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Sergio Luzzatto, Dolore e furore, edito da Einaudi

by Carlo Delnevo
Aprile 6, 2026
in Italia, Letteratura, Storia, Terrorismo, Voci
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Sergio Luzzatto, Dolore e furore, edito da Einaudi
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Sergio Luzzatto, l’autore di questo bel libro – Dolore e furore, una storia delle Brigate rosse, Einaudi 2023- chiama Genova la città ricurva. Genova anni settanta; In quella città ricurva, disposta cioè come una falce affacciata sul mare, nei ruggenti settanta del secolo scorso, chi scrive ha vissuto i suoi vent’anni, e se anche tanto tempo è trascorso da allora, e se pure tanti protagonisti di quegli anni non ci sono più, o se quelli che ancora ci sono, sono solo un pallido ricordo delle persone che furono, quel mondo lo porterà dentro per sempre.

Leggere Dolore e furore di Sergio Luzzatto, docente di Storia moderna nell’università del Connecticut, è stato come ritrovare una foresta che credeva persa per sempre; una foresta fatta di storie, sentimenti, emozioni, sofferenze, vite perdute, dalla quale sarebbe poi uscita, quasi inevitabile creatura di quella temperie, la colonna genovese delle Brigate rosse.

Luzzatto ha costruito il suo libro immergendosi totalmente in quel mondo genovese, scavandone i più remoti anfratti esistenziali; andando, quando gli è stato possibile, a ritrovare intervistandoli i protagonisti, anche quelli minori, di quegli anni di dolore e furore. Sono personaggi ormai lontani, non solo cronologicamente, da quel tempo, ancora capaci però di testimoniare, anche se a volte non senza un malcelato compiacimento, ma tutto sommato con onestà, la loro storia.

Sorgono da quelle pagine del bel volume Einaudi, ricco di illustrazioni e foto d’epoca, i racconti di chi ancora vivo può raccontare: Antonio Demuro, Riccardo Degli Innocenti, Enrico Fenzi, Giovanni Senzani, Sergio Adamoli, Fulvia Miglietta e tanti altri ancora.

Ma il vero protagonista di questo saggio storico, colui che ne costituisce con la sua vicenda umana il filo conduttore, la trama principale, Riccardo Dura, non ha potuto raccontare in prima persona la sua storia, perché ucciso dai carabinieri, in una livida alba di un marzo del 1980, in un appartamento sito sulle alture di Genova, in via Fracchia al Lagaccio, popolare quartiere genovese.

Riccardo Dura fu, con tutta probabilità, abbattuto a sangue freddo dagli uomini dell’Arma, insieme ai brigatisti Anna Maria Ludman, Armando Betassa e Piero Panciarelli, in una vera e propria esecuzione extragiudiziale.

Quelli in Italia furono tempi orribili, peggiori sotto tanti punti di vista, ed è tutto dire, di quelli attuali. Fu una guerra civile a bassa intensità, nella quale, come sempre nelle guerre civili -e basta anche solo uno sguardo all’attualità per includere qualsiasi guerra tout court- non esiste, per dirla con Carl Schmitt, alcun Iustus Hostis, ossia un nemico col quale si possa un giorno intavolare una trattativa, che si possa in qualche modo riconoscere come uguale, al quale si possa concedere un giorno, se sconfitto, l’onore delle armi. Ai giorni nostri, dalla fine della seconda guerra mondiale, esistono solo nemici da odiare e da annientare, trattati dai vincitori nient’altro che come criminali, banditi, briganti, terroristi appunto.

Poco lontano da dove perse la vita per mano dei carabinieri di Dalla Chiesa, nello stesso quartiere e quasi nella stessa via, una manciata di mesi prima, Riccardo Dura aveva ucciso, sparandogli dritto al cuore, l’operaio iscritto al partito comunista, Guido Rossa; reo di aver denunciato e mandato in galera un attivista brigatista all’interno dello stabilimento Italsider.

Non fu facile la vita di Riccardo Dura: nato a Roccalumera in Sicilia e immigrato ancora fanciullo a Genova, figlio di genitori separati, di fatto abbandonato dal padre, e affidato alla tutela di una madre possessiva e violenta. Dopo un paio di ricoveri forzati e del tutto immotivati in manicomio, finì ancora adolescente alla Garaventa, una nave in disarmo ferma in porto, trasformata in collegio per ragazzini problematici, dove chi entrava veniva rapato a zero, vestiva da marinaio, e sottostava a una disciplina di tipo militare.

