C’è una nuova trovata nel grande supermercato dell’identità ferita: la “remigrazione”. Nome elegante, quasi notarile, per dire una cosa antica e brutta: facciamoli andare via. Ma con la modernità del 2026: un modulo online, dieci punti, qualche parola maiuscola — “Riconquista”, “Nazione”, “Natalità Italiana” — e l’aria da circolare ministeriale scritta durante un attacco di panico demografico.
Il programma del Comitato Remigrazione e Riconquista parte già male: le migrazioni sarebbero “da qualsiasi punto di vista” un fenomeno “disastroso e deleterio”. Non una valutazione politica, non un’analisi, non un dato: una sentenza cosmica. Poi arriva il repertorio completo: “identità nazionale” compromessa, “centri di interesse” oscuri, “processi geopolitici” cattivi, “reazione più ferma ed energica”. Il tutto culmina nel dichiarato obiettivo di avviare la “Remigrazione” e portare alla “Riconquista della nostra Nazione”.
Riconquista da chi, esattamente? Dal muratore egiziano? Dalla badante georgiana? Dal rider pakistano? Dal bambino nato a Modena che parla modenese meglio del presidente del comitato? La proposta non lo dice apertamente, perché la lingua burocratica serve proprio a questo: mettere il dopobarba istituzionale a idee che puzzano di esclusione.
Il capolavoro è il punto 5: il cosiddetto “Patto di Remigrazione Volontaria”. In pratica: lo Stato dà un contributo economico allo straniero regolarmente soggiornante perché rientri nel Paese d’origine, ma in cambio pretende la rinuncia “definitiva e irrevocabile” a ogni diritto di soggiorno e cittadinanza in Italia.
Prima di entrare nel merito del punto 5, conviene dire che cosa sia questa “remigrazione” e chi la propone. Non siamo davanti a un partito, almeno formalmente. “Remigrazione e Riconquista” si presenta come un comitato nato per sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare e per raccogliere firme attorno a un programma in dieci punti. Sul proprio sito ufficiale, il comitato dichiara di essere stato fondato da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani. Non esattamente un seminario neutro di diritto amministrativo.
Il termine “remigrazione” viene presentato dai promotori come un programma nazionale, strutturato e volontario, con incentivi economici e logistici per spingere gli immigrati regolarmente presenti in Italia a tornare nel Paese d’origine e a non fare ritorno se non in casi eccezionali. Ma la cornice politica dentro cui viene collocato dice molto più della definizione burocratica: il comitato parla di “riconquista”, di identità nazionale, di sostituzione demografica e culturale, di salvaguardia della civiltà. La parola chiave, quindi, non è “rientro”. È selezione.
Anche i nomi aiutano a capire il terreno politico. Nelle comunicazioni pubbliche sulla raccolta firme compaiono Luca Marsella come presidente del comitato e Salvatore Ferrara e Ivan Sogari come vicepresidenti; Jacopo Massetti viene indicato tra i rappresentanti o relatori coinvolti nelle iniziative pubbliche. Secondo le ricostruzioni di diverse testate nazionali, la presentazione alla Camera avrebbe visto la presenza di Marsella, indicato come esponente di CasaPound, Ivan Sogari del Veneto Fronte Skinheads, Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti e Jacopo Massetti, legato a Brescia ai Bresciani ed ex ambienti di Forza Nuova. Il progetto, dunque, non nasce nel vuoto. Nasce dentro una cultura politica precisa, che prende il linguaggio dei diritti, lo svuota, e lo sostituisce con quello della gerarchia identitaria.
Per questo la domanda non è soltanto tecnica. Non basta chiedersi se la proposta sia scritta bene o male, se possa reggere davanti a un giudice o se abbia possibilità parlamentari. La domanda vera è un’altra: che idea di Repubblica c’è dietro una proposta che trasforma lo straniero regolare in un corpo da incentivare all’uscita, la cittadinanza in una concessione da impedire, il welfare in una proprietà etnica e la Costituzione in un ostacolo da aggirare con parole apparentemente pulite?
Eccola, la grande innovazione costituzionale: il diritto umano con il cartellino del prezzo. Non più “la Repubblica riconosce e garantisce”, ma “la Repubblica liquida e chiude la pratica”. Non più diritti inviolabili, ma diritti rottamabili. Una specie di “Compro Oro” della cittadinanza: entri con una posizione giuridica, esci con un bonifico e una interdizione esistenziale.
