Erano anni ormai che l’idea del grande pellegrinaggio alla Mecca e agli altri luoghi santi dell’Islam mi tornava in mente. Ho recitato la Shahada che ha fatto di me un musulmano ormai molti anni fa, e visto che quando è successo stavo per andare in pensione, pare evidente che gli anni della mia vita stanno andando verso il loro naturale epilogo. Sarà oggi? Sarà fra trent’anni? Solo il Creatore di tutto lo sa.
A noi creature resta solo, come scriveva il grande filosofo cristiano Sören Kierkegaard, il Timore e il Tremore. E, aggiungo io, che ho abbracciato l’Islam, la pacifica e serena sottomissione al Suo volere.
Il Hajj per ogni musulmano che ne abbia i mezzi e sia in condizione di affrontare il viaggio, almeno una volta nella vita, è un obbligo; e allora, alla fine mi sono deciso; bisognava farlo. Nonostante l’età, decisamente non più verde, la salute è ancora buona, e il sacrificio economico necessario, posso ancora, anche se con un po’ di fatica, permettermelo.
Così l’anno scorso, mi sono messo in contatto con un’organizzazione che qui in Italia si occupa del Pellegrinaggio, e ho fatto domanda. Però le autorità saudite non mi avevano rilasciato il visto. Ci sono ogni anno milioni di domande, ed ottenere il nulla osta al santo viaggio non è per nulla scontato. Accettai il rifiuto, sperando fosse solo un rinvio, dicendomi che in fondo è Lui che decide chi invitare nella Sua Casa. E tutto è scivolato a quest’anno, quando il Suo invito è arrivato.
Questa primavera ho saputo che la mia domanda era stata accolta, e da allora non c’è stata sera in cui mi sia coricato senza pensare, chissà poi perché, con una punta d’ansia, che il tempo per il Hajj era arrivato, e che avrei dovuto sistemare le mie cose per la partenza. Tra l’altro dovevo anche preoccuparmi di redigere il mio testamento, che è un atto richiesto dalla tradizione, quella tradizione secolare formatasi in tempi oscuri e pericolosi, quando andare alla Sacra Casa poteva essere un viaggio lungo mesi, se non anni, fatto attraversando territori ignoti, magari infestati da nemici e briganti, non risolvibile con un’agenzia di viaggio, un biglietto aereo e un visto.
Finalmente il 30 maggio mi ritrovo all’aeroporto di Milano Malpensa con un buon numero di altri pellegrini. Sono l’unico italiano, diciamo così, di nascita e di stirpe; gli altri sono “nuovi italiani”, immigrati; ci sono tra loro marocchini, algerini, libici, libanesi, tunisini, egiziani, pachistani, africani, qualche Bangladesh, perfino un indonesiano. Sono tutte però persone molto ben integrate nella società italiana; persone che hanno avuto un certo successo sociale; tipi umani che non ricordo di aver visto mai invitati in qualche talk show su Rete4 o di qualsiasi altra rete mainstream, perché contraddirebbero lo stereotipo che la propaganda martellante che una certa destra ama diffondere dell’immigrato: quella del drop out potenzialmente pericoloso, dedito al delinquere e allo spaccio, che vivacchia in Italia “a spese nostre”; che viene espulso ma non se ne va mai.
I miei compagni di viaggio, che incontro a Malpensa in attesa dell’imbarco, sono quasi tutti residenti in Italia da decenni; hanno potuto permettersi la spesa non lieve del viaggio, alcuni parlano un italiano con uno spiccato accento della regione nella quale risiedono.
Arriviamo dopo le dieci di sera a Jedda dopo un volo tranquillo. Nell’avveniristico aeroporto, già abbastanza stanchi del viaggio, dobbiamo aspettare un treno veloce che ci porterà a Medina. L’attesa non sarà breve, e neppure il viaggio, nonostante quella specie di TGV su cui montiamo, lo sarà. Quasi tutti abbiamo lasciato casa nostra piuttosto presto al mattino precedente
A Medina arriveremo tardi, non ricordo esattamente, forse le tre del mattino, probabilmente dopo. Ci ritroviamo nella hall dell’hotel in attesa che ci venga assegnata la stanza, e c’è molta confusione. Siamo a Medina però, durante il Hajj è vietato innervosirsi e lasciarsi andare a stanchezza e malumore. L’ora per la preghiera dell’alba si avvicina e la grande Moschea del Profeta pare non sia molto lontana dall’hotel. Molti decidono di recarvisi per recitarvi la preghiera.