La Garaventa, che oggi per fortuna non esiste più, è stata un autentico spauracchio per generazioni di ragazzini genovesi. La frase : “se non ti comporti bene, se sei bocciato ecc… ti mando alla Garaventa..” era una minaccia che quasi tutti i fanciulli genovesi in quegli anni, almeno una volta, hanno ascoltato. Ma per fortuna davvero pochi erano quelli che in quella specie di carcere galleggiante finivano. Riccardo Dura fu uno di questi happy few.

Uscito dalla Garaventa, anche per sfuggire alle ossessive attenzioni materne, il giovane Riccardo si imbarcò come mozzo e piccolo di camera; i livelli più bassi della gerarchia di bordo. Troverà poi, tornato a Genova, tutto sommato casualmente, con l’ingresso in Lotta Continua, finalmente qualcosa di simile al calore di una famiglia allargata, di una comunità. Così lui, assolutamente digiuno di ogni formazione ideologica e politica, non tarderà a divenire un militante a tempo pieno, uno tra i più decisi, duri, e convinti.

Su di lui, Luzzatto stende come un velo di indulgenza, quasi di affetto; come se non dello spietato killer nel quale lo trasformò la scelta della lotta armata si tratti, ma di un giovane uomo a cui la vita nulla aveva dato; degno non di condanna, ché con la morte semmai i suoi torti aveva col massimo della pena espiato, ma di sola umana pietà.

Il suo passaggio alle Brigate rosse e alla clandestinità avvenne grazie all’incontro con un altro personaggio chiave di questa storia; il professore universitario di Storia dei partiti politici, Gianfranco Faina.

La via dove risiedono le facoltà umanistiche a Genova era, ed è tutt’ora, via Balbi, antica arteria centrale nel cuore cittadino, vero punto di incubazione di quella che sarà la cellula brigatista. E insieme a Faina opera a Genova, in quella stessa via Balbi, un altro personaggio chiave: Enrico Fenzi, professore di letteratura italiana, fine intellettuale, esegeta di Dante e Petrarca, che con Faina, con il sociologo Giovanni Senzani e il chirurgo dell’ospedale di San Martino Sergio Adamoli, costituisce il nucleo di intellettuali che fonderà con Dura e altri proletari come lui le Brigate rosse in città.

Faina si staccò poi dalle Brigate rosse per fondare un altro gruppo sovversivo clandestino e avrebbe terminato i suoi giorni in carcere ucciso da un male incurabile. Ma Fenzi, Adamoli e Senzani, dopo essersi in qualche modo dissociati, pur dopo anni di reclusione, hanno poi potuto continuare a vivere fuori dal carcere; hanno potuto in qualche modo ricostruirsi una vita.

Loro, a differenza di Ricardo Dura, hanno avuto più fortuna; a loro la vita molto aveva dato: una buona famiglia, salute, intelligenza, studi brillanti, cattedre e professioni prestigiose, e forse la loro storia merita meno indulgenza di quella accordata a Dura.

Genova, la città ricurva, fu teatro di questa storia; una storia unica per la sua drammaticità, nella pur angosciante vicenda degli anni di piombo in Italia. Una storia che ancora ci interroga e va a merito di questo libro averne fatto, con una lunga e molto ben documentata costruzione, un racconto che immergendosi in quegli avvenimenti ormai remoti e in quelle esistenze, pagina dopo pagina, -e le pagine sono tante, oltre seicento- conduce il lettore alla fine del libro senza annoiarlo; anzi, al contrario, lasciandogli dentro molte domande che potrebbero non trovare una risposta, e con la sensazione di essersi arricchito non solo intellettualmente, e per quel che più conta, umanamente. Difficile poter chiedere altro a un libro di Storia.

Tags: anni di piomboBrigate Rossecolonna genoveseDolore e furoreGenovaGuido Rossalotta armataMemoriaRiccardo Durasaggio storicoSergio Luzzattostoria italianaTerrorismovia Fracchiaviolenza politica
Carlo Delnevo

Carlo Delnevo

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