Prima Zohran Mamdani a New York. Ora Abdul El-Sayed in Michigan.
Con la vittoria alle elezioni di novembre, El-Sayed diventerà il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Medico, ex responsabile della sanità pubblica e candidato della sinistra progressista, ha costruito la sua campagna attorno a Medicare for All, riduzione del peso del denaro nella politica e maggiore sostegno economico alle famiglie.
La sua vittoria arriva meno di un anno dopo quella di Zohran Mamdani, democratic socialist e musulmano, eletto sindaco di New York dopo una campagna incentrata soprattutto sul costo della vita, sulla casa e sui servizi pubblici.
Due elezioni diverse, in territori molto diversi. Ma qualcosa le accomuna.
Entrambi appartengono a una generazione politica cresciuta in un’America nella quale essere musulmani ha significato, per oltre vent’anni, convivere con sospetto, profilazione e campagne islamofobe. El-Sayed stesso è stato attaccato durante la campagna attraverso insinuazioni sulla sua religione e sulla sua lealtà agli Stati Uniti, senza prove a sostegno di presunti legami estremisti.
Eppure proprio da queste comunità oggi emergono candidati che non costruiscono il proprio messaggio sull’identità religiosa, ma su sanità pubblica, salari, affitti, disuguaglianze e potere del denaro nella politica.
C’è poi Israele.
Nelle primarie del Michigan, AIPAC e il suo circuito politico hanno investito quasi 30 milioni di dollari nel tentativo di fermare El-Sayed, che sostiene la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele. È stato il più grande investimento mai effettuato dall’organizzazione in una singola competizione elettorale. Non è bastato.
Questo non significa che il potere delle organizzazioni pro-Israele nella politica americana sia improvvisamente scomparso. Significa però qualcosa di meno spettacolare e forse più importante: il denaro e l’appoggio dell’establishment non garantiscono più automaticamente il risultato.
Prima Mamdani, ora El-Sayed. Due politici musulmani, progressisti, apertamente critici verso alcune delle strutture di potere tradizionali, capaci di vincere non nascondendo la propria identità ma trasformando esperienze di esclusione in un linguaggio politico più ampio: casa, sanità, diritti, dignità economica.
La domanda, per l’Europa, arriva quasi da sola.
In Italia le prossime elezioni politiche sono previste nel 2027.
Può nascere anche qui una generazione politica proveniente dalle comunità che per decenni sono state soprattutto raccontate, criminalizzate o utilizzate come bersaglio elettorale?
Mamdani ed El-Sayed suggeriscono almeno una cosa: essere stati ai margini non significa essere destinati a rimanervi.



