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Non erano “escursionisti”: erano coloni armati. A Tell il terrorismo coloniale ha incontrato la resistenza palestinese

by Sabri Ben Rommane
Luglio 27, 2026
in Israele, Palestina, Prima Pagina, Sionismo, Terrorismo
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Non erano “escursionisti”: erano coloni armati. A Tell il terrorismo coloniale ha incontrato la resistenza palestinese
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Un gruppo di coloni sionisti ha assaltato un villaggio palestinese, alcuni dei suoi membri erano armati e i soldati israeliani si sono schierati al loro fianco. Quando un abitante è riuscito a sottrarre un fucile a uno degli aggressori, la narrazione si è improvvisamente capovolta: gli assalitori sono diventati “escursionisti”, gli assediati “terroristi”. Anche la Rai ha ripetuto questa versione. Ma i fatti documentati raccontano l’esatto contrario.

Non erano escursionisti che avevano sbagliato sentiero. Non erano turisti sorpresi da una reazione inspiegabile. Erano coloni israeliani penetrati nel villaggio palestinese di Tell, a sud-ovest di Nablus, in un territorio occupato nel quale non avevano alcun diritto di entrare per intimidire, assediare o aggredire la popolazione residente.

Human Rights Watch, dopo avere intervistato testimoni e verificato sei video, riferisce che nella mattina del 24 luglio tra 40 e 50 coloni si sono avvicinati al villaggio, hanno preso a sassate diverse abitazioni e hanno cercato di entrarvi. Secondo i testimoni, un colono armato ha sparato ferendo un palestinese. Dopo essersi ritirato, il gruppo è tornato da un’altra direzione e questa volta è stato raggiunto da soldati israeliani.

Reuters riporta una stima iniziale più bassa, tra 25 e 30 aggressori, ma conferma la sostanza: i coloni cercarono di introdursi nelle case, aprirono il fuoco quando gli abitanti intervennero e tornarono circa mezz’ora dopo, dando origine a una nuova colluttazione nella quale fu coinvolto anche l’esercito israeliano. Lo stesso esercito, che inizialmente aveva presentato gli israeliani come innocui “escursionisti”, ha dovuto successivamente ammettere che alcuni di loro erano armati.

Chiamarli terroristi coloniali sionisti non significa rivolgere un’accusa contro gli ebrei in quanto ebrei. Significa descrivere persone armate che entrano in un villaggio occupato, attaccano abitazioni civili e usano la violenza per intimidire una popolazione e consolidare un progetto politico di appropriazione territoriale.

Se la parola terrorismo indica l’impiego della violenza contro una comunità civile per imporre un obiettivo politico, ciò che è accaduto a Tell appartiene precisamente a quella categoria. Il terrorismo non smette di essere terrorismo quando chi lo pratica indossa abiti civili israeliani, viene da un insediamento illegale e può contare sulla protezione di un esercito.

Il fucile sottratto e la risposta palestinese

I video mostrano due israeliani in abiti civili armati di fucile e almeno un soldato davanti a un gruppo di palestinesi. Gli uomini armati avanzano contro gli abitanti con le armi spianate. Durante la colluttazione, un palestinese riesce a sottrarre il fucile a uno di loro e apre il fuoco.

Questo è confermato.

Due israeliani sono morti: Benayahu Mellet, responsabile della sicurezza dell’insediamento di Havat Gilad, e il maggiore dell’esercito Yuval Ezra. Secondo la ricostruzione israeliana, il palestinese armato avrebbe ucciso Mellet. È plausibile che i suoi colpi abbiano provocato anche la morte di Ezra, ma allo stato attuale non è stato dimostrato in modo indipendente chi abbia colpito il maggiore nel caos della sparatoria. Presentare questa possibilità come un fatto definitivamente accertato sarebbe giornalisticamente scorretto; fingere che non sia una possibilità concreta sarebbe altrettanto artificioso.

Rimane però un elemento che nessuna manipolazione linguistica può cancellare: il palestinese non era arrivato armato per attaccare una comitiva di civili. Ha preso il fucile dalle mani di uno degli uomini armati che stavano affrontando gli abitanti del suo villaggio.

La violenza non è cominciata nel momento in cui il colonizzato è riuscito a impugnare l’arma del colonizzatore. Era cominciata prima: con l’ingresso nel villaggio, l’assalto alle case, le pietre, gli spari e la presenza dei militari al fianco degli aggressori.

Definire “terrorismo” soltanto la reazione palestinese significa trasformare l’occupazione in normalità e la resistenza all’occupazione in crimine. È la grammatica fondamentale di ogni sistema coloniale: chi entra armato nella tua terra esercita la “sicurezza”; chi tenta di respingerlo esercita il “terrorismo”.

I palestinesi a terra e gli spari israeliani

La parte più grave arriva dopo.

L’esercito sostiene di avere ucciso il palestinese che aveva sottratto il fucile perché era ancora armato. Ma un secondo filmato, pubblicato anche dai media israeliani e riconosciuto autentico dall’IDF, mostra soldati che sparano contro un gruppo di palestinesi che si trovava già a terra.

