Intellettuale, critica d’arte e amante di Mussolini, contribuì a dare un volto e un linguaggio al regime. Poi quello stesso regime perseguitò gli ebrei, costringendola a lasciare l’Italia.
C’è una donna nella storia del fascismo italiano la cui vicenda sembra racchiudere, da sola, una delle contraddizioni più impressionanti del Novecento.
Era ebrea, colta, cosmopolita. Frequentava artisti e intellettuali, scriveva sui giornali, si occupava di politica e aveva un talento particolare nel riconoscere le potenzialità di un’immagine, di un’idea, di un uomo. Quell’uomo era Benito Mussolini.
Si chiamava Margherita Sarfatti. Fu la sua amante e consigliera, ma soprattutto una protagonista della vita culturale e politica italiana, che contribuì a costruire l’immagine del futuro dittatore e a dare al fascismo una veste intellettuale.
Anni dopo, mentre l’Italia fascista si avvicinava alla Germania nazista e adottava le leggi razziali, le sue origini ebraiche sarebbero diventate una ragione di esclusione e persecuzione.
La sua storia solleva una domanda scomoda: come poté una donna ebrea contribuire all’affermazione di un regime che avrebbe finito per perseguitare gli ebrei?
La risposta richiede di guardare al fascismo nella sua evoluzione, alle responsabilità di chi lo sostenne e alle scelte di Mussolini.
Da Venezia ai circoli socialisti
Margherita Grassini nacque a Venezia nel 1880, in una famiglia ebraica benestante. Ricevette una formazione culturale ampia e crebbe in un ambiente nel quale arte, letteratura e politica erano parte della conversazione quotidiana.
Ancora giovane, si avvicinò al socialismo. Sposò l’avvocato Cesare Sarfatti e si trasferì a Milano, dove entrò in contatto con il mondo politico e intellettuale della città.
Fu giornalista, scrittrice, critica d’arte e organizzatrice culturale. In un’epoca nella quale le donne avevano accesso limitato agli spazi del potere, Sarfatti riuscì a costruirsi una posizione autorevole grazie alla scrittura, alle relazioni e alla capacità di riunire persone e idee.
Il video la presenta come la prima critica d’arte in Europa. È un primato difficile da verificare in termini assoluti; ciò che emerge con chiarezza dalle fonti è il ruolo pionieristico e di primo piano che ebbe nella critica d’arte italiana.
Nel mondo socialista incontrò Mussolini, allora impegnato nella politica e nel giornalismo. Tra i due nacque una relazione destinata a intrecciare dimensione sentimentale, ambizione politica e collaborazione intellettuale.
Il video descrive Sarfatti come una donna che prende Mussolini sotto la propria ala, lo introduce nei salotti e contribuisce ad affinarne l’immagine. È una rappresentazione efficace del rapporto fra i due, purché non faccia dimenticare che anche Mussolini aveva già una propria esperienza politica e una notevole capacità di mobilitare e comunicare. La forza del loro sodalizio stava proprio nell’incontro tra personalità diverse.
Dal socialismo al fascismo
Per comprendere Sarfatti bisogna tornare all’Italia travolta dalla Prima guerra mondiale e dalle tensioni che la precedettero.
Sia lei sia Mussolini provenivano dall’ambiente socialista. La guerra, però, contribuì a trasformare le loro posizioni. Sarfatti sostenne con convinzione l’intervento italiano; suo figlio Roberto sarebbe morto al fronte nel 1918.
Nel dopoguerra, tra crisi economica, conflitti sociali, paura della rivoluzione e violenza politica, il fascismo cominciò a prendere forma. Sarfatti vi aderì fin dall’inizio e collaborò al Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini, occupandosi in particolare di temi letterari e artistici.
Attribuire la nascita del fascismo a una sola persona sarebbe storicamente fuorviante: il movimento nacque da una crisi nazionale e da una pluralità di attori, interessi e responsabilità. Ma questo non diminuisce il ruolo di Sarfatti. Fu una delle figure fondamentali che contribuirono a rendere il fascismo un progetto capace di parlare anche al mondo della cultura, dotandolo di riferimenti, parole e immagini.
L’intellettuale veneziana non era semplicemente una spettatrice affascinata dal potere. Contribuì attivamente a costruirne il consenso e l’ethos.
La donna che contribuì a inventare il mito del Duce
Uno degli strumenti più potenti di Sarfatti fu la scrittura.
Nel 1925 pubblicò in inglese una biografia di Mussolini, uscita l’anno successivo in italiano con il titolo Dux. Il libro presentava il leader fascista a un pubblico internazionale, contribuendo a forgiare l’immagine dell’uomo eccezionale, energico e destinato a guidare la nazione.
Era una biografia celebrativa, parte di un’operazione politica. In quelle pagine il leader diventava personaggio, simbolo, mito.
Sarfatti intuì una caratteristica decisiva della politica moderna: il potere non si conquista e non si conserva soltanto attraverso le decisioni, le alleanze e la forza. Si costruisce anche attraverso il racconto che una società accetta di fare di chi la governa.
