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Il sistema di spionaggio degli Emirati per colpire gli oppositori e destabilizzare gli altri Stati

by Davide Piccardo
Dicembre 13, 2019
in Mondo, Prima Pagina
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L’agenzia Reuters ha pubblicato recentemente ulteriori particolari sul programma di cyber-spionaggio degli Emirati Arabi Uniti, che in tutta evidenza è finalizzato alla sorveglianza e alla repressione di ogni tentativo di democrazia in Medio Oriente.

Con la scusa sempre più trita della lotta al terrorismo, una dittatura neo feudale, che governa un territorio grande come un quarto dell’Italia e meno popolato della Lombardia, imperversa sullo scenario devastato del Medio Oriente con un attivismo deleterio per tutti i popoli della regione.

Reclutando uomini esperti dei servizi d’intelligence USA, come Richard Clarke, già membro del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti gli emiri hanno dato vita nel 2008 ad un’unità d’intelligence denominata DREAD (acronimo di Development Research Exploitation and Analysis Department) suo dichiarato obiettivo precipuo la lotta agli “ estremisti e terroristi”, ma negli anni successivi è stato chiaro che si volesse in realtà sorvegliare e colpire ogni vero o supposto avversario della politica emiratina, all’interno e all’esterno della penisola.

Particolare attenzione è stata rivolta ai telefoni di funzionari di governi stranieri, in particolare alle comunicazioni dell’emiro del Qatar Tamim bin Hammad Al Thani, ma anche a quelli di attivisti dei diritti umani come Loujain Al Hathloul, saudita impegnata per i diritti delle donne, spiata e successivamente arrestata e persino le Nazioni Unite e l’ente mondiale di calcio FIFA che sta organizzando i mondiali di calcio del 2022 nell’emirato di Doa.

L’attivista Loujain Hathloul

La vicenda è venuta allo scoperto per il disagio degli stessi agenti USA della squadra di Clarke costretti a spiare cittadini americani, quasi che le azioni che colpivano altri soggetti che rischiavano l’arresto e la tortura non fossero gravi per loro.

Uno di questi, Ahmed Mansoor, un attivista degli Emirati, fiero oppositore della politica del suo paese in Yemen. Il suo telefono e computer sono stati hackerati, le sue o e-mail e fotografie d’archivio estratte dal suo sistema e usate come prova di “aver danneggiato l’unità degli EAU” dal 2017. Mansoor è in prigione, in isolamento, e la sua salute si sta rapidamente deteriorando.

L’attivista Ahmed Mansoor

Ma le operazioni Abu Dhabi volte a conculcare i diritti umani e la speranza di democrazia si estendono ben oltre i suoi confini.

Il controspionaggio turco ha scoperto una rete di spionaggio degli Emirati che opera in tutto il paese. Raccoglievano informazioni su elementi ritenuti anti-Emirati Arabi e l’intelligence turca ha anche affermato di avere prove che gli Emirati stavano lavorando direttamente con Israele per destabilizzare il governo di Ankara.

Per i regime emiratino il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è considerato una minaccia e il Partito AK come un esempio riuscito di politici musulmani che operano all’interno di una democrazia funzionante.

Un esempio antitetico al modello di governo degli Emirati Arabi Uniti autoritario e totalitario. Abu Dhabi infatti ha investito miliardi nell’assistenza agli autocrati in tutto il Medio Oriente, tra cui il dittatore egiziano Abdel Fattah El Sisi e il generale libico Khalifa Haftar. Senza contare i tentativi di destabilizzare le democrazie in Tunisia e, soprattutto, in Turchia.

Una prassi che assomiglia sinistramente a quando messo in atto dagli USA attraverso la CIA in America Latina, in Cile, Argentina, Brasile, Nicaragua e più recentemente in Venezuela e Bolivia, con i metodi spregiudicati e violenti che sono storia passata e cronaca odierna.

Tags: CybersecurityDiritti UmaniEmiratiisraeleQatarSpionaggioTurchia
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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