Domenica 21 dicembre 2025 si è chiuso il ciclo innovativo dell’UCOII targato Yassine Lafram. Rimane in itinere il riconoscimento della personalità giuridica dell’ente mentre è ancora tutto da costruire un percorso per le agibilità delle moschee.
Chi è Lafram
Yassine Lafram è nato a Casablanca nel 1985 ma è cittadino italiano con un accento inequivocabilmente bolognese. Già questa è una caratteristica che lo distingue dai suoi predecessori di origine straniera alla guida di organizzazioni islamiche in Italia: Lafram è italiano, di lingua e cultura. Ma non è solo questo a fare di lui un leader musulmano innovativo. Yassine è dotato di capacità comunicative, relazionali e diplomatiche che, nel complesso, lo pongono ad un livello più alto di molti. Detto in parole povere, tra noi musulmani Lafram era il migliore che potesse guidare l’organizzazione islamica più rappresentativa in Italia. Non che il suo successore (Yassine Baradai, a cui vanno i migliori auguri) non possa fare anche di meglio ma si vuole qui analizzare la resa che tanto potenziale può avere nel contesto in cui ci muoviamo e nelle modalità con cui ci muoviamo (lo scrivente è parte di questa storia, non uno spettatore esterno).
Il riconoscimento della personalità giuridica
Eletto per la prima volta presidente nel 2018, Lafram ha segnato una svolta importante nell’approccio alla rappresentanza dei musulmani in Italia. Alla guida di un’organizzazione da sempre vilipesa da una parte dei media e della politica, ed oggi nuovamente sotto attacco, nel 2019 si ha notizia dell’avvio dell’iter per il riconoscimento della personalità giuridica dell’UCOII come ente di culto. Si tratta di un percorso tortuoso, tutto in salita, che prevede anche ripartenze dal via e che può durare (letteralmente) all’infinito. Siamo cioè nella conclamata incertezza del diritto. Ma è un percorso che, parallelamente ad altro, andava avviato. Nel 2023 arriva il parere favorevole del Consiglio di Stato che segna il giro di boa, il 50% degli step previsti da questo iter. La cosa viene salutata come un grande traguardo (quale almeno in parte è) e nell’assemblea generale di giugno 2023 l’UCOII annuncia trionfalmente che “L’Intesa è più vicina”. A questo punto può avere senso azzardare una critica al peso che viene attribuito a questo risultato, sulla base di dati che si possono ritenere oggettivi.
Nell’assemblea generale di giugno 2023 l’UCOII annuncia trionfalmente che “L’Intesa è più vicina”. A questo punto può avere senso azzardare una critica al peso che viene attribuito a questo risultato, sulla base di dati che si possono ritenere oggettivi.
Un percorso lungo 100 anni
L’Intesa con lo Stato, cioè il Concordato per le confessioni non cattoliche, per quanto riguarda il caso dei musulmani inizia ormai ad essere un tema di interesse decrescente anche a livello accademico. Forse nessuno che coniughi onestà intellettuale e sanità di mente crede più che la cosa sia ancora possibile (se mai lo fosse stata). Volendo comunque rimanere nel mondo delle ipotesi fantasiose non si può però non dare un’occhiata ai dati a disposizione. Proviamo a farlo rispondendo ad alcune domande (che, siete avvisati, sarebbe inutile porre a ChatGPT).
La personalità giuridica di un ente che persegue l’Intesa è necessaria?
Le Intese sottoscritte ci dicono di NO, ve ne sono state anche con enti che non avevano la personalità giuridica e che l’hanno ottenuta all’interno dell’Intesa stessa (vedi art. 19 dell’Intesa Avventista). Il “prerequisito” è una prassi che non ha alcun appiglio legale e serve solo ad esercitare il potere discrezionale (leggasi discriminatorio) da parte dello Stato.
Quanto dura il percorso per ottenere la personalità giuridica?
Nessuno può dirlo. Insieme all’UCOII, nel 2023, anche la COREIS (altro ente islamico) è arrivata al parere positivo del Consiglio di Stato. Ma la COREIS ci era già arrivata nel 2001, con un percorso iniziato nel precedente millennio! Quella volta l’iter si è arenato al punto che alla COREIS è toccato ripartire dal via. Quindi è più di 25 anni che la COREIS, non vilipesa quanto l’UCOII, non riesce a traguardare questo riconoscimento.
Ottenuta la personalità giuridica parte la trattativa per l’Intesa?