Nella luminosa città del Profeta (la preghiera e le benedizioni divine su di lui) restiamo un’altra giornata; tutte le preghiere della giornata andiamo a recitarle nella sua grande moschea; è un privilegio esserci e io e i miei compagni di stanza, un algerino e un pachistano che ringrazio Dio di avermi fatto incontrare, non ne manchiamo una. Essere a Medina è bellissimo, è una città che oltre all’imponente complesso della moschea non ha altre particolari attrazioni, se non luoghi storici fondamentali nella storia islamica, ma è la seconda volta che mi trovo lì e ho ancora la sensazione intima e profonda che non ci sia al mondo posto migliore e più bello.
Il pellegrinaggio vero e proprio comincia quando, indossato l’ihram, i due pezzi di stoffa privi di cuciture, andiamo a prendere il treno per Mecca. Sul treno funziona benissimo l’aria condizionata, ma la temperatura esterna sfiora e supera i 40 gradi. Questo regime di fresco/caldo torrido ci accompagnerà durante tutto il viaggio e in termini di salute non sarà esattamente un toccasana, ma lo sforzo, la sopportazione dei disagi fanno parte del cammino e tutti noi lo sappiamo e lo accettiamo. Cantiamo senza sosta la Talbyah, quella preghiera in lingua araba che le persone dopo la sacralizzazione recitano rivolte ad Allah, Labbayk Allahumma labbaik… Eccomi a Te o mio Dio.
Finalmente entriamo nel recinto dell’Haram e dopo il Tawaf, cioè i sette giri rituali intorno alla Kaaba, e dopo aver pregato due Rakat, inizia il viaggio fra Marwa e Safa, le due collinette la cui distanza che le separa, la tradizione islamica ci dice abbia per sette volte percorso Hajjar, la schiava di Abramo con il figlioletto Ismaele, prima che Dio abbia fatto sgorgare la sorgente miracolosa di Zam Zam, soccorrendola, dissetandola e salvandola. Mi trovo in mezzo a una grande folla, la condizione della calca, sarà in pratica la condizione permanente di tutti i giorni che trascorrerò nei luoghi santi.
Forse da quando è iniziato il viaggio, per la prima volta mi accorgo che sono davvero in un altro mondo, in un luogo dove milioni di persone si radunano e si accalcano per un unico motivo: Dio. Sento la Sua presenza, quando insieme ai miei compagni giriamo intorno alla Kaaba, la sento nel percorso fra le due colline. Tutto qui è pregno di Lui. La gente; gli uomini nei due drappi bianchi senza cuciture che li avvolgono, le donne, nei loro costumi, il capo coperto dal hijab, mani e volto scoperto. All’improvviso mi rendo conto di essere nella città di Dio, e che la città degli uomini, quella dove secondo il grande poeta Thomas Eliot contano solo l’usura, la lussuria, e il potere, non è qui, è altrove, è lontana, la ritroverò, ma non ne sento la mancanza.
I giorni del Hajj volano veloci. La Umrah, cioè il settuplo giro intorno alla kaaba e l’andare avanti e indietro per sette volte fra Safa e Marwa è solo l’inizio del viaggio. Ci trasferiremo a Mina, poi ci sarà la sosta benedetta di Arafat, e la notte sotto le stelle di Muzdalifah, e poi il rito della lapidazione di Satana, il tutto quasi sempre in marcia, sotto un Sole feroce; le autorità saudite cercano di alleviare la nostra fatica distribuendo acqua e l’organizzazione, a parte qualche inconveniente, funziona. L’anno scorso molte cose sono andate storte e ci sono stati numerosi decessi; quest’anno c’è stata molta attenzione perché il pellegrinaggio si svolgesse nel modo più ordinato possibile, limitando se non addirittura annullando la presenza di pellegrini entrati clandestinamente in Arabia, i più esposti ai rischi di un percorso da compiersi in condizioni spesso difficili, ai quali non sarebbe possibile accedere ad un autobus o ad un qualsiasi altro servizio.
I giorni benedetti dell’Hajj terminano per me il 13 giugno di quest’anno. Ritorno a casa. Ritrovo il mio letto, il mio bagno, il mio frigo, insomma, sono a casa mia. Mi dico che non dovrò più mettermi in coda per andare in bagno o per avere la cena, ma non so perché il pensiero non mi conforta come mi sarei aspettato.
Esco la sera e ritrovo la città degli uomini; è venerdì, in paese i bar sparano musica mediocre ad alto volume; ci sono donne e ragazzine in giro, poiché anche qui fa caldo, sono tutte seminude. La gente sbevazza, l’indomani inizia il week end. Mecca e Medina sono lontane, ma ora le terrò sempre nel cuore, e lì rimarranno, inshAllah.



