parla di «cedimento», un’esponente di Fratelli d’Italia di «sottomissione all’Islam». Gli insegnanti diranno di essersi sentiti aggrediti dallo Stato che avrebbe dovuto difenderli.

Da Pioltello, in pochi giorni, si passa al tetto agli alunni stranieri: Salvini propone il 20 per cento in televisione, Valditara rilancia classi a maggioranza italiana perché gli stranieri si «assimilino». Bambini di sei anni, molti nati qui, ridotti a una percentuale da contenere. I dati del ministero dicevano che nella grande maggioranza delle scuole il problema non esisteva. Non importava. Il messaggio era passato, e intanto lo ius scholae restava chiuso in un cassetto.

Poi le seconde generazioni. Per anni i nostri ragazzi, con un nome arabo e la pelle un po’ più scura, sono stati raccontati come «maranza», baby gang, bomba sociale pronta a esplodere. Mai come studenti, lavoratori, figli di questo Paese. Sempre come minaccia. Youssef Siher è solo l’ultimo a cui è stato cucito addosso quel costume.

E quest’anno l’escalation. Un incendio doloso davanti alla moschea Al-Hoda di Cagliari. Cori contro i musulmani nel corteo per la «remigrazione» a Roma. Una donna col niqab fermata per strada a Torino da un’europarlamentare della Lega, filmata nonostante chiedesse di non esserlo, il suo velo paragonato a un sacco della spazzatura, l’invito ad andarsene a Islamabad. Accanto a lei, nel passeggino, una bambina. Tre episodi in pochi giorni. Li ho messi in fila in un articolo intitolato «La misura è colma». Mi è valso una denuncia da parte di Silvia Sardone. Ed è di ieri la notizia dell’arresto di un estremista che sulla scorta di questa propaganda avrebbe pianificato un attentato terroristico contro una moschea in Lombardia.

Chi paga il conto

La pagano le donne, prima di tutto quelle visibili. Chi porta il hijab conosce bene quello sguardo: il sospetto, il fastidio, a volte l’odio puro. La parola sussurrata, l’insulto gridato, il colloquio di lavoro che finisce prima di cominciare. Smettono di essere persone. Diventano il simbolo di qualcosa che altri hanno deciso di temere.

La pagano i bambini. Bambini a cui un compagno chiede se il papà è un terrorista. Bambini che vedono la propria festa trasformata in un caso politico nazionale e la propria presenza in classe misurata in percentuali. Bambini italiani a cui si insegna, prima ancora di saper leggere, di essere un problema.

La pagano i più deboli, sempre. Chi non ha un avvocato, chi non ha un giornale, chi non ha un microfono. Ce lo raccontano ogni settimana, a noi de La Luce, lettori e lettrici che non hanno nessun altro a cui raccontarlo.

E c’è una parte del Paese, quella esposta ogni sera a questo racconto unico e ossessivo, che ha finito per crederci. Non è colpa di chi guarda. È responsabilità di chi ha scelto, consapevolmente, di raccontare così. Si chiama indottrinamento, e ha prodotto quello che doveva produrre: un clima di sospetto, di rancore, di scontro. Un clima pericoloso.

Il capro espiatorio

C’è un dettaglio del caso Siher che nessun talk show ha voluto vedere. Le piazze del 17 ottobre erano nate contro il carovita. Contro salari fermi da trent’anni, affitti impossibili, sanità pubblica lasciata marcire mentre si spendono miliardi in armi. Una rabbia vera, che riguarda milioni di italiani di ogni origine e di ogni fede.

In una settimana quella rabbia ha cambiato bersaglio. Non si parla più di stipendi, di bollette, di case. Si parla di un giovane con un nome arabo, di sua moglie, della Palestina. È così che funziona il capro espiatorio: la collera che dovrebbe salire verso chi governa viene deviata verso chi sta in basso, meglio ancora se può essere presentato come estraneo.

La Francia di fine Ottocento era umiliata dalla sconfitta, travolta dagli scandali finanziari, attraversata dalla crisi. Le serviva un traditore e lo trovò in un ebreo. L’Italia di oggi è impoverita, impaurita, e ha appena bocciato nelle urne la riforma bandiera del governo. A questo governo serve un nemico interno. Lo ha trovato nel musulmano.

Solo che i conti, alla fine, non tornano. A marzo l’islamofobia usata come combustibile elettorale si è trasformata in un boomerang: la comunità islamica, stanca di essere lo spauracchio di turno, si è mobilitata e ha pesato sull’esito del referendum. Chi oggi ricomincia con lo stesso copione dovrebbe ricordarsene.

J’accuse

Accuso la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni di aver definito «vergognosa» una decisione giudiziaria e di aver attribuito pubblicamente a un cittadino in attesa di giudizio colpe di cui nemmeno la procura lo accusa, mettendo il sigillo di Palazzo Chigi su una gogna mediatica.

Accuso il suo governo di aver alimentato e poi sfruttato la paura del musulmano: dagli ispettori mandati a Pioltello al tetto agli alunni stranieri, dagli imam espulsi per decreto ai decreti sicurezza che trasformano la parola dura in istigazione e la protesta in eversione.

Accuso il ministro degli Esteri Antonio Tajani di aver presentato Youssef Siher come uno dei principali responsabili delle violenze di Milano, affermando ciò che non risulta dagli atti.

Accuso i parlamentari, i ministri e gli amministratori della maggioranza che da anni costruiscono carriere sulle moschee chiuse, sulle feste contestate, sui bambini contati come una minaccia, sulle donne velate inseguite con il telefonino; e che oggi, invece di contestare una sentenza nelle sedi previste, colpiscono la persona di una giudice.

Accuso i giornali e i talk show organici al governo, che si sono fatti megafono invece che cane da guardia: quelli che hanno scritto «la mente» prima che un giudice leggesse le carte, che da anni mostrificano i musulmani in prima serata, che hanno trasformato un nome arabo in un capo d’imputazione e tre milioni di persone in un sospetto permanente.

Accuso le organizzazioni della comunità islamica che si affrettano a dissociarsi per pietire le briciole dal governo. Perché ogni silenzio di oggi sarà la complicità di domani.

Noi non arretriamo

I musulmani in Italia sono oltre tre milioni. Più di un milione sono cittadini italiani, e ogni anno sono di più. Non siamo un’emergenza, non siamo un problema di ordine pubblico, non siamo ospiti. Siamo una parte di questo Paese, con la stessa dignità di qualunque altra. Esistiamo, cresciamo, votiamo e contiamo.

Gli strumenti che oggi si provano su di noi non resteranno confinati a noi. Il reato pensato per una piazza vale per ogni piazza. Il giudice messo alla gogna oggi sarà il giudice che domani avrà paura di decidere. Chi ha a cuore lo Stato di diritto, musulmano o no, credente o no, ha tutte le ragioni per stare da questa parte.

Chiedo che i giornali tornino a fare informazione e smettano di fabbricare nemici. Chiedo che le nostre figlie possano andare a scuola, in ufficio, in metropolitana, senza dover pagare con l’umiliazione il prezzo della propria presenza.

Zola sapeva che quella lettera gli sarebbe costata cara. Fu processato, condannato, costretto all’esilio. Ci vollero anni perché Dreyfus fosse riabilitato. Ma alla fine fu la Francia, e non Dreyfus, a dover fare i conti con la propria vergogna.

Chi ha scelto l’odio come strumento sappia che l’odio non paga. La verità, scriveva Zola, è in cammino e nulla la fermerà.

Noi non taceremo. E attendiamo.

Tags: DreyfysJ'accuseMeloniSiherZola
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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