Nel video si sentono più di dodici colpi in meno di un minuto. Quattro palestinesi della stessa famiglia sono stati uccisi: due fratelli e due cugini. L’esercito non ha fornito una spiegazione credibile del motivo per cui siano stati ammazzati anche gli altri tre uomini, descritti dai testimoni come disarmati, né ha chiarito quanto tempo fosse trascorso dalla prima sparatoria.

Queste immagini hanno il carattere di una possibile esecuzione sommaria e devono essere oggetto di un’indagine indipendente per accertare eventuali responsabilità penali.

Vedere uomini già abbattuti o immobilizzati e continuare a sparare richiama il metodo delle più nere esecuzioni del Novecento: il nemico non viene fermato, viene annientato; la sua vita non è più considerata degna neppure di una procedura, di un arresto o di un processo. È in questo senso preciso — nel metodo, non come insulto etnico — che quelle immagini possono essere definite una scena da carnefici nazisti.

Non è una formula da usare con leggerezza. Proprio per questo non può essere sostituita dall’eufemismo burocratico di un generico “scontro”.

L’IDF non ha protetto il villaggio: ha protetto il sistema coloniale

I soldati israeliani non sono arrivati per difendere le famiglie palestinesi da un gruppo di uomini armati entrato nelle loro terre. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, sono rimasti presenti mentre i coloni aggredivano gli abitanti e sono intervenuti contro i palestinesi soltanto quando uno di loro è riuscito a disarmare un aggressore.

È difficile definire questa condotta come neutralità. L’IDF ha funzionato ancora una volta come forza armata di protezione del colonialismo israeliano: i coloni avanzano, i palestinesi vengono obbligati a subire e, quando reagiscono, interviene l’esercito.

Subito dopo i fatti, il governo Netanyahu non ha ordinato un’inchiesta sugli assalitori o sui militari che hanno sparato contro uomini a terra. Ha dispiegato altri battaglioni, sottoposto Tell a rastrellamenti, interrogato decine di abitanti e annunciato demolizioni punitive e nuovi insediamenti. Smotrich ha persino invocato lo svuotamento dei villaggi palestinesi.

È la conferma che non si sta rispondendo a un reato individuale. Si sta applicando una punizione collettiva a una comunità che ha osato opporsi a un’incursione armata.

La vergogna della Rai: il terrorismo trasformato in escursionismo

In questo contesto, Tg1 e Tg2 hanno parlato di palestinesi che avrebbero attaccato un gruppo di “escursionisti israeliani”.

La formula non nasce da un errore innocente. Riproduce quasi letteralmente la prima versione diffusa dall’esercito israeliano, poi corretta dallo stesso IDF quando è emerso che alcuni di quegli “escursionisti” erano armati. Reuters ha documentato espressamente questa rettifica.

La Rai ha quindi trasformato un’incursione di coloni armati in una gita e la resistenza degli abitanti in un’aggressione immotivata.

Le parole hanno conseguenze. “Escursionista” evoca uno zaino, un sentiero, una passeggiata. Non evoca un uomo che entra in un villaggio occupato con un fucile, aggredisce i residenti e si muove accanto ai soldati di una potenza occupante.

Quando il servizio pubblico adotta senza verifica il vocabolario dell’esercito coinvolto nei fatti, non sta informando: sta offrendo una copertura narrativa al potere. Nasconde l’aggressore, cancella l’occupazione e presenta la reazione palestinese come l’origine della violenza.

A Tell non è avvenuto l’attacco improvviso di alcuni palestinesi contro pacifici escursionisti. Un gruppo di coloni ha assaltato un villaggio palestinese; alcuni erano armati; un abitante ha sottratto un fucile e ha sparato; due israeliani sono morti; quattro palestinesi sono stati uccisi, alcuni mentre si trovavano già a terra; infine l’intero villaggio è stato sottoposto a una rappresaglia militare.

Questi sono i fatti.

Tutto il resto — gli escursionisti, il terrorismo a senso unico, l’esercito descritto come forza di interposizione — è propaganda coloniale.

E la resistenza palestinese, qualunque giudizio si dia sulle singole azioni compiute nel suo nome, non può essere raccontata cancellando ciò a cui resiste: occupazione, insediamenti illegali, incursioni armate, impunità e violenza di Stato.

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Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è vicedirettore de La Luce News, attivista per i diritti dei musulmani e autore. Nei suoi libri affronta temi di filosofia, fede, ragione e critica del presente. Tra le sue opere più rilevanti figurano Deus ex logica. Le più forti argomentazioni filosofiche sull’esistenza di Dio; Il teologo autodidatta, romanzo grafico ispirato al classico medievale di Ibn Nafis; e Dalla rabbia e l’orgoglio all’umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale. La sua scrittura unisce ricerca intellettuale, sensibilità spirituale e impegno civile.

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