Dal Summit promosso dalla Comunità Islamica di Roma e da PROMUS arrivano due iniziative per contrastare le discriminazioni contro i musulmani. L’obiettivo è trasformare le testimonianze in segnalazioni documentate, strumenti di tutela e dati che possano arrivare alle istituzioni.
L’islamofobia in Italia non sarà più soltanto un fenomeno da denunciare pubblicamente. Almeno nelle intenzioni degli organizzatori del Summit nazionale tenutosi a Roma il 19 e 20 settembre, la risposta alle discriminazioni dovrà diventare sempre più organizzata, documentata e capace di produrre conseguenze concrete.
È questo il risultato principale dell’incontro «Il costo dell’islamofobia in Italia. Chi lo paga. Chi lo produce. Come si smonta», promosso dalla Comunità Islamica di Roma (CIR) e da PROMUS – Professionisti Musulmani.
Due le iniziative annunciate: l’avvio dello Sportello Discriminazioni del CIR e il percorso di costituzione dell’Osservatorio PROMUS, dedicato allo studio e al monitoraggio delle discriminazioni nei luoghi di lavoro.
Dalle discriminazioni alle segnalazioni: cosa cambia
Il primo strumento sarà lo Sportello Discriminazioni della Comunità Islamica di Roma, concepito per raccogliere le segnalazioni delle persone che ritengono di aver subito una discriminazione, fornire un primo orientamento e accompagnarle, quando necessario, verso gli strumenti di tutela disponibili.
Il secondo è l’Osservatorio PROMUS, che si concentrerà sulle discriminazioni lavorative nei confronti dei musulmani, coinvolgendo professionisti, ricercatori e organizzazioni interessate.
Le due iniziative sono complementari: da una parte l’assistenza alle persone, dall’altra la raccolta di dati e il monitoraggio di un fenomeno che spesso rimane invisibile.
La differenza non è secondaria. Un episodio di discriminazione che non viene segnalato rischia di rimanere confinato all’esperienza individuale. Quando invece viene documentato, può diventare oggetto di valutazione giuridica, contribuire alla conoscenza del fenomeno e, dove ne ricorrano i presupposti, portare a un intervento delle autorità competenti.
Un problema che i numeri non riescono ancora a raccontare completamente
Durante il Summit è emerso uno dei principali ostacoli al contrasto dell’islamofobia: molte discriminazioni non vengono denunciate.
Il rapporto 2024 dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), basato su un’indagine condotta nel 2022 su 9.604 musulmani in 13 Paesi europei, mostra che il 47% degli intervistati ha subito discriminazioni razziali nei cinque anni precedenti. Soltanto il 6% delle vittime ha segnalato formalmente una discriminazione nell’anno precedente l’indagine. In Italia la percentuale di segnalazione rilevata è ancora più bassa, pari al 2%.
È proprio su questa distanza tra l’esperienza delle persone e le denunce ufficiali che intendono intervenire i nuovi strumenti.
Il Summit ha inoltre affrontato il ruolo dei pregiudizi nelle istituzioni e nella rappresentazione pubblica dei musulmani. Tra i casi discussi anche la vicenda di Portomaggiore, esaminata per il modo in cui l’identità religiosa può entrare nella narrazione di un fatto prima che gli accertamenti giudiziari siano conclusi.
Le istituzioni entrano nel confronto
Alla discussione hanno partecipato anche rappresentanti istituzionali, tra cui l’eurodeputata Benedetta Scuderi, la deputata Ouidad Bakkali e il vicepresidente vicario dell’Assemblea Capitolina Carmine Barbati.
Scuderi ha illustrato gli strumenti europei di contrasto alle discriminazioni, esprimendo anche una valutazione critica sull’attuale risposta dell’Unione europea all’odio antimusulmano.
Bakkali ha richiamato gli articoli 3, 8 e 19 della Costituzione italiana, affrontando i temi della cittadinanza, della libertà religiosa, dei luoghi di culto e delle discriminazioni nella vita quotidiana.
Il suo intervento ha sottolineato un principio fondamentale: la tutela della libertà religiosa di una minoranza riguarda la libertà religiosa dell’intera collettività.
Barbati ha invece insistito sulla necessità di affrontare il fenomeno attraverso dati verificabili, conoscenza e responsabilità istituzionale, richiamando il costo sociale e democratico delle discriminazioni.
Il prossimo passo: trasformare le iniziative in tutela concreta
Il Summit si è concluso il 20 settembre con una giornata dedicata all’incontro e alla conoscenza della città. Ma, come ha chiarito il presidente della Comunità Islamica di Roma Ahmad Vall, il lavoro avviato non intende esaurirsi con la conclusione dell’evento.
L’obiettivo dichiarato è costruire strumenti che colleghino le esperienze individuali alla capacità delle organizzazioni e delle istituzioni di intervenire.
Il prossimo banco di prova sarà dunque operativo: l’effettiva attivazione dello Sportello Discriminazioni, l’accessibilità dei servizi, la capacità di accompagnare le persone nei percorsi di tutela e la realizzazione dell’Osservatorio PROMUS.
È qui che l’iniziativa assume il suo significato più concreto.
La risposta all’islamofobia comincia a dotarsi di strumenti che possono trasformare episodi isolati in segnalazioni, documentazione e richieste di responsabilità. Per chi subisce discriminazioni significa avere nuovi punti di riferimento. Per le istituzioni significa poter disporre di informazioni più strutturate e di interlocutori organizzati.
Per chi invece alimenta o pratica comportamenti discriminatori, il cambiamento è altrettanto chiaro: la possibilità che quei comportamenti vengano documentati, valutati e, nei casi previsti dalla legge, perseguiti. Non è la fine dell’islamofobia in Italia. È l’avvio di un percorso che punta a rendere più difficile ignorarla.