Il dettaglio comico — se non fosse tragico — è che il punto si rivolge allo straniero regolarmente soggiornante. Non al trafficante, non al latitante, non al nemico pubblico numero uno evocato nei talk show: a una persona che ha già un titolo, una vita, magari un lavoro, una famiglia, contributi versati, figli a scuola. La proposta gli dice: ti diamo dei soldi, ma tu prometti di sparire per sempre dal perimetro giuridico della Repubblica. Non è “volontario”: è il volontariato visto da un esattore con nostalgia del confino.
E no, non basta scrivere “volontaria” per rendere una misura rispettabile. Anche il ricatto può avere una firma in calce. Se lo Stato mette davanti a una persona economicamente fragile un assegno in cambio della rinuncia irrevocabile a diritti futuri, non sta facendo beneficenza: sta monetizzando la vulnerabilità. Sta dicendo che alcuni diritti sono abbastanza preziosi da volerli togliere, ma abbastanza economici da comprarli.
Il punto 5 è anche un disastro giuridico. La Costituzione riconosce diritti inviolabili dell’uomo, non concessioni revocabili a seconda del clima politico. L’articolo 10 pretende che la condizione dello straniero sia regolata in conformità a norme e trattati internazionali. Il Testo unico immigrazione riconosce allo straniero presente diritti fondamentali, allo straniero regolare diritti civili e a tutti la tutela giurisdizionale. Un “patto” che pretende di sigillare per sempre il futuro giuridico di una persona assomiglia più a una clausola da romanzo distopico che a una norma compatibile con lo Stato di diritto.
Naturalmente il programma non si ferma lì. C’è il punto contro le ONG, liquidate con la categoria propagandistica del “traffico migratorio”; ci sono gli incentivi agli “italo-discendenti”; c’è il fondo per la “Natalità Italiana”; ci sono case e asili da ordinare secondo una gerarchia identitaria. Il messaggio è trasparente: lo Stato sociale sì, ma col pedigree. Il welfare come club privato. La culla come avamposto etnico. L’asilo nido come trincea.
La parte più grottesca è la pretesa di “rispettare la Costituzione” mentre la si tratta come un soprammobile da spostare quando intralcia. Perché la Costituzione non nasce per distribuire patenti di appartenenza, ma per limitare il potere pubblico quando decide chi è abbastanza persona da meritare tutela. La Costituzione è esattamente ciò che impedisce allo Stato di trasformare la burocrazia in una macchina per selezionare esseri umani graditi e indesiderati.
Questo progetto non è “coraggioso”. È pigro. Prende problemi reali — lavoro povero, sfruttamento, casa, servizi, demografia, integrazione — e li schiaccia tutti dentro una fantasia amministrativa: meno stranieri, più Nazione. Come se gli asili mancassero perché esiste il ricongiungimento familiare. Come se i salari fossero bassi per colpa dei migranti e non di imprese, appalti, caporalato e politica del lavoro. Come se la natalità si risolvesse con un timbro etnico sul bonus bebè.
La verità è che questa proposta non vuole governare l’immigrazione. Vuole mettere in scena una purificazione. Il linguaggio è quello: ritorno, riconquista, identità, natalità, priorità nazionale. È la politica ridotta a igiene simbolica: pulire il corpo della Nazione dagli elementi giudicati estranei.
E allora va detto senza giri di parole: il punto 5 è il cuore osceno del progetto. Perché rivela l’idea di fondo: alcuni diritti, se appartengono alla persona sbagliata, possono essere comprati, estinti, archiviati. È una concezione proprietaria della dignità umana. Una ricevuta al posto della Repubblica.
La risposta democratica dovrebbe essere semplice: lo Stato può regolare ingressi, soggiorni, rimpatri e requisiti. Non può trasformare i diritti in merce di scambio. Può prevedere programmi volontari di rientro, ma non può costruire una lotteria morale in cui chi è povero vende il proprio futuro giuridico per qualche migliaio di euro e un biglietto di sola andata.
La Costituzione non è un coupon. La cittadinanza non è un gratta e vinci. E i diritti non sono saldi di fine stagione.