Collaborò inoltre alla rivista Gerarchia, legata all’elaborazione teorica del fascismo, e promosse il movimento artistico Novecento. Arte, comunicazione e politica, nella sua attività, si incontravano continuamente.
Il suo talento non dovrebbe però indurre a dimenticare ciò che quel talento contribuì a sostenere. Dietro l’immagine di un’Italia rinnovata si consolidava una dittatura fondata sulla repressione degli oppositori e sulla cancellazione delle libertà politiche.
Margherita e Rachele: due donne, due spazi del potere
La Storia accosta Sarfatti a un’altra figura fondamentale nella vita di Mussolini: sua moglie, Rachele Guidi.
Le loro biografie sembrano appartenere a mondi lontani. Da una parte Margherita, veneziana, colta, inserita nei circoli artistici e intellettuali; dall’altra Rachele, legata all’ambiente romagnolo, alla casa e alla famiglia.
Sarfatti rappresenta la consigliera e l’interlocutrice culturale; Rachele, la presenza familiare stabile, descritta come una donna dal carattere forte, severa con i figli e capace di esercitare autorità nello spazio domestico.
Il contrasto è efficace, ma entrambe meritano di essere guardate come persone moralmente responsabili, non soltanto come riflessi della vita del Duce.
Il confronto, tuttavia, aiuta a comprendere una contraddizione del tempo: donne capaci di esercitare influenza in una società e in un regime che continuavano a definire soprattutto in termini domestici il ruolo femminile.
L’ebrea madre di regime
La svolta più drammatica nella vicenda di Sarfatti arrivò negli anni Trenta.
La sua influenza era già diminuita quando l’Italia fascista intensificò la politica antisemita. Nel 1928 Sarfatti si era convertita al cattolicesimo, ma la conversione non cancellava le sue origini secondo i criteri razzisti che il regime che lei stessa contribuì a creare avrebbe adottato.
Nel 1938 arrivarono le leggi razziali: gli ebrei furono progressivamente esclusi dalle scuole, dagli impieghi pubblici e da molte altre aree della vita nazionale. Per gli italiani ebrei fu una frattura violenta: da cittadini, furono trasformati per legge in persone discriminate nel proprio Paese.
Sarfatti lasciò l’Italia e si trasferì in Sud America, vivendo tra Argentina e Uruguay. Rientrò in Italia nel 1947, dopo la guerra e la caduta del fascismo. Morì nel 1961.
C’è qualcosa di profondamente simbolico in questa parabola: una donna che aveva contribuito alla costruzione culturale del regime si ritrovò esclusa dalla nazione che quel regime pretendeva di rappresentare.
Ma sarebbe troppo semplice raccontarla soltanto come una vittima tradita. Sarfatti subì le conseguenze della persecuzione antiebraica e, allo stesso tempo, aveva scelto di sostenere il fascismo e aveva contribuito alla sua affermazione culturale ed ideologica. Le due cose non si annullano.
Una contraddizione che riguarda l’intero fascismo
La vicenda di Sarfatti mostra anche quanto sia riduttivo immaginare il fascismo italiano come un fenomeno rimasto identico a sé stesso dal primo all’ultimo giorno.
Nei suoi primi anni il movimento non aveva ancora adottato le leggi antiebraiche del 1938, e alcune persone di origine ebraica vi aderirono o lo sostennero.
Allo stesso modo, sarebbe sbagliato presentare le leggi razziali come una semplice imposizione subita dall’Italia da parte di Hitler. L’alleanza con la Germania nazista ebbe un peso nel contesto internazionale, ma la politica antisemita fu anche il risultato di scelte compiute da Mussolini e dal fascismo italiano.
È qui che la storia di Sarfatti va oltre la vicenda privata. Non racconta soltanto il rapporto fra un dittatore e la sua amante: mostra come una persona possa contribuire alla crescita di un potere autoritario e scoprire, più tardi, di non avere più un posto al suo interno.
Il volto complesso della storia
Margherita Sarfatti fu una donna di intelligenza e cultura straordinarie, capace di aprirsi uno spazio in ambienti dominati dagli uomini. Fu anche una sostenitrice del fascismo e una costruttrice del mito di Mussolini. Infine, fu una persona di origini ebraiche colpita dalle politiche persecutorie del regime.
Tenerle insieme rende la sua storia meno rassicurante e più istruttiva.
La donna che aveva aiutato a dare forma all’immagine del Duce e all’odio fascista finì per vedere il regime escludere persone come lei. È una parabola che soprattutto oggi invita a interrogarsi sul rapporto tra cultura e potere, sulle responsabilità degli intellettuali e sulla fragilità delle protezioni personali quando uno Stato decide di dividere i suoi cittadini in categorie di appartenenza ed una donna ebrea e intellettuale quale era Sarfatti decide di esserne la madre ideologica.