L’ente che gestisce la Grande Moschea di Roma ha la personalità giuridica dal 1974 ma da più di 50 anni, quindi con tutti i colori politici al Governo, non riesce ad avviare la trattativa per l’Intesa. Inoltre, la Corte Costituzionale (con la sentenza 52/2016) ha stabilito che il Governo può anche scegliere di non dare neanche risposta alla domanda di avvio della trattativa (che di per sé potrebbe anche non avere esito positivo).
L’Intesa è un diritto?
L’intesa è un accordo, non un diritto, è uno strumento opzionale dal quale discendono alcuni privilegi, ma non è il prerequisito della Libertà religiosa (né quella degli enti né tantomeno quella delle persone). Perché parliamo di una libertà fondamentale che non può certo dipendere da forme pattizie opzionali (sarebbe una perversione dello Stato di diritto costituzionale). Per definizione, le parti non sono obbligate a scendere a patti ed anche i sassi ormai sanno che lo Stato non siglerà mai un’Intesa con un ente islamico.
L’intesa è un accordo, non un diritto, è uno strumento opzionale dal quale discendono alcuni privilegi, ma non è il prerequisito della Libertà religiosa (né quella degli enti né tantomeno quella delle persone).
La stipula di un’Intesa segna la fine del percorso?
Per niente! Dopo la sottoscrizione dell’Intesa sarebbe necessaria la sua conversione in legge. I Testimoni di Geova, tanto per citare un’altra minoranza osteggiata in Europa ma molto meglio organizzata dei musulmani, hanno siglato una prima Intesa nel 2000 ed oggi, dopo 25 anni, sono in attesa di pronunciamento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (nel 2007 avevano anche firmato un’altra Intesa ma poi hanno capito di essere stati messi a correre sul tapis roulant. Quando se ne accorgeranno le organizzazioni islamiche?).
Riepilogando, abbiamo i seguenti dati: almeno 25 per non ottenere la personalità giuridica (COREIS) + almeno 50 anni di personalità giuridica per non riuscire neanche ad avviare la trattativa di un’Intesa (Grande Moschea) + almeno 25 anni per non vedersi convertita l’Intesa in legge (Testimoni di Geova). Siamo ad almeno 100 anni che potrebbero non portare a niente! Ha senso quindi chiedersi se, in materia di Libertà religiosa, sia opportuno puntare tutto su un percorso che sopravvive a chiunque lo avvii. Lafram aveva 34 anni nel 2019, gli si augura di vivere in salute il più lungo possibile. Ma a 134 anni è un po’ difficile che arrivi.
Con l’importanza attribuita a questi riconoscimenti (irraggiungibili) si finisce soltanto per sostanziare l’idea, sbagliata, che da essi dipenda la libertà religiosa, come afferma Salvini. Invece dalla giurisprudenza consolidata la sequenza corretta, costituzionalmente orientata, è la seguente: la disponibilità di luoghi di culto è un prerequisito della libertà religiosa, non una conseguenza; è dalla libertà religiosa che possono discendere le forme pattizie, facoltative, non viceversa. Inoltre, non serve alcuna personalità giuridica per gestire un luogo di culto “legale”. Oltre ai circa 1200 “abusivi”, ed oltre alla Grande Moschea di Roma, ne abbiamo anche alcuni che sono formalmente luoghi di culto sul piano urbanistico, e nessuno ha la personalità giuridica o afferisce ad ente con personalità giuridica.
La disponibilità di luoghi di culto è un prerequisito della libertà religiosa, non una conseguenza; è dalla libertà religiosa che possono discendere le forme pattizie, facoltative, non viceversa.
Cosa è mancato
Quello che ci si poteva aspettare da una gestione capace come quella di Yassine Lafram era una svolta a tutto tondo sulla questione dei luoghi di culto, cioè sull’annoso problema delle “moschee abusive”. In 8 anni non si è mai organizzato un convegno sul tema, né si è mai pensato di stimolare nella comunità lo studio universitario del diritto ecclesiastico, magari finanziandolo. A quest’ora avremmo potuto avere decine di persone utili alla causa.
Invece, tra i musulmani giovani che si spendono nell’associazionismo islamico risulta un solo dotto in materia ed è l’ex presidente del GMI Abdurrahman Gad Elrab, dottorando in diritto ecclesiastico. Quello che non risulta è un suo coinvolgimento strategico da parte dell’UCOII, come se l’esercizio della Libertà religiosa non fosse per noi un problema. Eppure altre minoranze religiose, anche alcune con Intesa, organizzano periodicamente convegni su questa libertà fondamentale, tutte hanno i propri esperti di diritto ecclesiastico. Invece i musulmani vanno a rimorchio, sono a volte ospiti di questi eventi e non mandano mai un esperto (perché non ce l’hanno in organico). Si cerca anche di compensare la competenza (non coltivata) con i rapporti (di eccessiva dipendenza) col mondo accademico.
Più precisamente, con quella cerchia di accademici che deve almeno parte della sua rilevanza all’11 settembre (detta in modo tranchant) e all’impulso che da allora hanno avuto le ricerche inerenti alla presenza islamica in occidente. È di questi giorni una petizione anti-Meloni sottoscritta da questi docenti proprio sul tema dei luoghi di culto. Per decenni essi hanno avuto incarichi di governo per fare da “intermediari” col mondo islamico, ritenuto incapace di relazionarsi in modo diretto con le istituzioni, come fa qualunque altra minoranza.
In tutti questi anni i luoghi di culto non sono mai stati in agenda (in realtà non si capisce neanche cosa sia mai stato veramente in agenda, oltre alla pantomima sull’anti-terrorismo). L’attuale Governo ha messo fine alla tradizione di Comitati e Consulte sull’Islam, che vedeva protagonisti i più anziani tra questi docenti, e loro fanno una petizione sui luoghi di culto. Nello stesso testo strizzano l’occhio alla questione della personalità giuridica degli enti di culto, ottenendo la circolazione della petizione intra UCOII.
Cosa si può fare
Il nuovo presidente UCOII Yassine Baradai, il cui temperamento assicura la necessaria continuità con la gestione precedente, potrebbe traghettare un cambio di rotta in termini di autonomia organizzativa e decisionale (qualcuno direbbe… autonomia politica). Per prima cosa si potrebbe istituire un comitato tecnico sulla Libertà religiosa che sia autonomo rispetto ai docenti da cui sono sempre dipese le non-sorti delle organizzazioni islamiche in Italia (non ci sono solo questi docenti!). Un tavolo aperto agli esperti di altre minoranze, in modo da fare massa critica su quella che è anche definita come la madre di tutte le libertà. Un tavolo che non può non escludere la Chiesa cattolica (con cui nessuna minoranza dialoga quanto noi). Un tavolo magari guidato, perché no, proprio da Lafram al quale non mancano capacità da spendere. Ma un tavolo pensato per un’inversione di rotta che, da 20 anni e fino alla petizione del 23 dicembre 2025, non è mai stato all’orizzonte nonostante il nulla di fatto in termini di emancipazione del culto islamico in Italia. Siamo davanti ad una recrudescenza della propaganda islamofoba della destra, anche in assenza di attentati terroristici, non possiamo “affidare” le sorti dei nostri luoghi di culto a chi non se ne è mai occupato nei decenni in cui avrebbe potuto.
I dossier urgenti sarebbero tanti e tra questi c’è quello relativo alle misure speciali a cui possono essere sottoposti i fedeli musulmani. A tal proposito l’UCOII ha recentemente subito un attacco feroce, tutt’ora in corso, insieme al suo imam Shahin di Torino. Intervenendo sulla vicenda il Ministro Piantedosi ha dichiarato di aver espulso 200 persone con questi strumenti che, questo va detto, sono stati utilizzati da tutti i governi degli ultimi 20 anni. Per quanto si può tollerare la sospensione selettiva dello Stato di diritto?
L’ultima riflessione proposta riguarda lo schema di gioco che da troppo tempo utilizziamo finendo per prenderle su tutti i fronti: il raggruppamento di associazioni-moschee. Queste associazioni di scopo hanno avuto il merito di fornire ai fedeli dei posti dove poter pregare. Allo stesso tempo, nel loro complesso, esse sembrano ormai rappresentare il limite che non riusciamo a superare. Alcune sono gestite dalle stesse persone anche da 30 anni. La maggior parte di esse è per lo più disertata da giovani, donne e italiani. Le comunità di fedeli non sono parte delle realtà associative che gestiscono questi luoghi quindi in ultima analisi il meccanismo della rappresentanza, per raggruppamenti di associazioni-moschee, finisce per favorire l’autoreferenzialità e il non sviluppo. Sarebbe forse ora di pensare a strumenti di coinvolgimento effettivo delle persone che si vuole rappresentare.




